Quel sottile confine tra noi – capitolo VIII°- Viaggi di Penna Libera

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Quel sottile confine tra noi

Un rumore sordo, lontano e insistente penetrò nell’ovattata quiete della mia mente, spronandomi a tornare al presente.

Riaprii gli occhi soggiogata dal continuo e martellante suono che andava a cozzare col mio mal di testa. Senza muovermi dal caldo bozzolo della coperta e dall’abbraccio della poltrona posizionata davanti al camino, concentrai i miei sensi su quel suono inquietante.

Era come un ruggito. Avevo avuto modo di sentire il quel vibrato potente al circo e l’emozione percepita era bel lontana da questa. Quella volta mi si erano aggrovigliati i muscoli dello stomaco talmente quel timbro possente aveva sollecitato i miei sensi. Questo sembrava più il bramito di un orso.

D’impulso scattai in piedi correndo verso la porta per accertarmi di averla chiusa bene e per sicurezza ci aggiunsi una sedia messa in diagonale per renderla, a mia idea, più solida ad un eventuale attacco.

Sì, come se questo fosse bastato a fermare un orso incazzato!

Tornai verso il camino aggiungendo altri due tronchi e raggomitolandomi nuovamente nella coperta, sperando che quel verso disumano smettesse presto.

Non fu così. Poco dopo, un altro verso più animale si aggiunse al primo, ma con meno impatto sui miei nervi tesi. Era uno scontro fra due grandi predatori.

Speravo solo che la cosa finisse presto e senza troppo spargimento di sangue, odiavo veder soffrire gli animali anche in queste situazioni.

In natura quella era la legge del più forte e il non poter far niente in merito mi metteva molta angoscia.

Lo scontro durò per circa un’ora lasciandomi una tale tensione addosso che iniziai a mangiarmi le unghie. Poi, così come era iniziato, tutto finì e solo il rumore del vento fu sovrano.

Accesi il display del cellulare per vedere l’ora, le ventidue, non era tardi ma la notte si preannunciava lunga.

Dei passi fuori dalla porta mi fecero irrigidire.

Sicura che fosse l’animale sopravvissuto, afferrai un pezzo di legno conscia che quel ramoscello sarebbe servito a ben poco e attesi in assoluto silenzio. Stetti ad ascoltare per minuti che parvero infiniti, solo il vento col suo persistente suono arrivava ai miei orecchi.

Lungi dall’andare ad aprire, mi risedetti nella poltrona e con ancora in mano il pezzo di legna rimasi in attesa. Sapevo che gli animali selvatici avevano una pazienza infinita quando si trattava di braccare le loro prede. Beh, io non ero da meno, soprattutto se dovevo salvarmi la vita.

Ma che cavolo mi era venuto in mente di venire fin quassù?

Non potevo starmene buona e tranquilla alla baita, magari con i nuovi amici e un the bello caldo? No, certo! Io dovevo riassaporare i ricordi.

Un colpo forte alla porta mi fece quasi inciampare sul tappetto per la velocità con la quale mi alzai. C’era ancora qualcosa la fuori, ma non emetteva né versi né i classici sbuffi con cui solitamente annusavano l’aria. Tutto era troppo tranquillo per un animale famelico che aveva trovato finalmente la sua preda.

Senza poterlo controllare, il corpo iniziò a tremare, prima con spasmi alternati a momenti di calma, poi sempre più frequenti fino a tremare senza controllo. Qualcuno una volta mi aveva detto: Tu non lo sai, ma la paura è una brutta bestia!

Aveva ragione, adesso ne capivo il senso.

Un altro tonfo ma meno pesante del precedente. Forse l’animale si stava stancando e aveva deciso di proseguire altrove. Poi, un raschio prolungato come di una mano che accarezza la porta in legno. Subito dopo, un lamento umano.

Oddio, qualcuno là fuori chiedeva aiuto.

Ma come potevo fidarmi ad aprire con tutte le cose strane che stavano succedendo ultimamente? Indecisa camminai avanti e indietro poggiando ogni tanto l’orecchio sulla porta nel vano tentativo di percepire qualche suono. Rimasi in quello stato per molto tempo, solo il vento si faceva sentire con ulteriori affondi trascinati dall’intensificarsi delle raffiche. La piccola casetta, malgrado fosse riparata dal sottobosco, faceva compagnia alla sinfonia del vento coi suoi cigolii sempre più tetri e spaventosi.

Presi coraggio e mi riavvicinai per l’ennesima volta alla porta, poggiai l’orecchio sulla sua fredda e levigata superficie e chiusi gli occhi concentrandomi su ogni piccolo rumore, ma niente, assoluto silenzio. Riaprii gli occhi in tempo per vedere la mia mano che, come dotata di vita propria, afferrava la maniglia e iniziava ad abbassarla.

Il cuore fece un balzo e con l’altra mano cercai di fermare quell’indipendenza sconosciuta al mio corpo.

Sapevo di dover controllare che non ci fosse nessuno là fuori, ma, accidenti, ero terrorizzata dal pensiero “orso”! Presi un grosso respiro calmando i battiti furiosi del cuore che come un’eco scuotevano la mia mente estremamente stanca. Lasciai che quella mano audace e imprevedibile continuasse il suo percorso per poi vederla aprire la porta. La tornai a fermare, quello spazio poteva bastare per sbirciare fuori. Mi spostai leggermente di lato guardando oltre l’uscio.

Un immacolato manto bianco, su cui i raggi lunari creavano dei riflessi azzurri, si inoltrava verso il bosco fino alla montagna. Le cime delle piante, che sferzate dal vento dondolavano rilasciando spruzzi bianchi un po’ ovunque, contribuivano a nascondere le impronte dell’orso vicino alla casetta, la punta di uno stivale nero e l’angolo di un capotto…

Lanciai un urlo.

Richiusi la porta poggiandomici contro con tutto il peso, cercando di calmare l’attacco di panico che mi sommerse all’improvviso.

C’era un corpo a ridosso della porta ed era steso di traverso. Un cadavere?

Mi portai la mano alla bocca soffocando il grido di terrore che minacciava di fuoriuscire.

Cercai di calmare quella moltitudine di emozioni per dare il tempo alla mia mente di elaborare la cosa. Sapevo che il terrore era dovuto a un panico che in vita mia non avevo mai provato, quindi un’emozione nuova a cui non ero preparata. Ma ora, tutto quel sapere non mi serviva, dovevo tornare lucida e valutare il da farsi.

Tornai a riaprire quell’esile porta che, imperterrita, continuavo a reputare un’utile difesa per la mia persona. La spalancai piano osservando il busto dell’uomo scivolarvi sempre più a ridosso come a voler mantenere gelido un corpo sicuramente andato. Ma ad un attento esame mi dovetti ricredere.

Vidi quel grande corpo maschile tremare, come succube di temperature alte e malgrado avessi riconosciuto chi fosse, non mi trattenni oltre a ponderare il da farsi. Armandomi di coraggio e molta forza, lo afferrai sotto le braccia cercando di tirarlo all’interno per poter chiudere la porta e ripristinare una temperatura decente all’interno della casa.

Quell’orso doveva averlo beccato fuori mentre mi cercava. Mossa poco saggia, amico!

Spostarlo si rivelò un’impresa, l’uomo era piuttosto alto e decisamente grosso. Doveva pesare una novantina di chili, non avevo dubbi che per la maggiore fossero tutti muscoli e il grosso cappotto non ne attenuava la durezza. Finalmente, dopo tanto tira e riprendi fiato, raggiunsi l’obiettivo e con molta soddisfazione chiusi quella benedetta porta in faccia al vento.

Con le mani sui fianchi mi voltai verso quella sagoma che ero riuscita a trascinare sul tappetto vicino al camino.

Ero tutta sudata, ma lui al contrario era decisamente fradicio. La neve gli aveva bagnato i vestiti e il tremore che ancora lo scuoteva non andava per niente bene. Mi passai le mani fra i capelli pensando a cosa fare.

Maledizione, non ero certo una crocerossina! Si, con dei figli un minimo di sapere era dovuto, ma lui era un uomo adulto, un enorme uomo adulto.

Bene, Alessandra, ora che hai capito che non è uno dei tuoi figli, cosa pensi di fare? Vuoi lasciarlo morire dal freddo? Su, dai, non è da te. Pensa che stai accudendo uno dei ragazzi.

Ecco, così forse poteva andare.

Misi dell’acqua a scaldare sul fuoco e cercai dei panni puliti, bisognava ripristinare la circolazione ed eliminare quella roba zuppa e gelata.

Tornai da lui iniziando a sfilargli il cappuccio, ma le mie mani si immobilizzarono quando il suo viso apparve in tutta la sua bellezza rude e maschia.

Mi ero scordata di non averlo mai visto in volto. Lui me lo aveva sempre nascosto, anche nei sogni, portandomi a pensare a delle deformità o orrende cicatrici.

Ma quella pelle così liscia, così perfetta e chiara, quasi eterea, non aveva difetto. Rimasi a fissarlo così a lungo che iniziai a sentire freddo quando il camino perse il calore a causa della scarsa legna al suo interno. Mi riscossi prendendo un paio di tronchi dalla cesta vicina, gettandoli fra le fiamme morenti e ridandogli vita. Dovevo tenere la temperatura alta se volevo aiutarlo.

Mi girai verso di lui e con gesti meccanici finii di togliergli quell’indumento fradicio e pesante per passare a stivali e calze. Aveva dei piedi stupendi. Le mie dita si avventurarono sui pantaloni, allentando giusto qualche bottone per potergli sfilare la camicia bianca con più facilità e iniziare a far scivolare fuori dalle asole i piccoli bottoncini argentati, uno per uno.

Il tremore delle mani era normale, c’era freddo nella casa, mi raccontai pur continuando fin quando anche l’ultimo fu liberato. Mi accorsi di una macchia rossa sul costato e senza riflettere aprii la camicia, emettendo un verso strozzato nel vedere la ferita aperta e insanguinata. Corsi subito a prendere l’acqua e le pezze, dovevo pulirlo per vedere quanto era grave. Il pensiero che morisse mi mandò nel pallone. Con cautela iniziai a lavarlo stando attenta a non peggiorare la situazione. Lo vidi stringere quelle meravigliose labbra come se il contatto gli desse fastidio, ma non potevo farci nulla, dovevo pulire bene la parte cercando nel mentre di fare più in fretta.

“Stai buono per favore. Lo so che fa male ma vedrai che fra poco sarà tutto finito.” Lo dissi più che altro a me stessa, ma probabilmente qualcosa arrivò anche a lui perché il suo viso si rilassò.

Finii di togliergli la camicia stringendomela al petto mentre ad occhi sgranati e completamente rapiti, facevo scorrere il mio sguardo su quella stupefacente perfezione. Una scultura non sarebbe stata in grado di eguagliarne la maschia potenza e aggressività.

Il taglio era enorme e dal rossore si capiva che l’infezione si stava propagando velocemente. Dovevo disinfettarlo altrimenti la febbre non sarebbe scesa e avrebbe potuto sviluppare una sindrome di stafilococco. Frugando dentro la cassetta del pronto soccorso appesa ad un gancio nel bagnetto, vidi che i cacciatori si erano premuniti per ogni eventualità con confezioni di antibiotico e antidolorifico, fra cui la Vancomicina, siringhe e bende sterili.

Bene, potevo riuscirci! Dopo aver pulito la ferita con l’acqua calda la tamponai per asciugarla meglio che potevo, poi, con la siringa pronta trovai la zona giusta e iniettai l’antibiotico. Senza soffermarmi oltre, iniziai a disinfettare la ferita per poi ricoprirla con le bende trovane nella cassetta. La febbre era alta e la pelle scottava sotto le mie dita, speravo solo che l’antibiotico si sbrigasse a fare il suo effetto. Con dolcezza gli voltai il viso verso il calore del camino ed ebbi la totale visione del suo volto non più celato dal tessuto.

Dio mio, se era bello! Quasi mi mancò il respiro.

Feci scorrere lo sguardo su quel corpo mezzo nudo non potendone fare a meno. Tutto il lui mi attraeva e, malgrado l’angoscia del non sapere cosa volesse e del perché mi stesse seguendo, non potevo non subirne il fascino.

Il suo aspetto era fuori dal comune, non avevo mai visto un uomo così. Forse nei libri che leggevo, quelli che speravo raccontassero la verità di un mondo reale e che mi facevano impazzire dal desiderio di vivere un’avventura simile a quella dei racconti. Ma lui era lì davanti a me, superando di molto ciò che veniva riportato su carta e senza pensarci allungai una mano verso quegli addominali scolpiti ad arte, facendoci scorrere sopra un dito, delineando quei perfetti rigonfiamenti caldi per la febbre e duri come pietre.

Lo vidi sollevare il volto e subito ritrassi la mano vergognandomi per l’impulsività del mio gesto. Ma lui non aprì gli occhi, anzi, sembrava che stesse sognando perché le sue lunghe e nere ciglia sobbalzavano continuamente sotto le perfette arcate delle sopracciglia, mentre i muscoli delle braccia e della mascella spasmodici si flettevano e si rilassavano senza sosta.

Poi vidi la sua mano che quasi morta si spostava verso il suo petto dove quelle lunghe e nervose dita si posarono per poi scendere verso la muscolatura addominale e indugiarvi, quasi in una carezza sensuale e inaspettata.

Dimenticai di respirare, intrigata da ciò che vedevo. Non riuscivo a staccare gli occhi da quella mano che lenta navigava sulla pelle. Lo osservai proseguire verso il basso dove le due dita si soffermarono sotto il bordo dei pantaloni come se, avvinto da un sogno, subiva determinati stimoli in quei punti particolari e la sua mano non potesse fare a meno di andare incontro a quelle sensazioni.

Mi coprii la bocca con la mano conscia di assistere a qualcosa di immensamente erotico.

Il suo corpo si arcuò flettendo il collo all’indietro e il viso diventò ancora più bello nello spasmo del piacere che stava vivendo. Le sue labbra, sensuali e circondate da una miriade di piccole bollicine dovute alla febbre, lasciavano spazio alla carezza della sua lingua che veloce sfiorò il labbro facendomi torcere lo stomaco all’improvvisa immagine di ciò che avrebbe potuto fare con una donna fra le braccia.

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