Quel sottile confine tra noi_capitolo X_Viaggi di Penna Libera di Anastasya

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Quel sottile confine tra noi

Chiuse l’acqua avvolgendo i fianchi in un asciugamano pulito preso dal ripiano al lato del lavandino. Quell’indumento non era certo adatto alla situazione, ma la donna doveva adattarsi alla necessità.

Un sorriso diabolico gli apparve in viso mentre si specchiava. Doveva aver perso parecchio sangue perché la pelle era ancora tesa malgrado le ottime cure.

Non mi scomposi quando l’acqua del bagno cessò di scrosciare. Lo avevo sentito muoversi prima ancora che la doccia entrasse in funzione, ma avevo preferito far finta di niente e continuare a dormire.

Non sapevo cosa fare o dire, probabilmente un grazie e un colpo in testa sarebbe stato l’unico dialogo con quell’essere, forse non in questo ordine, e lui mi avrebbe presa per pazza se gli avessi raccontato ciò che avevo visto qualche ora prima.

Oh, ma perché mi arrovellavo il cervello a quel modo? Sicuramente il marcantonio mi avrebbe guardata con sdegno senza proferire parola, con quegli occhi non umani che già una volta avevano avuto il potere di farmi tremare le gambe.

“Sei sveglia!” lo sentii dire.

Sollevai la testa e rimasi rapita da quel corpo quasi totalmente nudo, ricoperto da una miriade di goccioline e un mini-asciugamano sui fianchi.

Quel piccolo pezzo di tela, che probabilmente lui pensava bastasse a coprirlo a sufficienza, per quanto mi riguardava non lasciava spazio alla fantasia che, senza più briglie, iniziò a costruirmi nella mente visioni proibite dei nostri corpi avvinti in un piacere senza confini.

 

Damian sorrise. Sentiva l’odore della sua eccitazione, un profumo dolce e setoso che avrebbe voluto cogliere e assaporare in quell’istante, ma doveva avere delle informazioni che non potevano aspettare lo sfogo dei suoi istinti.

Scosse la testa. Un’umana. Dio, vampiro, non puoi farti soggiogare da un essere tanto inferiore! Si ripeté come un mantra mentre avanzava verso di lei con passo calmo, dando ad entrambi il tempo di ricomporsi.

Girandomi verso il camino mi diedi da fare sistemando i ceppi quasi ridotti a carbonella, aggiungendone altri e ravvivando le fiamme. Mi prudevano le mani, il desiderio incomprensibile di sciogliere quel nodo stretto su quei fianchi sodi e lisci, facendo scivolare per terra quel telo, stava diventando difficile da governare. Non mi era mai capitata una cosa del genere e sgomenta gli diedi le spalle cercando di darmi un contegno.

“Vedo che ti sei ripreso in fretta, non lo avrei detto qualche ora fa!”. Avevo le dita gelate per lo sforzo di bloccare il leggero tremolio che iniziava a scuoterle. Non mi andava che avesse quel potere su di me.

Bene, Alessandra continua a dargli la schiena e non guardarlo negli occhi, o meglio non guardare il suo corpo, i suoi muscoli, la sua perfezione… sì, certo, così funziona sicuramente! Pensai torcendo le labbra.

“Non ho l’abitudine di parlare alle schiene!” rispose Damian, con un sorriso. Sapeva di averla messa a disagio e, da cavaliere qual era, avrebbe dovuto fare un passo indietro, rientrare in bagno e cercare qualcosa di più grande che lo ricoprisse meglio ma il suo imbarazzo era così squisitamente femminile che voleva goderselo ancora un po’.

Col viso in fiamme continuai a punzecchiare la brace.

“Ed io, non ho l’abitudine di parlare ad un uomo nudo!” gli dissi di rimando stizzita.

“Oh, ma niente di sconveniente è all’aperto, guarda! Magari, se la cosa ti facesse stare meglio potresti darmi qualcosa di più adatto.” Si stava divertendo un mondo. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno gli sarebbe tornato il sorriso fra le labbra?

Restando imperterrita nella mia posizione allungai un braccio verso un mobile sulla sinistra del camino.

“Puoi guardare là dentro, probabilmente troverai qualcosa di adatto alla tua… stazza!”

La sua risata profonda riempì il piccolo ambiente aggiungendo calore al mio corpo già estremamente accaldato, mentre si dirigeva al piccolo mobile.

La notte sarebbe stata tremendamente lunga.

Diversi fruscii dopo, la curiosità ebbe la meglio e tenendo il viso il più possibile verso le fiamme, mossi gli occhi nella sua direzione.

Il bianco dell’asciugamano ai suoi piedi mi fece prendere un colpo. Ora era completamente nudo e i possenti muscoli delle gambe e la perfezione dei glutei mi si impressero nella mente. Riportai velocemente gli occhi al camino.

Oddio, cosa mi stava prendendo? Non mi ero mai comportata così.

Non ero più abituata a stare sola con un uomo da tanto tempo. Ritrovarmi con l’estraneo che popolava i miei sogni era scioccante, oltretutto uno che mi perseguitava e non si faceva scrupoli ad invadere la mia casa e la mia privacy.

Eppure, anche se tutto questo sarebbe stato inaccettabile per i normali canoni, non riuscivo a trovare la situazione così, logicamente, preoccupante e assurda nel suo insieme.

Fino a qualche settimana fa desideravo, e spesso cercavo in qualche occasionale uscita, una storia seria e tranquilla, una storia dove un pizzico di brio e passione andassero in accordo con l’amore verso i miei figli.

Oh, non che quell’individuo potesse essere in qualche modo incluso in quella particolare sfera della mia vita!

“Ora puoi guardare”.

La profondità della sua voce mi riportò coi piedi per terra. Mi voltai ostentando indifferenza e cercando di mantenere bene in profondità la curiosità verso quell’uomo tanto sicuro di sé.

Si era messo i pantaloni e al posto della camicia sporca di sangue aveva indossato un maglione bianco a collo alto, che gli disegnava perfettamente i pettorali e le possenti braccia.

Il verde dei suoi occhi era così brillante che rimasi a fissarli per tanto tempo.

Era indubbio il suo fascino, era l’uomo più bello che avessi mai visto, ma anche il più pericoloso.

“Mi hai salvato.”

Non era una domanda, solo un dato di fatto e rimasi in silenzio aspettando un seguito che non tardò ad arrivare.

“Probabilmente non avresti dovuto. Mi hai sorpreso e non è una cosa che accade spesso. Perché lo hai fatto?” mi chiese a bruciapelo.

Per quale motivo gli avevo salvato la vita? Che razza di domanda era?

“È mia ferma convinzione che quando una persona bussa alla tua porta, mezzo morta, abbia decisamente bisogno di aiuto! Malgrado la persona in questione potrebbe essere un probabile assassino oltre che persecutore!” gli risposi piccata.

Un sopracciglio si sollevò su quel bel volto rendendolo particolarmente affascinante.

“Non ho alcuna intenzione di ucciderti. Se ti ho dato questa impressione mi dispiace”.

“Allora dimmi, per quale altro motivo un estraneo si intrufola in casa mia e mi segue fin quassù, in cima alla montagna e al gelo? Ti devo avvisare che non credo nelle coincidenze quindi trova una giustificazione plausibile perché odio le menzogne”.

Per diversi minuti non parlammo, i rumori dell’esterno erano gli unici che smorzavano la tensione che si iniziava a respirare in quel piccolo ambiente.

“Sì, hai ragione”.

La osservai far scorrere quelle lunghe dita fra i capelli come se l’intento fosse quello di spazzar via una pesantezza con un colpo di mano.

“Non nego che forse ho esagerato portandoti a pensare questo, ma ti posso assicurare che le mie intenzioni non sono cattive”.

I suoi occhi mi rapirono nell’attimo in cui incontrarono i miei. Erano così particolari e profondi che mi sembrava di esserne risucchiata all’interno.

“Bene allora, per quale motivo sei andato a casa mia e per quale motivo ora sei qui?”

“Per la chiave”.

La schiettezza e la semplicità della risposta mi colse impreparata.

Per la chiave? Quale chiave? Osservai i suoi occhi puntare il mio collo, proprio come nel sogno e compresi.

Allungai la mano afferrando il ciondolo e portandomelo a vista.

“Questa chiave?”

Lui annuì fissando l’oggetto con un leggero cipiglio.

“È solo un ciondolo preso in un negozietto in città, niente di particolare. Ne puoi avere uno anche tu se ci fai un salto, sai?” lasciai morire la frase osservandolo avanzare verso di me.

Presa in contropiede mi alzai dal cantuccio vicino al camino preparandomi al peggio.

“Ti ho già detto che non ho intenzione di ucciderti. I tuoi pensieri sono decisamente ripetitivi e noiosi”.

La sua mano sfiorò la mia mentre prendeva fra le dita quel delicato ninnolo scrutandolo da vicino. A quel fugace contatto, un brivido mi corse per tutto il braccio togliendomi il respiro. Profumava di vento e pino, una fragranza fresca e penetrante che annebbiava i sensi.

Quest’uomo scatenava emozioni che non volevo provare, non con lui. Sentivo che sarebbe stato tutto troppo coinvolgente.

“Non mi piace quando qualcuno mi si avvicina tanto senza invito.” Gli dissi, spostandomi sulla destra con finta indifferenza e sottraendo il ciondolo a quell’attento esame, forse anche troppo intimo, della sua mano.

“Se dovessi dare un parere a ciò che mi ha appena detto, direi che stai mentendo”.

“Come ti permetti?” mi voltai con le guance infuocate.

La sicurezza con la quale aveva messo a nudo l’emozione che stavo provando mi lasciò sbigottita. Non poteva sapere ciò che mi si stava scatenando dentro. Era umanamente impossibile.

“Hai il potere di leggere nelle menti, per caso?” lo presi in giro.

“Tra le altre cose.” Disse sollevando le spalle con fare annoiato.

“Sì, certo, ed io sono la signora delle tempeste.” Gli risposi enfatizzando il concetto con un gesto della mano verso l’esterno della casetta.

“Eppure ne hai avuto prova nei tuoi sogni, l’hai già dimenticato?”

Come avrei potuto? Ma quelli erano sogni e malgrado fosse assurdo ritrovarmelo catapultato nella realtà, la mente, abituata a razionalizzare ogni cosa, anche ciò che era incomprensibile, identificava il tutto con un termine semplice, conosciuto, a cui non credevo: coincidenza! Però ora, attribuirgli anche il dono del mentalismo…  suvvia, smettiamola.

“Non esistono le coincidenze, solo semplici ovvietà”.

“Ma, come…” rimasi con la bocca spalancata fissandolo come un’ebete. Non poteva essere, eppure lui aveva commentato il mio pensiero. Ma chi diavolo era quest’uomo?

“Per favore, basta, sono molto stanca e non mi interessa se leggi la mente”.

“Bugiarda!”

Lo fissai scioccata per l’arroganza con la quale nuovamente mi metteva in riga.

“Cosa vuoi da me?” accompagnai la domanda con un sospiro stanco.

Non avevo voglia di giocare, forse non volevo neanche una risposta, però volevo che se ne andasse per la sua strada, lasciandomi libera di continuare quell’avventura nel bianco, da sola. Volevo che mi lasciasse alla mia vita quotidiana, alla mia routine dove nessun cambiamento, nessuna discussione o emozione potessero scombussolarla. Volevo fuggire da ciò che stavo provando, dimenticare e riportare le emozioni ad un ritmo conosciuto, familiare. Lui doveva sparire dalla mia vita diurna ma soprattutto da quella notturna.

“Voglio sapere come hai avuto la chiave”.

“Ti ho già detto che l’ho presa in un negozio”.

“Accompagnami”.

“Come? No. Puoi andarci da solo, ti indico il posto se vuoi”.

“No. Tu mi accompagnerai, credo che la cosa possa interessare anche te”.

“Io non capisco. È un semplice ciondolo, per quale motivo non puoi andare a prendertene uno per i fatti tuoi? Hai bisogno della balia? Suvvia, a questa età? Potrei aspettarmelo dai miei figli.” Stavo iniziando ad innervosirmi, non ci tenevo proprio a prolungare questo incontro, volevo che uscisse subito da quella piccola casupola di legno, lasciandomi proseguire quella lunga notte da sola coi miei pensieri, fin troppo incasinati grazie a lui.

Il suo volto, così maschio e bellissimo, mutò diventando serio e scocciato.

“Non mi sto divertendo, donna, e tu stai iniziando a darmi sui nervi comportandoti così”.

“Beh, mi dispiace tanto suscitarti tali emozioni, ma vedi, sei tu quello che ha invaso la mia vita, non il contrario”.

“Sbagli. Sei stata tu a invadere il mio modo per prima, ed ora ne stai pagando le conseguenze”.

Di che diavolo parlava ora?

“Non ricordi?”

“Smettila di leggere la mia mente.” Gli urlai ormai vicina all’esasperazione. Lui si avvicinò al camino poggiando con fare noncurante il suo corpo statuario alla fredda pietra che lo rivestiva.

Incrociò le braccia al petto e rimase a fissare le fiamme. I muscoli si gonfiarono pur mantenendo una postura rilassata. Era tremendamente difficile staccare gli occhi da tanta intrigante mascolinità. La sua lingua, improvvisa e veloce, fece la sua comparsa nell’umettare quelle labbra perfette che sapevano di baci proibiti.

Un caldo liquido fra le cosce mi costrinse a serrare le gambe come a voler arrestare quell’improvviso piacere e girai il viso onde evitare che potesse notare il mio imbarazzo. Ma lui aveva capito. Il sorriso che gli addolcì i lineamenti non lasciava dubbi.

Maledicendo gli ormoni per il momento sbagliato del loro risveglio, mi diressi nel cucinino. Dovevo mettermi a distanza da quella calamità ormonale.

“Vuoi un the?”

“Volentieri, e che ne dici di ricominciare, magari presentandoci?”

“Sì, non sarebbe male, iniziava a stancarmi essere chiamata donna quando ho un nome che mi identifica!” sbottai.

Non potei farci nulla, la frecciata se l’era meritata.

“Hai ragione. Però il mio chiamarti donna non era inteso come un’offesa, solo la naturale differenza tra le nostre razze!”

Ah, ecco, adesso potevo esserne certa al cento per cento. Il poveretto era fuori di testa.

“Arriviamo a un compromesso, il mio nome per il tuo. Smetterò di chiamarti donna e ricominciamo daccapo. Io sono Damian.” Si presentò avvicinandosi mentre mi tendeva la mano.

Assaporai la sensualità della sua voce, trovando melodioso il suono del suo nome.

Non ero sicura di voler stringere quella mano, sembrava un contatto troppo intimo per i miei nervi tesi e sollecitati dalla sua prestanza fisica. Le emozioni che scatenava erano piuttosto complesse.

Damian non aveva fretta, capiva la sua reticenza. Con la mano tesa, le diede tutto il tempo che le occorreva. Leggeva in quegli occhi stanchi e battaglieri tutti i turbamenti e le paure che vi si alternavano in un turbinio di luci e ombre.

Aveva scordato quanto tempo occorreva all’essere umano, quando in gioco c’erano sentimenti che facevano da padroni.

All’improvviso la mano femminile strinse la sua, delicata e liscia come seta. Si stupì a voler attirare a sé quel corpo flessuoso, sentirne le morbide curve e il calore. Quella semplice stretta, così breve e stimolante, provocò molto altro al suo corpo, stupendolo e intrigandolo al contempo.

“Alessandra”.

La sua mano era ferma, decisa e senza insicurezze, eppure era già pronta a ritrarla. Non poteva darle torto, anche a lui era bastato quel tocco fugace per capire che le scintille sarebbero divampate in maniera irruenta tra loro se non fossero stati così diversi.

Da quando aveva varcato il confine dei loro mondi, non era più riuscito a togliersela dalla mente. Si giustificava dando la colpa alla chiave e per enfatizzare ulteriormente questo pensiero, aveva attribuito alla presenza di un ipotetico altro vampiro il suo accesso a questo mondo. Poteva una semplice umana portarlo a tanto?

“Credo che il the sia pronto ora.” Dissi cercando di spezzare il momento.

Quella voce roca quasi ansimante non poteva appartenere a me. Sfilai la mano da quella poderosa stretta maschile e mi adoperai a versare il the in due tazze, aspettando che lui si servisse da solo.

Il vento si abbatteva sulle pareti di legno come se il suo intento fosse proprio quello di sradicare dalla terra quel piccolo rifugio che nel tempo ne contrastava le forze, come due guerrieri che per lunghi anni si scontravano in un duello di resistenza. Ad ogni violenta raffica mi aspettavo di vedere il tetto sparire sotto quella fora e altrettanto sorpresa e felice, mi complimentavo mentalmente con il genio che l’aveva costruita.

Che strana situazione. Sola, con uno sconosciuto che disturbava i miei sogni e la mia vita. Uno sconosciuto dalle fattezze bellissime e intriganti che col suo fascino soverchiava la paura dell’ambigua realtà che stavo vivendo.

“È ottimo, ti ringrazio”.

Damian posò la tazza sul tavolo e rimase ad osservarla in silenzio mentre finiva di bere.

Avevano ancora diverse ore prima dell’alba e probabilmente avrebbe dovuto metterla al corrente di alcune cose. Ma era talmente fragile il compromesso raggiunto che, con ogni probabilità, avrebbe distrutto in un secondo quella piacevole parentesi.

Codardamente decise di lasciar passare ancora un po’ di tempo, sperando gli venisse in mente qualcosa per alleggerire ciò che avrebbe dovuto dirle. Sicuramente sarebbe stato poco saggio uscirne con un “io sono un vampiro, un Antico, e vengo da un mondo confinante al tuo. Sono un guerriero e combatto i diversi… “no, non poteva andare. Pensò scuotendo la testa.

“Ti va di parlarmi un po’ di te?” cambiò tattica.

“Scusa… oh, non credo sia il caso.” Gli risposi con espressone truce.

“È solo per calmare la tensione che si respira qua dentro e per darci modo di conoscerci. Forza, Alessandra, non ti azzanno. Se vuoi dopo ti parlo di me, che ne dici?”

Avevo la netta impressione che mi stesse prendendo in giro.

Aveva ragione, non c’era niente di male. Le persone parlano tra loro per conoscersi, eppure l’idea di parlargli del mio privato mi bloccava. E poi, dopo quello che avevo visto qualche ora prima, non era tanto sicura che non sarebbe arrivato un morso da parte sua.

Alessandra era come un libro aperto, riusciva a leggerne la mente con una facilità impressionante e l’ultimo pensiero lo colse impreparato.

Che intendeva con “quello che avevo visto?” era successo qualcosa mentre la febbre lo aveva tenuto incosciente per diverso tempo? Aveva visto qualcosa che non doveva vedere? Doveva essere cauto.

“Cosa vuoi sapere, Damian?” gli chiese lei.

Damian si portò la mano sul ventre…

Anastasya