Viaggi di Penna Libera – QUEL SOTTILE CONFINE TRA NOI – La singolarità di un incontro

71

Questo racconto, è un’opera di fantasia unita ad un pizzico di realtà. Personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio.

Questa storia è nata per caso. Una ragazza, dalla quale mi separa il mediterraneo e chilometri di terra, curiosa della mia passione per la scrittura, mi aveva proposto una “storia personalizzata”.

Che dire: esperienza nuova, intrigante e sicuramente stimolante. Ma oltremodo complessa.

Tante domande, aneddoti curiosi che mi servivano per conoscere la persona e tutto ciò che la circondava; dal lavoro alla vita privata, ai sogni soffocati nel silenzio della notte…

Ed ecco il mio primissimo approccio nel mondo degli scrittori o delle scrittrici, se preferite.

Sotto certi aspetti, questo racconto è stato il mio trampolino di lancio, ma non perché mi ha fatto sentire una grande scrittrice, ne devo fare di strada ancora, semplicemente ha rafforzato, ingigantito e reso più meraviglioso l’amore per la scrittura.

Ora vi lascio alla lettura di questo racconto, ne pubblicherò un tot di pagine per volta, sperando vi piaccia.

Un saluto

Anastasya

 

Mi capitava spesso di sognare ad occhi aperti una situazione particolare con un uomo d’altri tempi, dove la galanteria, la passione e il mistero si mescolano in un connubio di perfette sintonie. Questo era l’unico modo in cui vivevo ciò che nella realtà realizzavo fosse poco probabile: “i sogni”.

Forse pretendevo troppo, oppure non concedevo speranza a questi stessi di concretizzarsi nella loro semplicità cercando in ciò che mi mancava l’assoluta perfezione del mio pensiero.

Eppure era così facile e veritiero ciò che vissi in quel sogno che ancora oggi lo vivo, ad occhi aperti…

Prologo

L’aria gelida sferzava il mio viso come se mille aghi cercassero di penetrarmi nella pelle. Corsi, corsi fin quando il fiato me lo consentiva, avevo il cuore a mille e le gambe rifiutavano di fermarsi.

Il terrore mi prese per la gola minacciando l’ossigeno già scarso per la frenetica fuga. Non vedevo nulla, correvo alla cieca in un ambiente oscuro ed estraneo. Ero consapevole che qualcosa mi inseguiva. La paura mi fece inciampare e per poco non caddi in quel fangoso suolo che inesorabile appesantiva i miei passi.

Il suono di un respiro profondo, così vicino, lacerò la mia anima e la voglia di continuare quella corsa che sapevo non mi avrebbe portato alla salvezza. Urlai con quanto fiato avevo in corpo.

Quel sottile confine tra noi…

Mi riscossi dall’incubo saltando giù dal letto neanche fossi una maratoneta, era il terzo giorno che facevo lo stesso sogno, ogni volta qualcosa si aggiungeva alla precedente come a voler svelare poco per volta l’ingarbugliata matassa di oscurità che l’accompagnava. Mi rimisi a letto coprendomi il viso con le mani, ero stanca di non riuscire a dormire una notte di fila.

Guardai l’ora sul comodino, come volevasi dimostrare, le tre del mattino.

Il sonno era perso, nel corpo avevo tanta di quella adrenalina che probabilmente non avrei dormito per una settimana intera. Mi avvolsi nella coperta dove ancora permeava il calore del mio corpo, la fase dei brividi iniziava a farsi sentire. Mi sarei regalata ancora un po’ di riposo, sembrava che la corsa l’avessi realmente fatta talmente mi facevano male le gambe.

Pareva fossero passati solo cinque minuti al suono della sveglia. Mi ero scordata di staccarla la sera prima, il sabato non lavoravo, almeno quella era una bella notizia. Sospirai e con un impeto di rabbia presi a pugni il cuscino al mio fianco, soffocando un urlo frustrato al suo interno. Avevo bisogno di una bella tazza di caffè.

Attraversai il corridoio che separa le camere da letto dal resto dell’appartamento, fermandomi ad ascoltare la segreteria telefonica che con un bip luminoso mi avvisava di un messaggio.

Il coro di voci mi fece sorridere.

Ciao mamma, siamo arrivati, nonna dice che tutto è andato bene, ti chiama dopo. Adesso dobbiamo andare in albergo, ciao.” il clic finale mi lasciò con una sensazione di vuoto dentro.

I miei tre monelli. Ero contenta che non fossero lì a guardarmi mentre uscivo di testa. Quelle due settimane che i miei genitori mi avevano regalato portandosi i nipoti nel loro viaggio in Emilia Romagna, erano una benedizione.

Ultimamente il poco sonno mi aveva resa nervosa e spesso li sgridavo per sciocchezze. Non era da me. E quando i loro occhioni mi guardavano senza capire, il cuore perdeva il suo regolare battito.

Afferrai la caffettiera preparandola con una dose esagerata di caffè, mi ci voleva bello carico. Aspettai che l’aroma iniziasse a riempire il piccolo spazio della cucina osservando nel mentre le grigie nuvole oltre la finestra.

Come ieri anche oggi il tempo prometteva pioggia.

A dirla tutta, mi piacevano le giornate uggiose perché andavano in sintonia col mio stato d’animo, le piogge invece, mi davano la sensazione che le lacrime trattenute dentro, riuscissero a uscire unendosi a quelle piccole perle cadenti, liberandomi momentaneamente di un peso troppo a lungo trattenuto.

Ero indecisa se passare la giornata stando a casa, magari con un bel libro in mano seduta comoda nel divano, o telefonare a un’amica e organizzare una serata delle nostre. L’indecisione non durò a lungo.

Presi il telefono e composi il numero di Chiara.

Sì, pronto.” la voce assonnata di lei mi accese una lampadina in testa, ma che cavolo di ora era?

Accidenti, Chiara, scusami non mi ero accorta che fosse così presto, riattacco. Torna a dormire, ci sentiamo dopo.” stavo per mettere giù quando la sua voce mi arrivò forte.

No, Alessandra, sei tu? Che fai chiudi? Se mi hai chiamato vuol dire che è importante, che succede? No aspetta: non hai dormito neanche stanotte, vero?”

Risposi con il silenzio, era meglio di una risposta.

Non puoi andare avanti così, devi fare qualcosa. Senti io oggi non ho nulla da fare, se ci vedessimo a fine mattinata? Passiamo la giornata da te, parliamo del più e del meno, magari ti faccio anche venire sonno.” me lo disse con ironia “O se vuoi, usciamo e andiamo a vedere i negozi. Dimmi tu, io sono aperta ad ogni idea.”

Mi ritrovai a sorridere, Chiara era forse l’unica che riusciva a farmi star bene anche in situazione imbarazzanti.

Sta arrivando acqua, credo che la prima suoni meglio, ma lasciamo perdere il sonno, ho voglia di stancare la testa e parlare di altre cose. Allora facciamo che vieni a pranzo e passiamo il pomeriggi a non fare un cavolo, sui divani del cavolo, magari con un film del cavolo mentre fuori diluvia. Ti va il pomeriggio?”

Perfetto. Allora a più tardi, dimenticavo, non farmi un brontosauro come tuo solito perché sono a dieta.”

Sì, ok.” chiusi la comunicazione scuotendo la testa, lei i le sue diete mai finite, la conoscevo da dieci anni e da dieci anni era a dieta. Neanche fosse stata obesa. Era alta e magra e questa sua fissa di essere grassa era dovuta ad un ex che, pur di sminuirla e far risaltare se stesso, glielo ripeteva di continuo. L’ avessi avuto tra le mani, gli avrei fatto vedere io il significato del grasso.

Continuai ad assaporare il caffè osservando gli sviluppi del cielo che da nuvoloso era passato a grigio perla. Sembrava quasi il preludio di una nevicata, ma era troppo presto per quello.

Mezz’ora dopo, lavata e vestita, mi riordinai casa. Col tempo che passavo a lavorare in banca, il fine settimana diventava l’unico momento in cui potercisi dedicare. Davide aveva la scusa dei due anni, ma Andrea di dieci e Giulia di otto erano dei terremoti dai risultati inimmaginabili.

Quando Chiara arrivò, col suo giubbotto verde dal collo impellicciato e i guanti abbinati, mi trovò indaffarata nella preparazione del pranzo, quindi mi sembrò giusto passarle parte del lavoro.

Ma dai, scherzi? Lo sai che sono una frana in cucina, corri il rischio che ti incenerisca tutto.” L’autoironia era una delle cose che più le invidiavo.

Feci spallucce “Nessun problema, mi rifaccio la cucina coi tuoi soldi.” le feci l’occhiolino dando inizio al nostro solito botta e risposta, ritrovando subito il ritmo dopo settimane che non ci vedevamo.

Allora, come va con Diego? Vi vedete ancora o lo hai già messo alla porta come l’altro?”

No, ci frequentiamo ancora, ma la situazione è un po’ cambiata da quando è entrato in questa agenzia investigativa che ha aperto sede in centro. Pare sia gestita da due tizi che vengono dalla Finlandia.”

Coma mai lo dici con quel tono sospetto?”

Chiara mi osservò pensierosa per qualche secondo. Poi scosse le spalle.

Niente di che, forse Diego esagera su di loro, sai come sono gli uomini a lavoro, tutti col testosterone vigile e cervello addormentato.”

Questa volta la guardai attentamente cercando di capire se scherzasse o se ci fosse qualcosa di veramente importante che la preoccupava.

Come vuoi. Però lo sai, quando vuoi parlare io sono qua!” non insistevo mai sulle confidenze, se non si sentiva a suo agio a parlare, andava bene ugualmente.

Sì, lo so, magari più tardi.”

Vidi una nube offuscare quegli occhi azzurri e mi feci violenza per evitare di ripeterle la domanda.

Dopo circa un’ora, eravamo sedute a tavola parlando delle settimane in cui non c’eravamo viste, ridendo per sciocche situazioni dei bambini quando un lampo squarciò il cielo illuminando a giorno la stanza.

Entrambe facemmo un balzo dalle sedie a quell’inaspettato evento e corremmo alla finestra per vedere dove era caduto.

Gli antifurto delle auto parcheggiate nel piazzale iniziarono il loro trillo fastidioso, creando se possibile ancora più clamore per l’accaduto. Restammo ferme ad osservare la chiazza scura accanto ad una pianta da cui fuoriusciva una nuvoletta di fumo a testimoniare la potenza del fulmine.

Assurdo, pensa se ci fosse stato qualcuno che passeggiava lì sotto.” con un brivido mi strinsi nella felpa.

Sai, penso che questi fenomeni…” un altro lampo e subito un’altra saetta cadde poco distante dalla prima, un’altra e un’altra ancora che prese in pieno un palo della corrente sprizzando scintille da tutte le parti.

Allontaniamoci da qui.” L’afferrai per la spalla e la tirai indietro.

Non mi piaceva quello che vedevo, sembrava che il cielo fosse incazzato con qualcuno e cercasse un modo per sfogarsi.

Sì, spostiamoci. Comunque succedono troppo cose strane ultimamente. Terremoti, inondazioni e temporali forti. Sembra che il pianeta si stia ribellando.”

Ti sei spaventata, vero?”

Mi guardò senza capire, poi si osservò le mani tremanti e sorrise sollevandone una fra i capelli perfettamente lisci.

Già, non mi piacciono i temporali, ho un ricordo dell’infanzia che metto in un angolino del cervello e lo chiudo a chiave ogni volta che avvengono queste cose e lo riportano a galla. Forte te ne avevo parlato!”

Sì, ricordavo quel giorno, anche allora c’era un brutto temporale ed eravamo bloccate dentro l’autobus a causa di un forte acquazzone. Poi erano arrivati i tuoni e i fulmini e la mia migliore amica era scoppiata a piangere, vergognandosi di quelle lacrime che testimoniavano il terrore vissuto da piccola.

Senti, che ne dici se ci facciamo un buon caffè e parliamo un po’ del mio sogno? Magari mi aiuti a capirci qualcosa e poi ci sono degli sviluppi. Questa volta sono andata più avanti e non ho scordato nulla. Allora che ne dici, ti va di ascoltare la tua amica lagnosa?” tutto pur di distrarla.

Ti sei decisa ad aprire la boccuccia, eh? Forza, non vedo l’ora e poi, a dirla tutta, sembra quasi una mini serie, tremenda, ma pur sempre misteriosa.” mi strizzò l’occhio e il sorriso le riapparve sul volto dolce e un po’ tremolante.

Poco dopo, sedute nei divani sorseggiavamo la bevanda calda.

Sentii la tensione salire, non era mia consuetudine raccontare di me, men che meno cose così private. Chiara sapeva che avevo degli incubi da diverso tempo, non conosceva il contenuto dei sogni o i particolari, figuriamoci, non ero sicura neppure di averci capito qualcosa io stessa. Ma avevo bisogno di parlarne con qualcuno, magari lei avrebbe visto qualcosa nel racconto che io non avevo considerato, o compreso.

Seguendo il suo esempio, feci scorrere le dita fra i capelli come a voler far scivolare via la cosa.

Che diavolo, stare così male per qualche sogno!

Fuori il temporale imperversava con maggior violenza, i lampi continuavano a illuminare il cielo con bagliori bianchi, accecanti e la pioggia torrenziale si abbatteva sulle imposte che poco prima avevo chiuso in cucina, la parte più esposta della casa.

Mi spostai nel divano di fronte, dando le spalle alla portafinestra. Sorseggiai il caffè prendendomi tutto il tempo che mi serviva per riordinare i pensieri e ringraziai mentalmente Chiara che non mi mise fretta.

Presi un grosso respiro, sollevando lo sguardo pronta a parlare e la vidi con gli occhi spalancati che guardavano oltre le mie spalle.

Merda!” mi catapultai a chiudere le tende nella speranza di mitigare l’apprensione che le vedevo in viso. “Mi dispiace, mi ero scordata della portafinestra.”

Chiara iniziò a ridere sempre con occhi assatanati e pensai di averla resa pazza ma poi mi unii anche io a quella reazione emotiva.

Ok, allora io rimango seduta buona, mentre tu, amica mia, mi racconti il tuo sogno. Chiudi gli occhi e rivivi il momento.”

Mi sa di psicanalisi.”

Sbagliato, nel caso ti avrei portato la mia psicanalista Anna. Forza, stai tergiversando ed io ho la curiosità a mille.”

Si accomodò meglio e con le mani in grembo attese che iniziassi.

Trovare la calma dentro di me era un’impresa, decisi allora di chiudere gli occhi e lasciare che il rumore del temporale mi riportasse all’altra notte, la prima.

C’era un silenzio surreale. Il nulla era tutto ciò che avevo attorno, buio, freddo, quasi di morte. Vento, c’era vento, leggero però non burrascoso e una mareggiata che si infrangeva sugli scogli, credo, come un rombo in lontananza. Sentivo il respiro pesante e affaticato, mi guardavo attorno alla ricerca di una luce, ma più guardavo e più sembrava che quella oscurità mi inghiottisse, togliendomi il respiro.

All’inizio cercavo a tentoni di muovere dei passi piccoli, per paura che ci fosse un precipizio e mi trovassi proprio nel margine. Nel frastuono del vento sentivo il rumore di terra sterrata sotto i piedi e il frusciare di piante attorno.

Ho pensato, beh, sei in campagna, ma anche nelle foreste più fitte c’è uno spiraglio che fa intravedere almeno le stelle, ma in questo posto è come se guardassi al buio delle pareti nere.

Il vento era sempre più freddo e mi stringevo le braccia al petto, cercando di scaldarmi e mi sono resa conto all’improvviso di essere nuda, completamente nuda.

L’angoscia mi ha assalito. Ho cercato di capire cosa fosse successo, dove mi trovassi e come fossi arrivata lì.

Volevo urlare ma al contempo ero terrorizzata al pensiero che qualcuno potesse sentirmi e magri quel qualcuno era meglio lasciarlo dove era.” socchiusi gli occhi e vidi Chiara osservarmi. Ero talmente tesa che stringevo le mani a pugno.

Notai che era indecisa se farmi continuare o interrompermi con una scusa, ma ero certa che, malgrado la tensione del racconto, lei capisse che parlarne mi sarebbe servito.

Continuai…

Avevo la pelle gelata e ho iniziato a battere i denti, ero stanca di stare ferma in quel posto, volevo andare via. Ho preso coraggio, piano, e un passo alla volta sono andata in avanti fin quando non sono andata a cozzare contro delle sterpaglie, credo, cespugli o piccole piante. Ho ragionato sul fatto che la zona era delimitata, c’erano dei confini e con le mani ho cercato di trovare uno spiraglio in mezzo a tutta quella roba.

L’ho trovato in una stradina molto stretta perché con entrambe le spalle ne sfioravo i lati. Le gambe iniziavano a farmi male, qualche rametto riusciva a graffiarmi e le braccia erano stanche di andare alla ricerca continua di un qualcosa che mi riportasse alla normalità.

Un rumore alle mie spalle mi ha ghiacciato le vene. Ho affrettato il passo, ma il rumore era sempre più vicino, allora ho corso, con quanto fiato avevo in corpo. Quel rumore era ad un passo da me. Le gambe mi facevano un male del diavolo e non avevo più aria nei polmoni.

Qualcosa mi inseguiva, lo sentivo, avevo un terrore vivo addosso, continuavo a correre, sono quasi inciampata, ma la cosa era troppo vicina e ho realizzato, in quel preciso momento, che la mia corsa era inutile.

Allora ho urlato con tanta forza da slogarmi la mascella e sono svenuta nel momento stesso in cui qualcosa mi ha afferrato per i capelli.”

Riaprii gli occhi ancora scossa. Non ricordavo la parte finale, quella non c’era nel sogno.

Continua……..

Commenti

commenti