PILLOLA DI LETTERATURA di Teresa di Sotto

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PILLOLA DI LETTERATURA
Dal latino alle lingue neolatine
La lingua che ora chiamiamo “italiana ” ha una lunghissima storia alle spalle. Al tempo dell’Impero Romano la lingua ufficiale era il latino che presentava due forme: il latino classico, utilizzato per i documenti scritti e il latino volgare così detto perché parlato dal ” volgo”, ossia dalla gente comune. Latino classico e volgare convissero a lungo, ma mentre il primo tendeva a cristallizzarsi, il secondo mutava profondamente per effetto del contatto con le lingue dei popoli conquistati.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente i latini volgari proseguirono il loro processo di trasformazione acquisendo caratteristiche proprie.
Nacquero così le lingue “neolatine” o “romanze”, le principali sono: l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese, il romeno.
Il processo di frammentazione linguistica interessò anche l’Italia dove si formarono “volgari” diversi nelle varie zone del Paese.
La più antica testimonianza scritta in una lingua intermedia tra il latino e il volgare è “l’Indovinello veronese”, così chiamato perché venne composto da un amanuense veneto intorno all’anno 800. Esso è ancora conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona.
Il brano così recita: “Se pareba boves, alba pratàlia aràba / et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba”; che tradotto significa: “Anteponeva a sé i buoi, bianchi prati arava, /e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava”.
L’indovinello si riferisce all’atto dello scrivere, mansione tipica del copista: i “buoi” rappresentano le dita, i ” bianchi prati ” i fogli di pergamena, il ” bianco aratro”, la penna d’oca usata per scrivere e il “seme nero “, l’inchiostro. Il documento è di grande interesse perché mostra le trasformazioni linguistiche in atto: i verbi pareba, araba, teneba e seminaba sono contrazioni dei corrispondenti latini parebat, arabat, tenebat e seminabat; gli aggettivi negro ( dal latino nigrum) e albo (dal latino album) hanno subito cambiamento di vocale e caduta della consonante finale.
Il primo documento in cui appare però chiaramente l’avvenuta separazione tra il latino e il volgare è il “Placito di Capua” del 960.
A quel tempo il termine “placito” indicava una sentenza giudiziaria e infatti il documento venne redatto dal giudice Archisi, incaricato di risolvere una contesa tra due contendenti per il possesso di alcune terre. Uno dei due rivali era l’abate del monastero benedettino di Montecassino che chiamò a testimoniare in suo favore un abitante della zona. Anche se l’intero documento venne redatto in latino, il giudice trascrisse la formula del testimone in lingua viva.
“Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”
“So che quelle terre, in quei confini che qui sono descritti, per trent’anni le possedette la parte di S.Benedetto.
Nella formula vi sono ancora echi del latino, come l’espressione Sancti Benedicti che presenta la desinenza del caso genitivo latino, prevalgono però le forme già pienamente volgari ( ke, kelle, ki, terre, parte). Il placito di Capua viene pertanto considerato il primo documento del volgare italiano.
Teresa Di Sotto