Eco dal passato di Aka Misato – capitoli 1 e 2 –

23

 

Prologo

2091
Da qualche parte nell’America settentrionale

Il dottor Antonio Ragonesi cercava di convincersi che ciò che avveniva tra le mura asettiche di quel laboratorio non fosse terribilmente sbagliato.

“È per un bene superiore”.
Lo scienziato che era in lui riusciva anche a convincersene di tanto in tanto, ma quando si svegliava di soprassalto nel cuore della notte, sudato, con il viso rigato di lacrime dopo un altro
incubo, il velo cadeva dall’illusione e la realtà lo schiaffeggiava con tutta la sua crudezza.
Osservò i suoi colleghi con l’animo colmo di sdegno, quando si avvicinarono al leone incatenato al lettino e all’uomo disteso in quello accanto, legato affinché non avesse scampo.
Lo splendido esemplare di leone albino era sedato, ma non gli era stato concesso il conforto dell’incoscienza. L’uomo gridava, teso nella morsa del dolore e del terrore, il corpo ricoperto di suture e squarci.
“È per un bene superiore”.
Ma il bene di chi?
Il dottor Sanada gli si avvicinò – Comincio a nutrire qualche dubbio sul tuo coinvolgimento in questa ricerca. È da mesi che non porti avanti gli esperimenti e ogni volta che ti chiedo i risultati dei tuoi studi mi sbatti in faccia delle scuse ridicole. –
Gli occhi a mandorla, freddi e calcolatori, cercavano di cogliere ogni piccolo indizio che lo tradisse, ma lui era abituato a indossare una maschera che nascondeva i suoi stati d’animo e non fece trapelare neanche l’ombra del profondo disagio che provava.
– Ci vuole tempo – rispose – e avere costantemente il tuo fiato sul collo non mi aiuterà ad avere i risultati prima. –
Sanada gli puntò un dito contro – Hai un mese esatto da adesso. Se non avrò quei risultati
sulla mia scrivania, sei fuori dalla ricerca e dall’istituto. –
Antonio avrebbe dovuto essere sollevato da quella minaccia, perché l’idea di varcare la soglia e non voltarsi più indietro gli regalava una gioia incontenibile. Tuttavia non era un’opzione possibile. L’istituto di ricerca era la sua casa, la casa di tutti loro ma era anche
l’unica costruzione esistente per migliaia di chilometri. Come se ciò non fosse bastato, quei chilometri erano costituiti da una giungla selvaggia e letale.
Oltrepassò la vetrata quasi correndo, quando vide un collega avvicinare il seghetto acceso al petto del leone, che lo guardava con gli occhi annebbiati dal farmaco e andò a sbattere contro un carrello, rovesciandone l’intero contenuto, facendo girare tutti i presenti dalla sua parte.
Gli sguardi dei colleghi furono su di lui e Steve, col seghetto sospeso a mezz’aria, gli lanciò un’occhiata sorpresa. – Ma che diamine ti prende? –
Antonio si spostò nervosamente i capelli dalla fronte – Almeno addormentatelo, per Dio! – sputò tra i denti con troppa foga.
Le luci si spensero per qualche secondo, facendo pensare a un guasto dei generatori, ma si riaccesero, spegnendosi di nuovo un istante dopo.
Restò paralizzato quando gli occhi del leone lo fissarono intelligenti, vigili e consapevoli, tra uno spegnimento e l’altro.
La grande luce sopra il tavolo operatorio esplose come un fuoco d’artificio, spargendo scintille a ventaglio. Tutte le lampade cominciarono a sfarfallare creando un surreale effetto stroboscopico. Gli si ghiacciò il sangue nelle vene quando un potente ruggito squassò l’aria e lo colpì al centro dello stomaco. Lo sferragliare di catene si aggiunse alla macabra cacofonia di urla e al rumore sinistro di ossa frantumate e carne squarciata.
Preso dal panico e accecato dall’alternanza di luce e buio, vide solo dei frammenti della scena che si svolgeva sotto i suoi occhi attoniti: il leone a terra, morto, con la lingua fuori e due dei suoi colleghi sul pavimento, i corpi scomposti, completamente sventrati.
Sanada, l’unico ancora vivo, era tenuto sollevato da terra dalla forza della mano che gli stringeva la gola.
Antonio spalancò gli occhi, la gola secca, il cuore che galoppava nel petto quando riconobbe in quell’incubo alto più di due metri la cavia che era stata torturata in nome della loro scienza.
Un nuovo ruggito, potente e terrificante, uscì dalla gola di quel colosso, saturando l’aria e riecheggiando nella sala. Un altro lampo di luce e ancora buio. Lo schiocco inconfondibile di ossa lo avvisò che la vita di Sanada era appena finita ancor prima di vedere il suo corpo cadere a

terra in un’angolatura sbagliata.
E trovandosi a fissare i verdi occhi felini dell’uomo, capì che l’impossibile era appena accaduto.

Capitolo 1

2140
Le piante stavano morendo.
Se le circostanze fossero state diverse, il fatto in sé non mi avrebbe destato una tale preoccupazione, ma dentro quelle piccole foglie verde scuro tra cui spuntavano timidi e
aggraziati fiorellini bianchi c’era forse la cura che il genere umano cercava da secoli.
Camminai in mezzo alla corsia tra le due lunghissime travi di legno su cui erano sistemati un centinaio di vasi per raggiungere l’ampio armadio in ferro che conteneva le scorte dei materiali. Il mio compito per quel giorno era di fare l’inventario, anche se il lavoro che svolgevo di solito era ben diverso. Annotai sul quaderno la quantità di ciascun articolo, in modo da poter fare il rifornimento e tornai velocemente a osservare le piante.
Un parassita aveva deciso che quella sarebbe stata perfetta come casa e pian piano si era riprodotto, nutrendosi di quelle foglie che per noi erano tanto preziose.
Questo a papà non sarebbe piaciuto. No, non gli sarebbe piaciuto affatto e l’avrebbe fatto preoccupare ancora di più. Mi si strinse il cuore all’idea di dovergli riportare quella brutta notizia, che avrebbe aggiunto un altro dispiacere alla sua lunghissima collezione.
– Anna, devi venire subito al blocco C. – gracchiò la voce di Jessica nell’interfono.
Perplessa rifeci il percorso la contrario fino alla porta e attraversai il corridoio scuro e umido che collegava le serre alla struttura principale dell’istituto.
Uscii dall’ascensore così ampio da contenere venti uomini e un lettino d’ospedale, raggiungendo velocemente il bancone in legno lucido dell’accettazione. Jessica si destreggiava come al solito tra telefono e computer nella versione della segretaria tutto fare che tutti conoscevano. Era instancabile e tanto efficiente da essere in un certo qual modo inquietante. Mi guardò da sopra la pesante montatura nera che conferiva al suo viso sexy un’aria intellettuale.
Poggiai i gomiti sul bancone, guardandola – Perché tutta questa fretta? –
Lei sospirò – Tuo padre. Ha avuto un altro infarto. – disse con voce addolorata.
Mi diressi velocemente in corsia, superando la sequenza di stanze per raggiungere quella che tristemente era diventata la sua camera personale, dato il suo cagionevole stato di salute, sperando che non fosse troppo tardi.
Non potevo perderlo, mi rifiutavo di prenderne in considerazione perfino l’idea.
Varcai la soglia aperta, individuando subito la sagoma adagiata sul letto. Le tende bianche erano chiuse per smorzare la luce e l’odore del disinfettante mi punse le narici. Avanzai lentamente, accostandomi a lui e gli presi la mano, mentre osservavo il suo viso addormentato che si sfocava attraverso le lacrime. Ricacciai in gola il nodo che m’impediva quasi di respirare, perché vedermi piangere era l’ultima cosa di cui aveva bisogno.
Il macchinario scandiva il ritmo regolare del suo cuore, che sembrava voler dire
“Falso allarme, gente, batto più forte di prima!”
Alan, il cardiologo del reparto, entrò avvicinandosi. Sulla trentina, scuro di capelli e di carnagione, era tutt’altro che bello, ma il cipiglio abituale che gli deformava i lineamenti era solo una facciata che nascondeva una calda e sorprendente giovialità.
– Stai tranquilla, è fuori pericolo. – La sua voce baritonale ebbe subito l’effetto di
calmarmi – Gli ho dato un sedativo per riposare e non si sveglierà prima di un paio d’ore. –
La tensione mi abbandonò, lasciandomi la sensazione di vuoto allo stomaco. – Posso restare
qui con lui? –
Sorrise comprensivo – Certo, ti faccio portare una coperta. –

Rimasta sola mi chinai su papà, depositando un bacio sulla sua fronte sudata e lievemente corrucciata. Sembrava così piccolo in quel letto, quasi si fosse rimpicciolito tutto in una volta. Non era mai stato robusto e neanche alto.
Io avevo preso da lui, ma le somiglianze finivano lì, perché i capelli e gli occhi castani li avevo presi da mamma. Sorrisi ripensando a quante volte gli avevo rinfacciato scherzosamente di non avermi dato i suoi bellissimi occhi azzurro mare, ora costantemente velati dalla tristezza.
No, non era proprio tristezza, era come se qualcosa di simile al rimpianto vi galleggiasse all’interno.
Andai a sedermi nella poltrona sistemata nell’angolo accanto alla finestra e aspettai.
Quando Donna mi portò la coperta, si accucciò accanto alla poltrona sorridendomi come sapeva fare lei nelle occasioni peggiori, con quel suo voler essere sempre di conforto a tutti. Ma essendo mia collega, nonché una cara amica, mi conosceva bene e sapeva che io non amavo gli abbracci in situazioni come quella e che l’unica cosa di cui avevo davvero bisogno era di stare da sola coi miei pensieri.
La luce che entrava dalla finestra le illuminava i capelli biondi, lunghi e ondulati, facendone splendere i riflessi dorati e la pelle perfetta del viso. Un tempo avevo invidiato la sua bellezza, prima che gli anni rendessero necessario attribuire le giuste priorità alle cose della vita.
– Finisco il turno fra poco. Se hai bisogno, chiamami e sarò qui in un attimo. –
Le sorrisi, coprendole la mano con la mia – Lo so. Grazie. –
– Non dirlo neanche. –
Dopo essersi alzata e sistemata l’uniforme bianca, si allontanò voltandosi a guardarmi un’ultima volta prima di uscire. Il turno di notte toccava a me e dato che mancavano ancora parecchie ore, decisi che ne avrei approfittato per riposare, sempre che ci fossi riuscita.
Aprii gli occhi, muovendo le gambe addormentate che avevo piegato sotto il corpo e mi
accorsi di essere scivolata in un sonno profondo per ore, dato che non c’era più luce. Avevo sottovalutato la stanchezza. La stanza era buia, fatta eccezione per il fascio di luce lunare che passava attraverso la fessura tra le tende e che accarezzava con tenui riflessi azzurrati i colori resi grigi dall’oscurità. Sembrava volermi regalare l’illusione che quella fosse la camera da letto di papà e non la fredda stanza d’ospedale dove aveva rischiato di morire. Spostai la coperta e mi misi seduta, realizzando che era tardissimo. Dovevo iniziare il turno, ma non avevo pensato di riuscire a dormire tanto. Ero in procinto di scattare in piedi per correre in corsia a controllare l’ora,
quando m’immobilizzai nell’esatta posizione in cui mi trovavo.
Il cuore sparò un battito così violento che pensai mi sarebbe uscito dal petto e il sangue mi si ghiacciò nelle vene, quando il mio sguardo cadde sulla sagoma scura nell’angolo buio di fronte a me.
Una sagoma enorme!
Nella penombra non riuscii a distinguere i dettagli della figura, anche perché indossava una
specie di mantella nera col cappuccio tirato sopra la testa. L’istinto diceva di scappare o gridare per chiedere aiuto, ma la ragione consigliò saggiamente di non fare mosse azzardate.
– Pa…papà? – Provai a chiamarlo per capire se era sveglio.
– Stai ferma, tesoro. Rimani seduta dove sei. –
La sua voce era inspiegabilmente calma, a dispetto della situazione e me ne chiesi il motivo. Certo non era un’impresa facile restare seduta e ferma, quando un tizio alto quasi fino al soffitto con la stazza di un armadio a quattro ante se ne stava in agguato, forse pronto a farci fuori.
Il tempo si fermò nell’attesa di capire cosa fosse meglio fare. Papà si mosse, cercando di mettersi seduto e poggiò la schiena ai cuscini stropicciati, mentre si schiariva la gola – Chi sei? –
La sagoma fece qualche passo verso il letto, in una lenta e fluida movenza che ricordava l’incedere maestoso di un grande animale. Scura e spaventosa saturava l’aria della stanza, emanando un’aura di pericolo quasi fosse un odore che si portava addosso.
– Sai bene chi sono. –

Capitolo 2

Quel sussurro rauco trasudò potere, risuonando nell’ambiente, impregnando l’aria e mise in allerta tutti i miei istinti, quelli che m’imploravano di mettermi a correre senza se e senza ma.
Non avevo mai sentito una voce simile!

Papà lo conosceva e io ero decisa a scoprirne il motivo.
– Per tutti questi anni mi sono chiesto se ti avrei rivisto. Perché sei qui? –
La sagoma restò immobile, dando però l’impressione di essere pronta allo scatto in
qualsiasi momento.
– Voglio il nome di chi ha partecipato alla ricerca. –
Osservai la scena, spostando lo sguardo dall’uno all’altro, curiosa di seguire quello
scambio. Quale ricerca? Avevo sempre saputo che papà custodiva dei segreti, come sapevo che c’era qualcosa del suo passato che lo aveva tormentato, qualcosa che
aveva turbato il suo animo così nel profondo da fargli blindare quel capitolo della sua vita, rendendolo inaccessibile anche a chi gli era più vicino.
A quelle parole papà si mosse a disagio, corrucciando la fronte ampia e facendo risaltare le rughe attorno agli occhi.
– Per farne cosa? – chiese passandosi la mano tra i pochi capelli grigi che gli restavano. Conoscevo quel tono, perché lo usava quando voleva sembrare calmo e padrone della situazione ma in realtà era ben lungi dall’esserlo. Il dottore si sarebbe sempre mostrato all’altezza, mai vulnerabile.
– Non c’è bisogno che risponda. So bene cosa farai e per questo non posso darti ciò che mi chiedi. –
– Sei in debito con me, vecchio, o te lo sei dimenticato? –
Papà si sporse in avanti con gli occhi accesi dall’emozione – Non ho dimenticato niente, ma è una cosa che non posso fare! –
Si stava agitando e il “bip” segnalò un aumento critico dell’attività cardiaca. Cominciai a preoccuparmi, ma non potevo fare nulla per farlo calmare, perché se mi fossi anche solo mossa nel modo sbagliato, avrei potuto peggiorare la situazione.
L’uomo indietreggiò appena, portandosi vicino alla porta, catturando ancora una volta il
mio sguardo ipnotizzato da quel suo modo particolare di muoversi e, come se si fosse accorto di essere osservato, si voltò appena dalla mia parte.
Non potevo vedere il suo viso ma sentii bruciare l’intensità del suo sguardo su di me, sentendomi improvvisamente esposta e messa a nudo, una sensazione nuova che non mi piacque affatto.
Avevo lavorato tanto su me stessa per evitare di sentirmi proprio in quel modo e fu come se nel tempo di un battito di ciglia, tutto l’impegno che avevo messo nel costruire la mia
forza, quella che mi era servita a diventare la persona che ero, fosse stato vano.
Sospirai di sollievo quando si voltò di nuovo verso papà, anche se la sensazione di essere stata in qualche modo violata continuò ad aleggiarmi attorno.
– Non farmi pentire di non averti ucciso subito e dammi quello che ti chiedo o distruggerò tutto ciò che ami. – Il suo volto si girò nuovamente dalla mia parte, per fargli arrivare il messaggio forte e chiaro, facendo riaffiorare quella sensazione di gelo.
Papà iniziò a tremare e a farfugliare parole senza senso, facendo scattare dentro di me un potente istinto di protezione. Mi alzai in piedi, camminando verso il letto, perché
nonostante la paura paralizzante che si era impadronita di me, mai e poi mai avrei
permesso a qualcuno di fargli del male senza lottare per difenderlo, fossi dovuta morire
nel tentativo.
– Sta male, non riesce a ragionare lucidamente. – dissi mentre lo aiutavo a sdraiarsi – Ha

bisogno di un po’ di tempo per riprendersi e in ogni caso se muore non ti sarà di alcuna utilità. –
L’uomo si portò di fianco alla porta, avvolto da quell’inquietante oscurità e uscì senza degnarmi di una risposta.

Chiusi gli occhi, cercando di calmare il tremore, accarezzando il viso sconvolto di papà.
I suoi occhi mi fissavano sbarrati e angosciati, le labbra piegate in una smorfia di dolore,
mentre con la mano ossuta mi afferrava il polso, interrompendo il mio tentativo di coprirlo meglio.
– Vai nel bunker sotterraneo e accendi il computer. –
Il monitor collegato al macchinario mostrò che le sue pulsazioni stavano aumentando pericolosamente, così schiacciai il pulsante per chiamare Alan.
– Calmati, non ti agitare! –
– Stammi a sentire una buona volta! – disse più come una supplica che come un
rimprovero – Cerca il file “Nuova Terra”. Se mi dovesse capitare qualcosa, nel bunker troverai anche delle armi. Chiedi a Jessica, lei è al corrente di tutta la mia ricerca sulle nano tecnologie. – si umettò le labbra screpolate, mentre chiudeva gli occhi.
Finalmente arrivò Alan, che guardò il monitor per controllare i valori, cominciando subito
a preparare una dose di diazepam che iniettò nel tubo della flebo.
Quando papà si addormentò, andai a parlare con Jessica. Le chiesi di trovare chi mi
sostituisse per quella notte, raccontandole dell’uomo che aveva fatto irruzione nella
camera, della sua richiesta, della minaccia e di ciò che papà mi aveva detto del bunker,
vedendo mentre parlavo il repentino cambiamento d’espressione sul suo viso che da
preoccupato diventò terreo e pallido.
Rovistò in un cassetto tirando fuori una tessera magnetica che mi consegnò – Ti serve
per aprire la porta. –
La presi facendole un cenno con la testa, prima di andare a prendere l’ascensore.
Attraversai la grande hall dell’ospedale e varcai le alte porte a vetri, trovandomi
direttamente fuori nel giardino che circondava la struttura a cupola.
In realtà tutta la nostra piccola città era un insieme di cupole a piani, collegate tra loro da
tunnel trasparenti, fatti di un materiale ecologico progettato dallo staff di scienziati alle dipendenze di papà.
L’ospedale era la cupola più grande cui si collegavano tutte le altre, dalle abitazioni ai
laboratori, dalle scuole ai centri ricreativi e sportivi, dalle serre ai centri di smistamento
dei materiali tessili; il tutto circondato da prati curati, alberi da frutto e piccoli corsi
d’acqua.
Svoltai a destra e costeggiai il centro ricreativo per entrare nelle serre. Era buio ma le
cupole avevano un sistema d’illuminazione interno che creava un suggestivo alone
arancione che si espandeva nella notte e permetteva di vedere il tanto sufficiente da non
perdersi.
Entrai in casa con mille domande nella testa, col bisogno di sapere.
“Non farmi pentire di non averti ucciso subito.”
Quelle parole continuarono a risuonare nella mente, sollevando ulteriori domande ed
esigendo delle risposte che papà mi avrebbe dovuto dare, a dispetto di tutte le sue
reticenze.
Raggiunsi la cucina senza accendere le luci, trovando subito la porta blindata che
nascondeva le scale in pietra che scendevano nel sotterraneo.
Lo spazio interno era suddiviso in zona giorno e zona notte in cui c’erano rispettivamente
una cucina, un salotto e l’ufficio di papà, il tutto arredato con uno stile moderno essenziale
ma funzionale e una camera da letto con bagno, anch’essi semplici e senza fronzoli. Del
resto papà l’aveva progettato per ospitare la nostra piccola famiglia composta da tre
persone.
Questo molto prima che la mamma si ammalasse. E morisse.

Mi riscossi subito, cacciando quei ricordi nel buio cassetto della mente in cui li avevo riposti, richiudendo quel baratro nero, prima che mi afferrasse e mi facesse precipitare. Entrai nell’ufficio, sedendomi di fronte al computer e lo accesi con un
senso di anticipazione.

Dopo diversi passaggi trovai il file che m’interessava e lo aprii con la password, attivando la biblioteca virtuale.
Dal monitor del laptop partì un fascio di luce che sparì alle mie spalle. Mi girai, trovandomi a guardare la versione olografica di papà in piedi al centro della stanza. Doveva aver fatto quel video diversi anni prima, a giudicare dai pochi capelli brizzolati che gli ingrigivano i lati della testa. I suoi occhi guardavano dritti verso di me, come se avesse previsto la posizione che avrei assunto per guardare il video.

Tipico di lui prevedere sempre ogni cosa, anche il dettaglio apparentemente senza importanza.
“Figliola – sorrise bonariamente – se siamo giunti a questo, significa che sono morto o che la situazione è disperata. Ho fatto questo video perché voglio che dopo di me, sia tu a portare avanti la comunità.”

Feci un sospiro e mi accomodai meglio sulla sedia troppo dura.
“Per farti capire la grande importanza del progetto Nuova Terra, devo partire da molto prima. Non voglio dilungarmi in questo video sui dettagli storici che hanno riguardato la razza umana o il pianeta nei tempi passati, per quello ti ho preparato un file con una raccolta di libri che potrai studiare quando vuoi. Mi limiterò a riportare i dati salienti, quelli che ti permetteranno di capire meglio.
Nel 2017 ci fu la grande guerra nucleare, quella che coinvolse tutto il pianeta e che distrusse quasi la totalità delle città e della razza umana. Come ben immaginerai, tutto venne contaminato: suolo, aria, acqua. Tutto era veleno e i pochi sopravvissuti vissero nei bunker antiatomici, costruiti dai potenti dell’epoca per i pochi che potessero permettersi di pagare l’ingresso per loro e le loro famiglie.”
I lineamenti spigolosi di papà si allargarono in un sorriso ironico.
“Devi sapere che prima della guerra tutta la vita sul pianeta era regolata da un sistema perverso: esistevano delle gerarchie decise sulla base del possesso di questa cosa chiamata “denaro”. Più se ne possedeva, più si poteva scalare la gerarchia, meno ne avevi più diventavi incapace di provvedere alla tua stessa sopravvivenza. Infatti ogni cosa, istruzione, cibo, sanità, assistenza era elargita in corrispondenza di un pagamento più o meno consistente di questo denaro. Se non ne avevi eri lasciato a morire di stenti o di malattia. Ben presto la razza umana portò se stessa all’autodistruzione e nell’ingordigia dei potenti di aggiudicarsi fette sempre più grandi di stati e continenti, farsi la guerra diventò l’unico modo di portare avanti quel sistema folle e accaparrarsi sempre più risorse, distruggendo l’ambiente. Mostruoso e incomprensibile, vero? Eppure è esattamente ciò che accadde. Col passare degli anni, i pochi che riuscirono a non ammalarsi, cominciarono pian piano a creare dei piccoli villaggi in superficie e molti perirono per via delle radiazioni. Dai villaggi si passò a piccole città costruite sulle macerie di quelle già esistenti e molto lentamente la vita sembrò tornare alla normalità, per così dire. Ma io non ho mai avuto fiducia nel genere umano e sapevo che era solo questione di tempo prima che si ricascasse negli stessi errori del passato. Per questo motivo, dopo essere diventato uno scienziato e aver conosciuto tua madre, insieme progettammo questa città. Un posto dove non ci fossero gerarchie o privilegi, ma solo regole nel benessere di tutti. Dove la gente non avesse bisogno di pagare per poter vivere una vita felice. Immaginammo di costruire edifici ecologici con materiali che assorbissero l’energia solare, di creare serre e coltivazioni protette per garantirci del cibo sano, di avviare programmi d’istruzione per tutti, improntati sul rispetto del pianeta. Ma non fummo così sciocchi da pensare che il mondo esterno ci avrebbe lasciato vivere in pace e così continuammo le ricerche sulle nano tecnologie nucleari a fusione. Creammo anche delle recinzioni esterne a difesa di

eventuali pericoli esterni e armi. Nell’armadio qui accanto troverai tutto e anche
l’occorrente per comprenderne l’utilizzo. Ho dedicato tutta la mia vita allo studio del
sistema immunitario umano e alla ricerca, per trovare il modo di rafforzare il nostro DNA,
ma nonostante tutto il mio impegno, non sono riuscito a trovare la cura per la sindrome degenerativa, la stessa malattia che si è portata via tua madre. È una malattia recente, che
si è sviluppata dalla mutazione di vecchie malattie ormai scomparse.
Ho condotto degli studi sulle piante e ho fatto delle scoperte interessanti con gli esperimenti in vitro. Ti lascio l’accesso a tutto il mio materiale di ricerca con i vari studi e risultati.
So che non sei una scienziata, Anna, ma puoi essere una buona guida al posto mio, perché tutti ti rispettano, compresa la mia squadra di ricercatori. Non scoraggiarti e lavora sodo, come io ti ho insegnato. Se dovessi mai averne bisogno, sappi che l’intera rete di cupole è riprodotta nel sottosuolo da bunker come questo. Ti auguro buona fortuna, figliola.”
Non era mai stato capace di esprimere i propri sentimenti con disinvoltura, apparendo
freddo alla maggior parte delle persone che avevano a che fare con lui e fu per quel
motivo che la tenerezza del suo sguardo era appena accennata.
Ma io sapevo cosa c’era nel suo cuore per me, me l’aveva dimostrato ogni giorno della sua
vita, nel modo in cui gli riusciva meglio: guidandomi per far sì che avessi un’istruzione impeccabile, dandomi così il potere più grande, quello della conoscenza.
Deglutendo a fatica ricordai a me stessa che lui era ancora vivo, mentre l’immagine
scompariva risucchiata all’interno del monitor come il genio dentro la lampada, ma non fu
facile scacciare l’odiosa sensazione che quello fosse un addio.
Come facevo sempre quando mi trovavo ad affrontare un dolore emotivo, mi barricai
dietro uno spesso muro di razionalità, che mi permetteva di cristallizzare le emozioni, di congelarle e lasciarle lì, inoffensive e silenziose, nell’attesa di trovare un modo per farle scomparire senza farmi troppo male.