La pittura occidentale

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PITTURA OCCIDENTALE

Nell’arte egizia le pitture realizzate nelle tombe, in rapporto alla prosecuzione della vita del defunto nel mondo ultraterreno. Altre pitture sono realizzate per la celebrazione delle imprese dei faraoni. La pittura si mescola al bassorilievo, spesso colorato e dipinto, e alla scrittura geroglifica. Le linee sono rigide e le figure statiche, sempre rappresentate di profilo ad eccezione degli occhi e delle spalle che sono frontali. Tra i colori utilizzati dagli artisti egizi compare già dall’Antico Regno il (blu egizio), uno dei pigmenti artificiali più antichi prodotti dall’uomo. Il suo uso si estese ben oltre i confini geografici e temporali dell’Antico Egitto, diventando uno dei pigmenti più affermati dell’antichità.

Nell’arte cretese sono arrivate fino a noi decorazioni e scene di danze e di giochi rituali: nell’affresco risalente al 1500 a.C. raffigurante la Taurokatapsia (dove l’acrobata, per dimostrare la sua superiorità rispetto alle forze della natura doveva saltare sulla schiena di un toro), le linee sono morbide e curve, anche le figure sono disposte in modo leggermente obliquo, accentuando l’effetto del movimento.

Anche nell’arte etrusca si osserva una maggiore dinamicità, una moltitudine di linee curve rendono la figura più naturale.
PITTURA GRECA
Il greci furono la prima popolazione a portare un pieno svolgimento all’arte pittorica, ponendosi il problema della luce, dello spazio, del colore, delle variazioni di tono e degli effetti della tecnica (smalti, impasto, velature…). Tali questioni vennero affrontate e risolte nel V secolo a.C. e vennero sviluppate documentatamente nel IV secolo.

Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia, narra della sfida tra i pittori Zeusi e Parrasio: la disputa riguardava chi dei due fosse il migliore nell’imitazione della natura. Il primo mostrò il suo affresco raffigurante dell’uva e alcuni uccelli andarono a beccarla, poi toccò al secondo e i presenti gli chiesero di spostare la tenda per mostrare il suo lavoro: poi capirono che aveva vinto perché la tenda era appunto dipinta: mentre il primo aveva ingannato degli animali il secondo aveva ingannato l’occhio dei presenti, dimostrando la sua superiorità tecnica.

Per la produzione durante l’ellenismo abbiamo scarsa documentazione, ma i pochi resti suggeriscono che i problemi pittorici vennero portati avanti, con uno svolgimento simile per molti versi a quello della scultura, verso una piena libertà tecnica e spaziale. La libertà di tocco e di pennellata di quel periodo ha fatto parlare, facendo un parallelismo con la civiltà moderna, di “impressionismo”.

La grandissima maggioranza delle pitture greche ci è nota solo da frammenti, ricostruzioni a partire dalle fonti letterarie, riflessi in altre culture (come quelle etrusca) e qualche copia romana (anche a mosaico). Un singolare reperto è la tomba del Tuffatore, a Paestum, unico nel suo genere e le straordinarie pitture presenti nell’Ipogeo dei Cristallini a Napoli.

La ricostruzione della pittura greca monumentale tramite la ceramografia (opere realizzate sui vasi) è un’operazione difficile ma ampiamente praticata, che porta però a risultati discutibili. Federico Zeri, a titolo di esempio, paragonava il lavoro di questi studiosi a coloro che volessero capire la pittura monumentale di Raffaello e di Michelangelo cercandone gli echi nella produzione dei vasai di Deruta o Gubbio.
Se la prevalenza dei reperti di scultura e architettura potrebbero far erroneamente pensare a una predilezione ellenica per tali manifestazioni artistiche, le fonti letterarie informano che altrettanto importante fu la pittura, sia su muro che, soprattutto, su tavola. La distruzione quasi totale dei supporti pittorici usati dagli antichi Greci costituisce quindi una gravissima menomazione nello studio della storia della pittura, in piccola parte sopperito dalle tracce e descrizioni delle fonti letterarie, che ne permettono di ricostruire, almeno in maniera ideale, i caratteri fondamentali. Dalle fonti storiche ci sono infatti noti i protagonisti di questa forma d’arte, le problematiche da loro affrontate, le sperimentazioni tentate e i risultati raggiunti.La tradizione letteraria coerentemente con i pochi reperti pittorici superstiti colloca nel nord-est del Peloponneso, a Corinto o a Sicione, il sorgere della più antica grande scuola pittorica. L’unica fonte scritta per la pittura del periodo arcaico è Plinio il Vecchio che nel Libro XXXV della Naturalis historia ne riassume brevemente la vicenda: in tali città si sarebbe sviluppata dapprima una pittura lineare e monocroma di cui fecero ampio uso Aridice di Corinto e Telefane di Sicione, poi il corinzio Ecfanto avrebbe inventato la tecnica policroma iniziando a dipingere l’interno delle figure maschili con un colore bruno chiaro o rossiccio, a base di argilla cotta triturata, in uno stile in realtà già comune nella pittura egiziana (Nat. hist., XXXV, 15-16). Non possediamo una datazione circa l’introduzione della policromia nella grande pittura (pittura su pannelli di legno, lastre di terracotta o pareti), ma sono giunti sino a noi frammenti dei blocchi di pietra dipinti appartenenti alle mura della cella del tempio di Poseidone a Isthmia (un santuario sotto il controllo di Corinto) che in base alla tecnica pittorica utilizzata possono essere datati al secondo e terzo quarto del VII secolo a.C. La tavolozza policroma rilevata su questi frammenti è stata avvicinata a quella della decorazione dell’Olpe Chigi (640 a.C. circa).

Meglio conservate sono le metope in terracotta policroma appartenenti al tempio di Apollo a Thermo (un altro sito sotto l’influenza di Cipselo, tiranno di Corinto tra il 657 e il 627 a.C. circa) le quali invece sono più recenti, di dieci o vent’anni, rispetto all’Olpe Chigi e probabilmente opera di maestranze di minore valenza; singole figure o piccoli gruppi sono disegnati in nero a contorno sull’argilla color giallo chiaro e riempite con colori piatti con interventi in nero per i dettagli. Da citare infine i frammenti di lastre policrome provenienti dal santuario di Calidone databili tra il primo decennio e la metà del VI secolo a.C.

 

Angela Reale