Viaggi di Penna Libera-CAPITOLO VII°-Quel sottile confine tra noi…

21

Mi ricordai all’improvviso del cellulare nella tasca del giubbotto. Lo presi cercando di aprire la custodia con le dita che tremavano dal freddo e, malgrado avessi i guanti, erano quasi blu, me ne resi conto quando me li tolsi. Lo azionai aspettando di aver campo. Solo una tacca.
Provai a chiamare il numero delle emergenze che davano ad ognuno dei visitatori del centro sciistico, prima di farli uscire e aspettai di sentire il classico suono di chiamata, ma non avvenne nulla. Solo un silenzio prolungato e poi un bip finale. Riprovai imperterrite diverse volte prima di arrendermi all’evidenza.
Il tremore iniziava a propagarsi in tutto il corpo e dopo aver messo il cellulare in tasca mi coprii meglio la testa con la sciarpa che avevo al collo. Avrei dovuto mettere il giubbotto col cappuccio, ma non prevedevo di dover passare la notte all’addiaccio.
Dovevo togliermi di lì. Ero troppo esposta al freddo e agli animali, dovevo cercare un riparo. Magari poteva farne uno con dei cespugli o potevo provare a fare un igloo!
Sorrisi del vano tentativo di sminuire il terrore che provavo dentro. Ad essere onesta non mi spaventavano gli animali. Beh, se non contavo i lupi, qualche lince o ancora peggio un orso bruno. Ma passare la notte in quel freddo e scuro bosco senza un tetto sopra la testa… questo sì, che mi stringeva lo stomaco in una morsa.
Notai una stradina poco visibile fra i cespugli, curiosa, e forse un po’ speranzosa, la percorsi. Probabilmente mi sarei addentrata di più nel bosco, o forse no, ma il pensiero di un sentiero in quel bianco deserto era più sopportabile del nulla che mi circondava. E se c’era una cosa che da piccola era cresciuta con me, era il perseverare nella ricerca della piccola luce in fondo al tunnel.
Con rinnovato vigore attraversai i cespugli avanzando in quel sentiero ricoperto di candida neve. Camminai almeno per un quarto d’ora, con le ombre della sera che scendevano fra gli alti fusti dei pini che somigliavano sempre più a oscuri presagi.
La stanchezza iniziava a farsi sentire e spesso i miei occhi si chiudevano per riaprirsi subito dopo, instaurando una muta guerra con la mente ancora lucida e prudente.
Stavo per arrendermi quando una sagoma tozza e familiare mi apparve davanti sbucando dal nulla. Mi feci luce con il cellulare cercando di illuminarla attraverso la neve che, sempre più fitta, iniziava ascendere disturbando la mia visuale.
Con sorpresa vidi che era una casetta, probabilmente usata dai cacciatori nel periodo concesso al loro sadico sport. Senza indugi vi entrai, felice che la porta non fosse chiusa a chiave.
L’ambiente era piccolo ma riparato, nessuna fessura, nessun buco sul tetto. C’era un cucinino, un tavolo con due sedie di legno ed una piccola poltroncina un po’ rovinata sul tappetto davanti al grande camino. Perfetto, non mi serviva altro.
Cercai immediatamente dei fiammiferi con l’intento di accendere subito il camino dove un cumulo di legnetti e tronchi pronti all’uso era stato predisposto.
“Meravigliosi uomini!”
Trovandoli vicino al cucinino li afferrai e mi diedi da fare per accendere quell’unica fonte di calore.
Poco dopo, una leggera fiamma prese vita, rallegrando le pareti in legno con bagliori arancioni, iniziando a stemperare l’ambiente. Orgogliosa della facilità con la quale ero riuscita ad accenderlo, allungai le mani ancora gelate sospirando nel sentire quel dolce tepore alle loro estremità. Avevo bisogno di calore e mi guardai attorno nell’ambiente, aprendo i diversi pensili alla ricerca di un qualcosa da mettere nello stomaco. C’era un quantitativo esagerato di scatolame come carne, cereali, fagioli oltre a diverse qualità di The.
Non persi tempo, con un po’ d’acqua in un pentolino pulito lo misi sul fornello e attesi l’ebollizione. Fuori il vento iniziò a farsi sentire fra quelle pareti di legno, così calde in inverno ma così poco adatte a smorzarne l’ululato. Mi avrebbe tenuta sveglia per tutta la notte. Pazienza, l’importante era essere al sicuro e al coperto.
Il pensiero dell’uomo mi tornò in mente e il brivido che ne seguì mi tolse il fiato. Non volevo ricordare ciò che era successo, non volevo affrontare ciò che avevo provato perché… Sì, perché?
Scossi la testa come a voler cancellare il pensiero di lui, delle sue braccia che mi stringevano a sé. Come dopo i sogni, continuavo a scappare dal confrontarmi con me stessa.
Mi versai la bevanda calda nella prima tazza che mi capitò fra le mani continuando a pensare a lui. Anche questa volta non ero riuscita a vedere il suo volto e chissà perché ne ero infastidita e attratta al contempo. Certo, lui faceva di tutto per nascondermelo. Anche il fatto che dal sogno mi fosse apparso nella realtà, non aveva senso!
Probabilmente lo avevo giù visto, magari in città. Senza accorgermene mi era rimasto impresso nella mente e questo forse spiegava i sogni. Ma il trovarmelo anche lì, sulla montagna, nel bosco? Come potevo rispondere a questo?
Era entrato in casa mia!
Questo mi mandava in bestia. Speravo non sapesse del rifugio o che veramente fossi riuscita a fargli perdere le mie tracce.
Stanca di stare in piedi mi sedetti sul tappetto di fronte al camino e un sorso dopo l’altro lasciai che l’aroma leggermente amarognolo del The verde e il caldo liquido, mi calmassero i brividi.
Dalla piccola finestra osservai il buio intensificarsi sempre di più diventando nero pece. Non avevo paura di stare sola, non mi spaventava la solitudine in posti isolati, anzi, li avevo sempre trovati suggestivi e stimolanti. Ma il pensiero che qualcuno lì fuori con ogni probabilità mi cercava, era una cosa che metteva decisamente i brividi.
Eppure, non ti ha fatto alcun male!
Ci mancava che ragionassi con il mio subconscio. Però era vero, sia nel sogno che nella realtà, l’uomo non mi aveva fatto del male. Spaventata a morte, forse, ma nient’altro. Un mal di testa da guinness iniziò a farsi sentire.
Guardai l’orologio da polso, le diciassette. Accidenti, il tempo volava a quelle altezze.

Il fumo che fuoriusciva dal comignolo gli fece capire che la donna intelligentemente si era premunita per la notte.
“Brava ragazza.”
Fermo dentro la rientranza di una roccia quai di fronte alla struttura, sondava il perimetro circostante, alla ricerca di qualcosa o qualcuno. La sua vista da vampiro, con la capacità di oltrepassare le strutture più impenetrabili, riusciva ad attraversare la roccia e ad andare oltre per chilometri. Avrebbe potuto facilmente vedere dentro la casa. Ma non lo fece.
Un leggero tremore gli fece vibrare gli addominali, sorrise ricordando che non mangiava da diversi giorni. Ma ora che l’umana era al sicuro, poteva inoltrarsi nel bosco alla ricerca di sangue.
Come se i suoi passi fossero ammortizzati da cuscinetti simili a quelli dei felini, continuò ad addentrarsi sempre più in quello spettacolo bianco e gelido. Poteva percepire i battiti di diversi animaletti, conigli, scoiattoli e qualche cucciolo di volpe, ma a lui serviva qualcosa di più grande.
Aveva sete, molta sete perché un piccolo potesse soddisfarlo. E poi a lui piaceva la caccia e quella scossa di adrenalina che anticipa ogni scontro con l’animale e la sua voglia di respingerlo. Quell’antagonismo che accende la rabbia di due grandi predatori, la lotta e poi il sopraggiungere della consapevolezza, dell’ineluttabilità a cui non ci si può opporre. E allora lui avrebbe fissato i suoi occhi in quelli della preda, portandogli rispetto e avrebbe sussurrato alla sua mente che la morte non sarebbe pervenuta quel giorno, non per mano sua. Erano emozioni così particolari, di così grande impatto nell’animo di un predatore qualsiasi, che anche la sua coscienza di vampiro prendeva piena consapevolezza dell’enormità e della potenza intrinseca del momento.
Magia, rispetto e le parole di due anime che si affrontano.
E solo quando tutto sarebbe finito, i loro occhi si sarebbero incrociati per un’ultima volta, sprofondando l’uno nell’animo dell’altro imprimendosi nella memoria un amico/nemico col quale, forse un domani, ci sarebbe stato un altro confronto.
Un rumore improvviso alla sua destra lo riportò al presente. I suoi occhi si restrinsero sondando il punto in cui una sagoma in movimento avanzava verso la casa dove la donna, ignara e al caldo, si era accampata.
Un sorriso affiorò sulle sue labbra e la punta bianca di una zanna apparve a conferma che la preda era stata trovata.
Poco dopo un orso adulto sollevò la grande testa fiutando l’odore della donna.
“E no, amico mio, quella è roba mia. Oggi avrai a che fare con me!”
Con capacità innata si spostò da un albero all’altro fino a trovarsi sopra l’enorme esemplare che fermo su due zampe continuava a cercare il proprietario di quell’odore, ignaro del pericoloso predatore che con una poderosa spinta delle gambe si avventò sul suo collo.

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