La danza nell’antica roma

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La danza romana

La razionalità romana unita al mito della continenza non lasciò molto posto alla danza orgiastica, ma pure quella apollinea fu molto dimensionata. I Romani furono abili nel trasformare quanto di meglio trovavano in giro, ma con la danza non ebbero mai un buon rapporto.

Nonostante Plutarco sottolinei la grazia con cui ‘danzavano’ i sacerdoti di Marte, e nonostante Luciano definisca il tripudium ‘danza maestosa’, in verità l’intero fenomeno coreico aveva finalità pratiche di un popolo produttivo e guerriero.

Le più antiche danze romane furono guerresche e religiose: si ricordano la bellicrepa, danza armata che si fa risalire a Romolo, e il tripudium, danza encomiastica di derivazione etrusca. In seguito la danza costituì quasi esclusivamente un complemento spettacolare dei ludi circensi e fu sostituita in breve da una chiassosa pantomima.

Il tripudium divenne una danza sacerdotale, legata alla scadenze della coltivazione delle terre.

Consisteva nel battere tre volte il piede a terra, secondo un ritmo che si ispirava all’anapesto, piede della metrica classica composto da due sillabe brevi e una lunga.

Per quanto riguarda le danze d’armi, i Romani furono sempre impegnati con le guerre: contro gli Etruschi, i Latini, gli Ernici, i Volsci, gli Equi, i Galli, i Tarantini, i Cartaginesi, i Macedoni.

Quindi sicuramente usarono danze di guerra, ma man mano sostituirono l’eccitazione della danza con l’ideale della disciplina e la fede in Roma e nei comandanti romani.

Quando però subirono l’influsso della civiltà greco_ellenistica, ammorbidirono le tradizionali regole di austerità e di sacrifici.

Acquisirono così l’eleganza dell’arte, la sottile cultura, la piacevole mollezza, il lusso esagerato. Perfino nel religioso si realizzò una totale identificazione delle divinità romane con quelle elleniche.

Così attorno al 200 a.c., la coreutica e la danza greca entrarono in Roma insieme alla coreutica e danza etrusca, con l’insegnamento della danza, e tutte le famiglie nobili presero l’abitudine di avviare i propri figli allo studio di questa nuova arte.

I modelli furono però quelli importati, soprattutto la pantomima greca, che rappresentava l’azione drammatica senza l’uso delle parole. La pantomima aveva per contenuto il mito, la storia degli Dei e degli eroi. La rappresentazione coreografica del mito si affermò come la forma di spettacolo più gradita al popolo romano che, comunque, non diventò mai un popolo di danzatori.

Per il resto la danza romana fu una rielaborazione di temi già esistenti, quali combattimenti, morte, fertilità, iniziazione, nozze, ricalcando gli schemi greci copiati però da quelli afro_asiatici: danze animali, mascherate e imitative, eseguite in circolo, in coppia, in processione o su fronti contrapposti maschi/femmine.

Famose furono le Danze del Gioco di Troia in cui i giovani patrizi eseguivano una danza labirintica dell’Asia minore, importata dai primi anni dell’impero, a rievocare l’origine troiana dei Romani. Plinio però narrò che la stessa danza esisteva presso i Latini, eseguita spesso dai bambini, quindi non necessariamente importata. Forse era una danza labirintica di origine cretese cui i Romani davano lo speciale significato del vagabondare di Enea fino alla fondazione di Roma.

Nelle campagne il fenomeno fu un pò diverso, un fenomeno di “massa”, legato ai riti propiziatori o alle grandi festività in onore di un Dio, come ad esempio nei riti dionisiaci o nei Saturnalia dell’antica Roma.

Erano danze di folla, sfrenate e promiscue con cui il popolo si liberava dal peso della povertà o da un’esistenza difficile; giorni e giorni di festeggiamenti dove il corpo, il movimento e quindi la danza erano libertà del corpo e dell’istinto per tutto l’anno controllati o negati.

I Romani presero dai Greci i Baccanali la cui origine era religiosa: all’inizio riservati alle sacerdotesse e ai sacerdoti di Bacco ma poi estesi al popolo con danze lascive e sfrenate. L’iconografia mostra le baccanti impegnate nella danza con l’abbigliamento in disordine, la testa e le braccia rovesciate all’indietro, la schiena e il busto flessi e in torsione, i capelli scarmigliati, le mani che impugnano sonagli, le gambe divaricate, oppure accucciate a terra con una gamba protesa in avanti.

Nelle danze dei Lupercalia si celebrava il Dio Pan il giorno nelle calende di marzo: i sacerdoti del Dio, completamente nudi, percorrevano le vie di Roma danzando e armati di un frustino percuotevano la folla.

Gli antichi Romani non si dedicavano molto alla danza, ma amavano moltissimo veder danzare. I giovani potevano sostenere anche parti femminili ma in epoca imperiale, con la liberazione della donna operata da Augusto, le donne, che in Grecia non potevano recitare nemmeno nella commedia e nella tragedia, entrarono a far parte della pantomima.

Le danze prendevano spesso il nome dal metro che ne regolava i passi. Si dissero così Dattile, Spondaiche o Giambiche, ma comunque si potevano distinguere in 4 tipi sommari: sacre, guerriere, teatrali e domestiche.

Quelle teatrali si suddivisero a loro volta in: tragiche, comiche, satiriche e pantomimiche. Sembra che le danze teatrali presero piede in Grecia, e di conseguenza poi a Roma, da quando Euripide terrorizzò gli spettatori facendo danzare sul palcoscenico le Furie nelle Eumenidi, un gran successo.

La danza da teatro raggiunse in Roma una perfezione tale che la città eterna si entusiasmò per due ballerini rivali: Pilade e Bathylle. Oltre alle danze licenziose del teatro e delle feste pubbliche imperversarono le danze per rallegrare i banchetti.

Le celebri saltatrici di Cadice, le Gaditane, appassionarono gli antichi Romani con le loro danze focose e molti autori ne hanno fatto menzione, come Marziale nei suoi epigrammi e Plinio il giovane in una lettera a Septicius Clarus.

A Roma le nacchere o castagnette accompagnavano il ritmo delle danze popolari, dette crotalia, talvolta di bronzo. Nei teatri si usava dare la cadenza con con zoccoli di legno o di ferro, chiamati dai Latini, e poi dai Romani, Scabilla.

Ma la Roma “pantomima romana” fu piuttosto diversa dalla greca: un solo attore-danzatore mimava una vicenda ricavata dai temi della tragedia greca; tramite la recitazione gestuale, ben presto tale ballo divenne satirico verso tutti i potenti e pure volgare e deliberatamente erotico. Era il prototipo del Pasquino che denunciava e smascherava il potere attraverso il ridicolo.

Contro i danzatori e pantomimi si scagliò ben presto la Chiesa cristiana; nonostante tutto, continuarono comunque a coltivare la danza, la musica, la pantomima. A partire dal III-IV sec. d.c. però la Chiesa cominciò a condannare la presenza della danza anche nei luoghi sacri. Per tutto l’Alto Medioevo sino al XII-XIII sec., le uniche testimonianze sulla danza sono costituite dalle numerose condanne e scomuniche per punire questa ardita forma sacrale, perchè la danza era figlia del diavolo.

Angela Reale