Quel sottile confine tra noi_capitolo XIII° e XIV°_Viaggi di Penna Libera di Anastasya

19

Mi stiracchiai mantenendo gli occhi chiusi ancora un po’.

Quella sensazione di tepore e silenzio mi inducevano a continuare il sonno, ma i rumori dell’esterno mi avvisarono che l’alba era cominciata da tempo. Il canto degli uccellini e lo zampettare di qualche animaletto mi fecero sorridere.

Aprii gli occhi e annegai in quelli verdi di Damian che chino al mio fianco sorrideva del mio imbarazzo.

“Buongiorno, hai dormito bene?” già lo sapeva, aveva vegliato su di lei per ore intere, aiutandola col suo potere a non interrompere il sonno senza sogni in cui era sprofondata.

“Sì, grazie, da tanto non dormivo una notte di fila.”

Mossi il collo a destra e a sinistra valutando il livello di tensione del mio corpo, ma stranamente nessuno scricchiolio o dolore.

“Forza, ho preparato il the.” Disse dandomi le spalle mentre appoggiava due tazze fumanti sul tavolo, “Ho dato un’occhiata fuori, la tempesta è passata e il cielo è bello terso. Fra poco sarò meglio prepararci.”

Con qualche difficoltà uscii da quel groviglio di coperte raggiungendolo nel cucinino. L’aroma di cannella e arancia riempì l’ambiente e mi accorsi di avere molta fame. Ripensandoci era ovvio, non mangiavo dal giorno prima, anzi, se consideravo la semplice colazione fatta prima di prendere la funivia, l’ultimo pasto decente era stato a casa di Annette e Tonio.

Il mio stomaco iniziò improvvisamente a brontolare e un bruciante calore mi salì al viso. Vergognosa, non osavo guardarlo in faccia. Sorseggiai il the lasciando passare il momento, ma i rumorini piuttosto chiassosi continuarono imperterriti. Abbassai la tazza e puntai gli occhi nei suoi.

“Mi dispiace. Non mangio dall’altra sera.”

“Nessun problema, comunque ho visto delle scatolette in quei ripiani, forse c’è qualcosa di commestibile dentro.”

“Neanche morta. Aspetterò di essere in città, entrerò in un bar e farò una colazione con doppia pasta, se necessario. Anche tu comunque non mangi da…?” l’immagine di lui che si nutriva del sangue di un povero malcapitato mi tolse il respiro.

“Da ieri, per l’esattezza. Ma credo che ti farò compagnia prendendo un caffè, senza pasta!” tenne a precisare.

Mi lasciò seduta davanti al tavolo a gustarmi la calda bevanda mentre rimetteva ordine in quel piccolo spazio. Lo guardai con la coda dell’occhio ripiegare diligentemente le coperte rimettendole al loro posto e assicurarsi di spegnere bene il fuoco.

Damian non ci teneva a vedere ardere quel piccolo rifugio dopo che li aveva accolti e protetti.

Le diede il tempo di risciacquare le tazze e riporle nel pensile e mettendosi il capotto si voltò porgendole il giubbotto.

“Grazie, ma non è necessario che tu sia così galante, avrei potuto metterlo da sola.” Accidenti, ma perché dovevo essere così spigolosa con lui? D’altronde era stato gentile.

“Certo che hai sempre di che lamentarti, eh? Prova a lasciarti andare ogni tanto, ti potresti stupire di quanto la vita sia più facile.” La rimbeccò lievemente nervoso.

“Scusami, non capisco perché mi sto comportando così. Credo che sia perché non vedo l’ora di tornarmene a casa.” I suoi occhi mi osservavano stretti in piccole fessure, quasi cauti. Come dargli torto?

“Non ha importanza. Ora, se siamo pronti, possiamo andare, che ne dici?” e allargò le braccia come a volermi racchiudere al loro interno.

“Senti, non vorrei apparire scont…”

“È l’unico modo per poterti trasportare, Alessandra, quindi piantala di fantasticare ovvietà che potrebbero andare in accordo con la mente umana, ma che non si adattano per niente alla mia. Avvicinati.”

Continuai ad osservarlo scettica cercando nel suo sguardo qualcosa di ambiguo, pericoloso, invece vi lessi la pura e semplice verità.

“Spiegami cosa accadrà.” Continuai a temporeggiare.

“Tu mi circonderai il collo con le braccia stringendoti a me più che puoi” le disse mentre i suoi occhi mutarono in qualcosa di languido, “mentre io farò altrettanto con le mie, attirandoti a me. Poi, trasporterò entrambi nelle vicinanze del negozio. Un punto isolato nel quale nessuno potrà vederci apparire. Tutto qua!”

Sì, certo, ma pensa quanto ha reso semplice la cosa.

Ero rimasta alle braccia che mi attiravano a lui! Tutto il resto era stato un bla bla bla.

Ero intrigata e al contempo spaventata da un approccio fisico così intimo e improvviso. La mia mente bastarda continuava a riportarmi immagini audaci e decisamente da bollino rosso dei nostri corpi intrecciati. Entrare in contatto con lui, con quello stato d’animo, sarebbe stato dannatamente pericoloso.

Damian non aveva necessità di sondare i suoi pensieri, gli bastava guardarla in viso per rendersi conto dei diversi passaggi che le turbinavano nella mente. Come un vecchio film in pellicola con immagini, scatti e linee necessarie che frammentavano le diversità di pensiero.

Il luccichio nei suoi occhi da cerbiatta lo colpirono al plesso solare, come se gli avessero dato un pugno in pieno stomaco. Sapeva che l’intima situazione la imbarazzava, ma era l’unico modo, o quasi. Non era necessario che lui l’attirasse a sé. Sarebbe stato sufficiente che le prendesse la mano.

Ma lui voleva quel contatto. Per tutta la notte aveva scandito i minuti che lo separavano da quel momento. Qualcosa dentro di sé lo stava rendendo audace e indifferente ai capricci emotivi di lei che aveva iniziato a frantumare la corazza che si era costruito intorno. E solo nella notte si era reso conto che gliela stava abbattendo pezzo per pezzo da quando si erano incontrati nel sogno.

“Alessandra, stiamo perdente tempo. Se vuoi che sparisca dalla tua vita, dobbiamo muoverci ora. Più tardiamo, più dovrai sopportare la mia presenza.” Quale metodo migliore per farla reagire? Pensò con l’angolo delle labbra leggermente incurvato.

Facendomi coraggio, e con una sicurezza che certo non avevo, mi avvicinai a lui, un passo dopo l’altro, con il cuore che iniziava a palpitare più velocemente, certa che lui potesse sentirlo.

Avevo il viso in fiamme e facendo finta di nulla, sollevai le braccia per circondargli il collo senza guardarlo in faccia, conscia della durezza dei suoi muscoli sotto i polpastrelli. Il suo petto era a pochi centimetri dal mio naso e il suo profumo era così inebriane che lo inspirai diverse volte fin quando non sentii il suo petto scosso da sussulti.

Stava ridendo!

Aggrottai la fronte mentre spalancavo gli occhi guardandolo in faccia per capire.

“Non ti prendo in giro, credimi.” Iniziò a dire mentre allargava le braccia per scusarsi, “Quel suono mi ha ricordato un gatto randagio che vive nella foresta del mio mondo e il suo verso è molto simile al suono che stavi emettendo.” Certo non specificò che il micio in questione era una bellissima lince con un caratteraccio fuori controllo.

Sentii le sue braccia circondarmi, stringendomi in un abbraccio così perfetto dei nostri corpi, che ne rimasi sconvolta.

Mio Dio, era così possente e duro. E le sue labbra così meravigliosamente disegnate che non riuscii a staccare i miei occhi da lui fin quando non mi resi conto del prolungato silenzio che ci circondava.

Ancora scossa, sollevai la testa pensando di uscirne con una battuta, giusto per smorzare quella tensione che avevo dentro, ma le corte vocali ebbero un crollo inaspettato quando mi scontrai con due sottili lame verdi che parevano volessero entrarmi nell’anima.

Quello sguardo intenso e sensuale era fermo e glaciale come il suo corpo.

Non era in collera, più che altro sembrava assorto. Eppure, avrei preferito avere a che fare con la sua ira piuttosto che con quello sguardo e con la moltitudine di vibrazioni e sensazioni che mi arrivavano a ondate. Nervosa mi agitai alla ricerca di un maggior spazio fra i nostri corpi.

“Smetti di agitarti. Stai provocando reazioni molto pericolose. Devo stringerti ancora un po’, non voglio perderti durante il viaggio.”

Chinò il capo verso quello di lei avvicinando le labbra alle sue in un impercettibile sfioro, un desiderio che aveva scavato nel profondo per tutta la notte, e dal quale non si era reso conto fino a quel momento, rendendolo conscio che quel breve viaggio sarebbe diventato pericolosamente lungo.

Le orecchie stavano per scoppiarmi e i battiti del mio cuore rimbombavano al loro interno.

Ma perché doveva essere così dannatamente intrigante? La sua mano nella schiena mi spingeva ulteriormente a un contatto ancora più intimo. Chiusi gli occhi rimanendo ferma e zitta, in attesa di qualcosa.

“Ora stai tranquilla e ascolta soltanto.” Mi sussurrò vicino alla tempia.

Tutta intenta ad assaporare quella voce, non mi accorsi subito del diverso passaggio.

Il suo tono scese di un’ottava facendomi rivivere l’emozione del sogno dove la sua voce era quella della passione. Ci misi qualche secondo a capire cosa dicesse, sembrava un’eco che tornava alla fonte, musicale ed etereo.

Che suono intenso e potente.

Mi raccontava di sì, di dove viveva, di colore che popolavano quella terra dove il giorno era una perenne notte.

Nella mente, presero vita immagini di paesaggi meravigliosamente puri, circondati da miriadi di lucciole e verdi foreste. Ruggenti cascate e lune argentee alte nel cielo, a rischiarare di raggi fantasma la terra sottostante.

Poggiai la fronte su quel petto muscoloso respirando il suo profumo e vivendo quel viaggio dentro la sua vita. Non ragionai sull’anormalità del momento. Tutto ciò che aveva detto, che avevo sognato o visto rientrava in quella categoria. Cosa importava se per una volta mi lasciavo andare a qualcosa di speciale, ambigua e con un pizzico di pericolosità?

Eliminai tutte le remore e mi lasciai catapultare in quelle immagini vivendone la bellezza oscura e selvaggia.

Damian continuò a parlare. Avrebbe voluto che ogni cosa si fermasse concedendo ad entrambi il giusto tempo per capire, conoscere e… cosa? Cosa avrebbe voluto? Non lo sapeva neppure lui.

L’unica cosa che sapeva per certo era che gli piaceva da impazzire stringerla a sé, sentirne i sussulti ad ogni nuova visione del suo mondo, ad ogni leggera contrazione delle dita intrecciate dietro al collo, a quei leggeri tremolii che le vibravano nel ventre poggiato al suo.

Gli era entrata dentro con la potenza di un uragano, lasciandolo impreparato alle emozioni sconosciute che risvegliavano desideri selvatici, vergini, riducendo i suoi secoli in una insufficiente esperienza.

Conscio che erano arrivati a destinazione, continuò a parlare per qualche istante, restio ad interrompere quel tremito e smarrimento che saliva dal profondo della sua anima, creduta persa nel grigiore dei tempi.

La realtà nella quale si trovavano ora era chiassosa, frenetica. Le voci della gente si mescolavano alla sua, senza per altro interrompere il magico momento nel quale aveva trasportato entrambi. Era la prima volta che si esponeva così intimamente, ed era la prima volta che elargiva delicatezza a qualcuno durante il viaggio dei corpi.

Aveva forse paura di essere giudicato? No, quale giudizio poteva mai avere colei che stringeva fra le braccia? Lui solo conosceva il proprio passato, il motivo delle sue scelte e ciò che aveva dentro. Lui solo conosceva le sofferenze patite e quando essere forte o fragile. Lui e nessun altro!

Quindi non poteva giudicarlo, forse solo ascoltarlo e capirlo.

La stradina laterale al negozio, che la divideva da un’altra palazzina, era un vicolo chiuso e poco frequentato ma non gli importava dei passanti, nessuno li poteva vedere fin quando manteneva il contatto fra loro.

Doveva riportarla al presente e con cautela affievolì la voce creando in quel miraggio reale una via di accesso a questo mondo senza fretta o irruenza, facendole credere che lei stessa vi si inoltrava per andare via.

Sentì il risveglio di quel corpo morbido stretto al suo, mentre prendeva coscienza del passaggio e d’istinto le sfiorò la guancia in una carezza lenta, dolce.

“Con calma, fai grandi respiri e prendi visione di ciò che ti sta attorno. Ecco, così, respiri profondi.” Disse studiandone il volto che ancora mostrava la beltà di ciò che aveva visto poco prima.

Aveva le labbra socchiuse e l’istinto di catturarle nelle sue era forte.

Doveva darsi una calmata! L’allontanò da sé provando ancora una volta un senso di vuoto, perplesso dalla rapidità con la quale il suo corpo reagiva a quello di lei.

Sapeva che avrebbe dovuto mettere fine a questa storia, a ciò che inaspettatamente gli suscitava malgrado il lungo addestramento e la risoluzione con la quale aveva messo dei veti nella sfera affettiva in generale. Le sofferenze del passato pur accantonate erano sempre lì, in agguato e pronte a schiaffeggiarlo.

Stava forse dandole troppa importanza?

Cn un sospiro poggiò il mento sul suo capo e chiuse gli occhi lasciandole il tempo di riacquistare un equilibrio con la realtà.

 

Sapevo che eravamo arrivati, sentivo i suoni e le voci che ci circondavano, sapevo anche che mi sarei dovuta allontanare da lui per riacquistare una parvenza di indifferenza, di naturalezza?

Impossibile, non provavo niente di tutto ciò, ne ero conscia, ma ero soverchiata da ciò che provavo fra le sue braccia e dal sentirmi circondata da tutta quella forza e prestanza, dalla sua voce che mi cullava e dal sentirmi protetta e anche coccolata.

Il rammarico di non avergli creduto completamente leniva le sensazioni che provavo ma, sotto sotto, ero felice che fosse tutto vero, che lui era questo, che era stato sincero fin dall’inizio. Non volevo staccarmi, avrei voluto solo che continuasse all’infinito. Scontrarmi con la realtà di ciò che era avrebbe forse dovuto farmi correre a gambe levate, lontana. Eppure, volevo fare tutto il contrario.

Mi aggrappai a lui sfiorando delicatamente le trame del suo maglione e percependo il calore della sua pelle al di sotto.

“Dobbiamo andare, vero?” sospirai conoscendo già la risposta.

“Se sei pronta.”

Perché doveva essere così maledettamente corto nelle risposte? Ancora mi struggevo al ricordo di ciò che avevo visto. Probabilmente a lui interessava solo concludere la cosa e tornarsene da dove era venuto.

“Sono pronta, andiamo pure.”

Quelle braccia che poco prima mi circondavano, ora erano stese ai suoi fianchi e un senso di freddo mi scosse dal torpore che ancora annebbiava la mia mente.