Jonathan Galindo : Cosa sappiamo e come comportarsi.

35

La notizia degli ultimi giorni, che sta calcando i titoli di tutti i TG nazionali, è tra le più macabre della storia della cronaca nera Italiana, un bimbo di soli 11 anni, a Napoli, si è gettato dal suo terrazzo lasciando la sua famiglia con in mano solo un ultimo angosciante messaggio : “Mi dispiace ma devo seguire l’uomo col cappuccio nero”. A chi si riferisce? La risposta pare subito chiara agli inquirenti, l’identikit porta a Jonathan Galindo, fenomeno nato da qualche anno che, in parallelo alla famosa Blue Whale, ha praticamente lo stesso tragico fine. Ma andiamo per gradi e mettiamo subito in chiaro alcune cose. Questa figura mascherata da Pippo della Disney non è l’artefice che c’è dietro, anzi, è un semplice cosplayer ed amante degli effetti speciali che nel lontano 2012 si fece una foto travestito dal famoso personaggio dei fumetti. Quest’immagine è stata però usata, anni dopo, come propic di svariati profili fake sui social network, su tutti il grande Re Facebook, che possono essere creati letteralmente da chiunque, o meglio, chiunque abbia intenzione di rovinare la vita a delle famiglie, e solo su Facebook ne contiamo a migliaia. Le modalità di adescamento sono le stesse della Blue Whale del quale già le Iene parlarono 2 anni fa andando addirittura in Russia, lì dove nacque, a cercare le testimonianze : un messaggio, un’eventuale e ingenua risposta, è inizia il gioco del terrore, fatto di sfide all’insegna dell’autolesionismo fino ad arrivare ad un tragico suicidio. Si differenzia ad esempio invece da “Momo”, un altro fenomeno di qualche anno fa molto simile, con un immagine ancor più da brividi, ma che al contrario di Jonathan, dovevi essere tu a contattare su uno dei 3 numeri di cellulare disponibili (Spagnolo, Giapponese, Inglese), ma che più che portare al suicidio, era finalizzato a prosciugare il conto telefonico. Tornando a Jonathan, le somiglianze con la Blue Whale sono talmente evidenti che è possibile definirle la stessa cosa ma sotto nomi diversi. Il tutto fa leva sulla suscettibilità dei bambini: infatti, fingendosi hacker (cosa che non sono, altrimenti i problemi sarebbero molto piu grossi…), riempiono di minacce i malcapitati, minacce rivolte ai loro cari nel caso non adempissero alle loro pazze richieste di sfida. Ciò crea nel bambino il sentimento di obbedienza che li porta poi anche a compiere nel peggiore dei casi atti estremi, come si suppone abbia fatto anche il bimbo di Napoli. Si suppone, perché nonostante la certezza da parte degli investigatori (il messaggio lasciato appare inequivocabile), non ci sono prove che dietro ciò ci sia la mano del Galindo di turno. Questo perché i profili vengono chiusi e aperti in continuazione da molte persone contemporaneamente, e risulta complicato rintracciarli, specie a fatti ormai avvenuti. Come comportarsi appare semplice: l’età del proprio figlio va tenuta in considerazione, se parliamo di 11, 12, 13 anni o meno, impossibile permettergli di creare un profilo social, qualunque esso sia (è anche illegale). Dai 14 anni invece appare importante che il genitore sia a conoscenza di questi rischi in modo da mettere in guardia il figlio, senza però, a mio avviso, privarlo della sua privacy. Ovviamente segnalare immediatamente alla polizia postale ogni profilo sospetto, in quanto loro sono gli unici che possono fare realmente qualcosa. Internet è un posto straordinario, ma la prima regola è sempre la stessa: saperlo usare.