Scultura paleocristiana-neoclassica

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Scultura paleocristiana-neoclassica

Quando, nelle catacombe, apparvero le prime testimonianze pittoriche, non esisteva ancora una scultura cristiana. Essa si sviluppò lentamente, soprattutto nella decorazione di sarcofagi destinati a personaggi dei ceti più abbienti convertiti al cristianesimo, prendendo a prestito i temi del contemporaneo simbolismo funerario pagano. Al IV secolo appartiene la maggior parte dei sarcofagi paleocristiani noti, produzione per lo più di laboratori romani. Una delle simbologie ricorrenti riguardava l’immagine del pavone, simbolo di immortalità, rinascita spirituale e quindi della resurrezione in base a una credenza secondo la quale il pavone perdeva ogni anno in autunno le penne che rinascevano in primavera. Inoltre i suoi mille occhi sono stati considerati emblema dell’onniscienza di Dio e le sue carni erano ritenute incorruttibili.

La scultura gotica 

La scultura gotica viene inquadrata nel periodo tra il XII e il XIV secolo circa.

Anche in scultura gli artisti di epoca gotica si mossero a partire dalle conquiste del secolo precedente, l’epoca romanica, quali la ritrovata monumentalità, l’attenzione per la figura umana, il recupero della plasticità e del senso del volume. Le innovazioni furono radicali e si pervenne dopo molti secoli ad una rappresentazione della figura umana finalmente realistica e aggraziata. Il ruolo della scultura rimase però quello che le era stato consegnato durante il periodo precedente, cioè quello di ornamento dell’architettura, con una fruizione indipendente ancora inconcepibile. Importante restò anche la funzione didascalica con le cosiddette Bibbie di pietra che istruivano i fedeli analfabeti.

Gradualmente la disposizione delle sculture nella costruzione architettonica divenne più complessa e scenografica. Gli episodi più importanti di scultura furono, come in età romanica, i portali delle cattedrali, dove venivano rappresentati solitamente i personaggi dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento.

Un fondamentale passaggio è il fatto che nel periodo gotico le sculture iniziano a non essere più inglobate integralmente nello spazio architettonico (sia lo stipite di un portale o un capitello…), ma iniziano ad affrancarsi venendo semplicemente addossate ai vari elementi portanti. Comparvero così le prime statue a tutto tondo, anche se inizialmente non erano apprezzabili indipendentemente e isolate. Può darsi che fosse ancora latente il retaggio della lotta al paganesimo, che venerava statue a tutto tondo come divinità, in ogni caso, fino al Rinascimento italiano, le statue furono sempre collocate a ridosso di pareti, entro nicchie, e sotto le architravi, come cariatidi e telamoni[1].

I principali indirizzi nuovi verso i quali si mosse la scultura in epoca gotica furono il maggiore naturalismo, il timido recupero dei modelli classici, il gusto per i giochi lineari e lucenti.

Scultura rinascimentale

Il metodo prospettico lineare, attribuito al Brunelleschi (XV secolo), è utile per rappresentare ambienti e oggetti sul piano del disegno e restituire il più fedelmente possibile la nostra visione tridimensionale.

Gli artisti rinascimentali applicarono soprattutto la veduta prospettica centrale. Tuttavia, la prospettiva non è che un sistema convenzionale, attraverso cui “leggiamo” lo spazio, perché essa corrisponde a ciò che vedrebbe un osservatore fermo e con un occhio fisso. Comunque l’applicazione della prospettiva in modo corretto è insostituibile per rappresentare tridimensionalmente progetti, architetture, oggetti nello spazio. Gli artisti, dal Rinascimento in poi, si sono serviti della prospettiva per creare situazioni spaziali che esprimessero un’idea, un sentimento di poesia, una visione interiore, non per rappresentare “fotograficamente” un ambiente.

Le architetture, i personaggi, gli oggetti sono resi con accentuato effetto di rilievo, le figure umane sono attentamente studiate sotto il profilo anatomico, la luce che illumina la scena del dipinto ha una direzione ben definita risultando così molto naturalistica. L’uomo è sempre inserito in un ambiente reale, grazie anche alla sempre maggiore attenzione posta nella raffigurazione del paesaggio. Anche la tecnica e le dimensioni cambiano: dalle pale d’altare su legno si passa alle grandi tele e agli affreschi che coprono intere pareti, volte e cupole. Le chiese tendono a diventare autentici musei didattici, in opposizione alle chiese protestanti dove l’insegnamento è affidato alla lettura della Bibbia e alla meditazione. Il ritratto è un genere pittorico che trova ampia diffusione per la prima volta nel Rinascimento: soprattutto i nobili e i borghesi sono in quel tempo molto interessati, per motivi di prestigio, a far fissare la propria effigie sulla tela.

Il realismo

Il “realismo” nasce in Olanda nel XVII secolo, come particolare sottospecie del naturalismo e attenzione specifica all’osservazione personale del dato oggettivo, legato all’ambientazione, al carattere dei personaggi, al costume.

Queste esperienze seicentesche, legate alla società borghese, rinascono intorno alla metà dell’800 in Francia. Il realismo, un movimento pittorico e letterario, trova le sue radici nel positivismo, un pensiero filosofico che studia la realtà in modo scientifico. Il Realismo tentava di cogliere la realtà sociale; si voleva rappresentare una realtà nuda e cruda con meno allegorie e più attenzione verso i dati di fatto.

Esso si fa più acceso negli anni successivi alla rivoluzione del 1848, che aveva risvegliato aneliti democratici in tutta Europa, arriva ai suoi massimi nel periodo del Secondo Impero, caratterizzato da un forte sviluppo economico e tecnologico della borghesia e dalla conseguente mentalità imprenditoriale. È in questo periodo che inizia anche a definirsi l’impressionismo. La parola “realismo” generalmente indica la traduzione fedele delle qualità del mondo reale nella rappresentazione artistica. Il realismo, inteso come tendenza programmatica, invece, trova la sua esplicita affermazione nel 1855, anno in cui il pittore Courbet definisce i suoi ideali artistici in un opuscolo scritto in occasione dell’Esposizione universale di Parigi

La scultura neoclassica

Nell’estetica del neoclassicismo la scultura occupò un ruolo primario, poiché in essa venne individuata la forma principe in cui si era realizzato l’ideale di bellezza dei greci. Fu quindi in questo campo che la ripresa del modello classico si fece sentire pesantemente, specialmente nell’insegnamento accademico, che aveva come base la copia dei gessi tratti da sculture antiche. Quelle caratteristiche di impersonalità e freddezza, sottolineate come negative dai romantici, furono il frutto di scelte precise, almeno da parte degli artisti maggiori: attraverso un’esecuzione tecnicamente impeccabile essi volevano dichiarare la propria disponibilità ad assolvere a una funzione civile e didascalica. Per grandissima parte infatti la scultura neoclassica fu strettamente connessa all’architettura, come complemento di edifici civili, monumenti, archi, colonne commemorative.

 

Giulia D’Andrea