Eco dal passato di Aka Misato – capitoli 3 e 4 –

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Capitolo 3

 

Entrai in casa, abbandonando la chiave magnetica sul tavolo di cucina, mentre scalciavo

via le scarpe e mi sfilavo con gesti sconnessi la maglietta sportiva. Aprii il rubinetto

dell’acqua calda e finii di svestirmi nell’attesa che si scaldasse.

Fissai un punto imprecisato nel mosaico colorato di mattonelle, sentendomi

avvolta da una sensazione di irrealtà che annebbiava i pensieri.

Papà era entrato in coma.

Allungai la mano sotto l’acqua per controllare la temperatura e andai a mettermi subito

sotto il getto bollente, nella speranza che lo shock termico mi tenesse ancorata alla realtà.

Alan aveva cercato di rassicurarmi con le solite parole di circostanza che io stessa avevo

usato tante volte per confortare i familiari dei malati. Con quel suo modo preciso

di parlare aveva detto che non era un coma irreversibile e che c’era ancora speranza. Solo che i

suoi occhi mi avevano suggerito di non sperarci troppo.

Avevo passato tutta la giornata a guardare gli ologrammi storici e gli annuali della

comunità. Avevo persino aperto l’armadio, avventurandomi nell’esame delle armi e del

loro funzionamento, o almeno ci avevo provato.

Non ero pronta a diventare orfana. Non ero pronta a diventare la guida della comunità.

Ma sopratutto non ero pronta ad affrontare la minaccia che incombeva su di noi, quella

alta e grossa che sarebbe tornata a farci visita da un momento all’altro.

Era quasi notte e non era successo ancora niente, così, anche se solo per un breve istante,

mi ritrovai a sperare che avessimo scampato il pericolo, ma sapevo bene che lui non

avrebbe rinunciato.

Non avevo idea di cosa cercasse quell’uomo!

Non sapevo neppure che ricerca fosse quella di cui aveva parlato con papà la notte prima. Non che non avessi cercato tra i suoi file, dato che c’ero e avevo il

suo computer a disposizione, ma avevo trovato meno di zero. Avrebbe scoperto che papà

non poteva aiutarlo e allora cosa avrebbe fatto?

La situazione era molto più che potenzialmente disastrosa.

Mi avvolsi il telo da bagno attorno al corpo, grata di aver avuto pochi giorni prima la

brillante idea di tagliarmi i capelli.

Nonostante tutto sorrisi ripensando a come Donna aveva storto il naso, guardandomi

come se fossi impazzita, mentre cercava di dissuadermi dal fare quel “terribile sbaglio”. 

Poi mi aveva aiutato a tagliare, ripetendo che me ne sarei pentita, oh, quanto me ne sarei pentita!

Mi guardai nello specchio verticale accanto al letto, senza curarmi dei solchi scuri che

avevo sotto gli occhi per la mancanza di sonno e per la tensione accumulata.

Ero esausta, ma dovevo trovare il modo di restare sveglia e con la mente vigile, poiché

mancava poco all’inizio del turno in ospedale.

Indossai pantaloni e blusa bianchi della divisa e andai scalza in cucina, beandomi per il

tiepido calore irradiato dal pavimento. Era ancora autunno, ma l’approssimarsi

dell’inverno rendeva le notti fredde e il riscaldamento necessario.

Accesi la macchina per il caffè, trafficando davanti al mobile per prendere la mia tazza a forma di coniglietto. Mi piacevano gli animali.

Sì, beh, anche se in realtà non ne avevo mai visto uno, non essendo mai uscita al di fuori

delle recinzioni esterne.

L’unico modo per poterli vedere e studiare era quello di aprire un libro virtuale. Tuttavia

le immagini erano prive di vita ed era difficile immaginare come dovevano essere nella

realtà.

Sbadigliai, poggiandomi al bordo bianco del mobile, mentre l’aroma delizioso del caffè

cominciava a espandersi nell’ambiente.

Poi qualcosa picchiò, bussando contro il vetro della porta finestra, facendomi trasalire.

Lasciai il caffè, l’ormai familiare morsa della paura che cominciava a stringersi

attorno a me.

Sapevo chi era e, nonostante ciò, estrassi un coltello dal ceppo in titanio e cominciai ad

avanzare lentamente verso il salone con la schiena poggiata alla parete, senza accendere la

luce. Mi portai accanto al vetro e scostai appena la tenda per guardare.

Scattai subito indietro, appiattendomi contro il muro e cercando di calmare il panico che

mi assalì all’improvviso. La vista mi si offuscò per qualche secondo, il cuore quasi mi

schizzò via dal petto e la testa cominciò a girare.

Riprenditi, Anna, dannazione!

L’uomo col cappuccio si stagliava contro la luce lunare come un grande e oscuro presagio.

Non sapevo come aveva fatto a trovarmi, ma la cosa non mi sorprese affatto.

Aveva bussato senza sfondare la finestra, cosa che avrebbe potuto fare senza

difficoltà, e nel momento stesso in cui me ne chiesi il motivo, la risposta si formò nella

mente con sorprendente rapidità: lui sapeva che non potevo scappare da nessuna parte. E lo sapevo anch’io.

Chiusi gli occhi, raccogliendo tutto il coraggio che avevo, imponendomi di essere lucida.

Mi spostai davanti alle tende e ne afferrai i lembi, aprendole con uno scatto.

Vedevo solo la grande sagoma nera che copriva la luna, mentre armeggiavo con la

chiusura della finestra, sbloccandone il meccanismo di sicurezza. Scostai appena le due

ante e cominciai a indietreggiare, allontanandomi il più possibile.

Raccogliendo l’invito, l’uomo entrò nel salone di casa mia e il movimento delle sue spalle fece scostare la mantella, lasciando intravedere lunghissimi capelli argentati.

L’immagine di un vecchio deforme o sfigurato mi balenò nella mente, facendomi rabbrividire. Ecco svelato il motivo di tanta cura nel nascondere il viso, continuai a pensare nel vortice della paura.

Gli puntai il coltello contro – Non ti avvicinare. –

– Mettilo via. –

Quel sussurro che impregnava l’aria di potere pizzicò di nuovo le mie terminazioni

nervose, intimidendomi ma non fece vacillare il mio proposito di affrontarlo a qualsiasi

costo, perché se non l’avessi fatto, avrei permesso che quella costante minaccia incombesse

sulle vite di tutti noi.

– Non lo farò – dissi sollevando il mento per sfidarlo.

I suoi occhi mi scrutarono dall’ombra in cui erano nascosti, lasciandomi in netto svantaggio. E sapevamo entrambi che, se avesse voluto aggredirmi, quel coltello che brandivo con la mano tremante non mi sarebbe servito a nulla.

– Sei venuto qui inutilmente. Io non ho quello che cerchi. –

Lui emise uno sbuffo stizzito – Sono andato a trovare il vecchio, ma sembra caduto in un

sonno simile alla morte. –

Che strano modo di descrivere la situazione.

– È in coma. –

– Cosa significa? –

Quella era proprio una domanda che non mi aspettavo. Tutti sapevano cosa era il coma!

E oltre a non saperlo sembrava anche contrariato, cosa che mi mandò su tutte le furie.

Papà avrebbe potuto non svegliarsi più e lui ne era infastidito?

Presi un bel respiro – Significa che ha perso coscienza e che forse le sue funzioni cerebrali sono compromesse in modo irreversibile. –

Ero furiosa e senza pensare gli gridai contro – Non può darti la tua stupida lista, quindi tornatene da dove sei venuto e lasciaci in pace! –

Accadde in pochi attimi.

Un secondo prima ero in piedi vicino alla porta col coltello in mano, quello dopo ero stata

disarmata e sbattuta contro il muro, con una mano dell’uomo stretta attorno al polso e

l’altra attorcigliata ai miei capelli sulla nuca.

Mi mancò il respiro nella violenza dell’impatto, scioccata dalla forza e dalla velocità con

cui si era mosso.

Non l’avevo neanche visto arrivare! Com’era possibile?

– Stupida lista? – ruggì nel mio orecchio, letteralmente, terrorizzandomi così tanto che

rischiai di perdere il controllo delle funzioni fisiologiche.

Era stato un ruggito vero, quello che aveva riverberato nella sua gola mentre sibilava con

rabbia.

Con chi o con cosa avevo a che fare? Non poteva esistere! Gli esseri umani non emettevano suoni simili!

Annaspai cercando di non soccombere all’ondata di panico che rischiò di farmi perdere i

sensi e lasciarmi in balia di quell’incubo.

La presa su di me si allentò e non appena venne a mancarmi il sostegno che mi teneva in

piedi, le gambe mi cedettero facendomi crollare in terra. Dovevo reagire. Avrei pensato

dopo a ciò che era appena successo, ma ora dovevo sopravvivere e mettermi in salvo.

Lui si allontanò, quasi avesse capito il mio bisogno di calmarmi. Possibile che capisse davvero? O che gli importasse?

– Se tuo padre non può portarmi da loro, lo farai tu, ragazza, che ti piaccia oppure no. –

Riuscii lentamente a risollevarmi da terra, poggiando la schiena al muro, fissandolo nella

penombra – E se non dovessi farlo ci ucciderai tutti, non è vero? Beh, a volte morire può essere il male minore. Non so se riuscirei comunque a vivere, avendo sulla coscienza la vita di persone

innocenti. –

Lanciò qualcosa che atterrò sul pavimento con un tonfo sordo, poco lontano dai miei piedi.

Sembrava un grosso quaderno – Che cos’è? –

– Sono gli appunti di tuo padre sulla ricerca. Leggili e guarda con i tuoi occhi che cosa

facevano le persone “innocenti”. – rispose, arrotando l’ultima parola.

La famigerata ricerca! La curiosità s’insinuò dentro di me come un tarlo, rendendomi

impossibile resistere alla tentazione di leggere quanto più potevo.

Esitante mi chinai a raccogliere il quaderno, accarezzando la morbidezza del cuoio chiuso da lacci che rivestiva uno spesso strato di fogli ingialliti.

Controllando con la coda dell’occhio che lo sconosciuto non si muovesse, mi avvicinai

all’interruttore per accendere le luci e quando l’ambiente si rischiarò, l’uomo si voltò di scatto per evitare che ne scorgessi i lineamenti.

Le parole deforme e sfigurato tornarono a rimbalzare nei miei pensieri. Quale dei due?

Non ero certa di volerlo scoprire, era già abbastanza spaventoso con quella sua stazza da

gigante per aggiungervi qualcos’altro.

Si scansò di lato quando avanzai verso il divano e camminò verso la finestra con passi

lenti e fluidi che lo facevano sembrare leggero come una piuma a dispetto del suo peso.

Mi sedetti e iniziai la lettura dalla prima pagina.

Non avevo una preparazione tale da poter capire l’esatto significato delle numerose formule matematiche che si susseguivano di pagina in pagina, ma ero abbastanza istruita in ambito medico da capire tutto il resto.

Minuto dopo minuto, i miei occhi corsero sulle righe vergate a mano dalla calligrafia

sobria di papà, divorando parole, studiando numeri e tabelle, analizzando grafici.

Inesorabile cominciò ad affiorare la comprensione di ciò che avevo davanti e anche

l’incredulità, seguita da uno stato di profonda negazione.

Non esisteva una sola ragione al mondo per la quale avrei potuto credere che papà avesse

immaginato, pensato, scritto e attuato delle simili mostruosità. Erano delle cose così

raccapriccianti che ebbi l’istinto di lanciare il quaderno lontano da me per l’insopportabile

disgusto.

Ma che lo credessi o meno, era nero su bianco, scritto di suo pugno e non c’era alcuna

possibilità che quella non fosse la sua scrittura.

Per tutto il tempo l’uomo se ne rimase in piedi, accanto alla finestra, con una spalla

poggiata al muro in una posa indolente, con le braccia conserte nell’attesa.

Non disse una parola, lasciandomi tutto il tempo di visionare e digerire quell’orrore.

Come se fosse stato possibile!

Avevo bisogno di più tempo per leggere tutto, ma intuii che non avesse poi tanta

importanza. Chiusi il quaderno e lo tenni sulle gambe, mentre sollevavo gli occhi verso di lui,

schiarendomi la voce – Perché ti interessa tanto trovare queste persone? –

– Mi aiuterai o dovrò costringerti? – chiese eludendo la mia domanda, voltando appena la testa ma senza mostrarsi a me.

Sospirai stanca, massaggiandomi la radice del naso – Non ho idea di come fare! –

– Farai bene a trovare il modo e a farlo in fretta. –

– Minacciare non è il modo migliore per ottenere la collaborazione di qualcuno, te l’hanno

mai detto? –

Le mie parole o forse la mia incosciente sfacciataggine gli fecero dimenticare per qualche

istante la necessità di nascondersi, ma quando se ne accorse fu troppo tardi. Si era

girato solo pochi secondi, ma erano stati sufficienti a farmi intercettare i suoi occhi.

Non sapevo esattamente cosa avessi appena visto e neppure se l’avessi visto davvero.

L’unica cosa che sapevo con assoluta certezza era che sotto quel cappuccio, a fissarmi

con uno sguardo feroce, non c’erano occhi umani.

Mi alzai dal divano e gli puntai di nuovo il coltello contro, cercando di contrastare il tremore che

mi scuoteva, per non farmelo cadere di mano.

– Che cosa sei tu? – Anche la mia voce tremava, ma non riuscii a impedirlo.

Il silenzio continuò per diversi minuti.

– Io sono quello che sono e questa sarà l’unica risposta che avrai. La sola cosa che ti deve

interessare in questo momento è la ricerca di quella maledetta lista. –

Scoppiai in una risata isterica, mentre i denti mi battevano nel tentativo di parlare ancora

– Certo, come se fosse facile. –

Espirò forte – Ti avverto, sciocca ragazza, che sto perdendo la pazienza! –

Io sciocca? Mi erano state dette tante cose, ma quello era sicuramente l’insulto più odioso

che qualcuno mi avesse mai rivolto contro.

– Prova di nuovo a chiamarmi sciocca e, dovessi pure squartarmi o farmi a pezzettini,

l’unica cosa che otterrai da me sarà un enorme vaffanculo. –

Le mie parole riecheggiarono nel silenzio prima che venisse interrotto dalla bassa risata

beffarda che gli gorgogliò nel petto e che mi lasciò interdetta.

La sua sprezzante presa in giro però si spense velocemente e la risata fu sostituita dal tono

di voce tagliente – Mi toglierò il cappuccio in modo da soddisfare la tua curiosità, così da

lasciarci tutta questa parte alle spalle una volta per tutte e poter cominciare a lavorare su quello che m’interessa, senza ulteriori distrazioni.-

Ora che non sussurrava più, la sua voce suonava profonda e rauca come se raschiasse

nella gola, a confermare ancora una volta che non era umano, per quanto sembrasse

assurdo anche solo pensarlo.

Non ero sicura di voler scoprire come…

I miei pensieri furono interrotti, distratti dal movimento delle sue mani che

lentamente cominciarono ad abbassare il cappuccio all’indietro.

Il coltello mi cadde dalle mani, mentre fissavo a bocca aperta qualcosa che ero certa non

avrei più dimenticato. Qualcosa che non sarebbe neppure dovuto esistere!

Tolto il cappuccio, slacciò la mantella che era legata attorno al collo muscoloso e la lanciò

sul divano, torreggiando su di me mentre ne studiavo l’imponente figura in ogni vivido

dettaglio.

Avrei dovuto trovarlo mostruoso, persino raccapricciante, ma l’unica cosa che riuscivo a

vedere era la prorompente e assoluta bellezza della sua unicità.

Gli ingranaggi della mia mente si erano inceppati e dovetti fare uno sforzo enorme per

distogliere lo sguardo dal suo viso e recuperare il controllo, insieme a una parte della

dignità che avevo perso per strada.

– Se dovessi aiutarti, poi ci lascerai in pace? –

Lui incrociò nuovamente le braccia sul petto – E perché non dovrei? – rispose sempre più

sprezzante – Darvi il tormento richiederebbe troppe energie che non sono disposto a

sprecare, per degli esseri inutili come voi. –

Oh! Il suo odio irradiò da lui come una nube venefica, chiarendomi sin dall’inizio che

posto occupavamo, noi, nel suo universo.

Presi un respiro profondo mordendomi la lingua per non sputargli in faccia ciò che

pensavo di lui e diedi sfoggio di tutta la mia capacità diplomatica, lasciando perdere.

– Ti dico subito che non sarà facile. –

Mi diressi verso la cucina per bere il caffè che avevo preparato, potendo sentire la sua presenza dietro di me, mentre mi seguiva.

Presi la tazza e mi poggiai al mobile mentre bevevo, trovando in quel semplice gesto il

conforto che mi serviva.

Lui lasciò vagare lo sguardo nell’ambiente, con disinteresse e senza soffermarsi su niente in

particolare e notai quanto la mia piccolissima cucina apparisse ancora più piccola, con lui

dentro.

– Puoi almeno dirmi perché hai tanta fretta? –

Lui fece ruotare piano gli occhi minacciosi e intensi su di me.

– Quella gente ha preso mio figlio. –

                                             

                                     Capitolo 4

Il bosco era una fortezza impenetrabile che non gradiva la visita di ospiti indesiderati e la

luna coi suoi raggi pallidi non faceva eccezione.

Gli incauti che tentavano la sorte, vi entravano per non vedere mai più la luce del sole,

diventando parte integrante di esso e nutrendo la terra con carne e sangue.

L’ingordo tiranno non conosceva alcuna pietà, quando sguinzagliava i propri figli, belve

impazienti che cacciavano nell’ombra e che, scatenata la loro brama, dilaniavano con

accuratezza letale qualsiasi cosa capitasse a tiro.

Ma per lui il bosco era semplicemente casa.

Lui poteva camminare tra gli alberi secolari che, coi rami protesi come braccia, lo

accoglievano immobili come mamme amorevoli, dopo aver atteso il suo ritorno.

Il bosco non gli faceva paura e neanche le sue belve, perché tra esse lui era la più feroce.

S’inoltrò nella fitta vegetazione, fendendo la nebbia con la sua vista acuta per cercare il

sentiero da cui era arrivato e fiutò subito nell’aria l’odore di Arwin, di sicuro già sulle sue

tracce.

Le foglie si mossero e l’amico spuntò fuori come un’apparizione dalla foschia.

– Ce ne hai messo di tempo. –

– C’è stato un imprevisto. – rispose lui contrariato.

Il telefonino, uno degli oggetti infernali creati dalla tecnologia degli umani, vibrò nella sua

tasca. Lo prese e lo portò all’orecchio.

– Come ti è saltato in mente? – Chiese sottovoce la donna dall’altro capo dell’apparecchio.

Sapeva bene a cosa si riferiva – Non ho avuto scelta. –

– Ti avevo detto che avrei trovato il modo per farti avere quei nomi! Perché sei andato da

sua figlia? –

– Perché non posso aspettare che facciano a pezzi il bambino, per non turbare la ragazzina

viziata! –

La donna sospirò esasperata – Lasciamo perdere, non è il momento di discutere. È venuta

da me e mi ha detto degli appunti di Antonio che le hai dato. Era sconvolta e anche

spaventata. Cosa è successo? –

Ah, la ragazza non le aveva raccontato proprio tutto.

– Niente d’importante. Si sta dando da fare per trovare la lista? –

– Credo di sì, ma tu lasciala in pace, altrimenti la mandi fuori di testa. –

Quanto lo irritava dover avere la pazienza di adeguarsi al basso grado evolutivo di quella

razza scellerata. Erano lenti in tutto, nel pensare, nel muoversi. L’unica cosa che riuscivano

a fare anche troppo rapidamente era distruggere qualsiasi cosa con cui venissero a

contatto. E questo era un altro motivo per disprezzarli, non che il suo odio

avesse bisogno di ulteriori incentivi.

– Sai che non posso farlo, è passato un altro giorno e siamo ancora al punto di partenza. –

– Ti capisco, ma anche se voglio aiutarti non voglio che tu le faccia del male, quindi datti

una regolata. –

Arwin lo guardava di sbieco, poggiato al tronco di un abete, infastidito come ogni volta

che lui aveva la necessità di comunicare con quella donna. Se c’era qualcuno che odiava

gli esseri umani più di lui, quello era proprio Arwin.

– Le ho dato qualche ora per farsi venire un’idea, poi avrò bisogno del tuo aiuto per

entrare. E no, non le farò del male, per il momento. Ti mando un segnale quando è tempo. –

– Si dice messaggio, non segnale. Ok, dammi cinque minuti da quando lo mandi, ma poi

sbrigati, non posso disattivare la corrente troppo a lungo o se ne accorgeranno. –

Chiuse la comunicazione senza aggiungere altro, senza un saluto finale e sapeva che

dall’altro lato lei si sarebbe, come dicevano loro? Ah, incazzata, sì, quella era la parola che

lo faceva sempre sogghignare. Diverse volte lei gli aveva gridato contro come una gallina

starnazzante per quelle sue mancanze di tatto, ma lui l’aveva sempre ignorata. Non gli

interessavano le convenzioni di cui gli umani si servivano per evitare la semplicità

dell’esistenza.

Ora il tempo degli indugi era passato.

Non avrebbe commesso l’errore di lasciarsi distrarre o distogliere dalla sua caccia, non

fino a quando non avesse trovato quello che cercava e riportato il piccolo sano e salvo tra

le braccia di sua madre.

Arwin continuò a guardarlo torvo – Non riesco a capire come fai a fidarti di quella

femmina. –

Era troppo giovane per capire che l’astuzia era l’arma migliore, anche per loro, nonostante

avessero una forza superiore e sensi più sviluppati. Le nuove generazioni erano quelle che

facevano del loro disprezzo l’unica ragione di vita, anche se avevano in comune con la

razza odiata molto più di quanto sarebbero mai stati disposti ad ammettere.

– Discorso vecchio, già masticato, già digerito. Ora fai silenzio e tieni occhi e orecchie ben

aperti. –

Arwin dilatò le narici, fiutando l’aria – Lo senti anche tu? –

Sì, lo sentiva eccome. L’aveva sentito subito dopo essere uscito dalla recinzione ed essersi

avvicinato al bosco, ma aveva cercato di ignorarlo, nonostante lo stomaco gli ricordasse

dolorosamente che era vuoto da più di mezza giornata.

– Cervi. Almeno due. –

L’amico socchiuse gli occhi, cominciando a scrutare in mezzo agli alberi, l’acquolina in

bocca – Ci dividiamo? –

Lo sapeva. Non avrebbe dovuto portarlo con sé. Era incapace di tenere l’attenzione su qualcosa troppo a lungo, rendendolo una spalla inaffidabile, ma si era lasciato convincere dalla sua insistenza e dal fatto che avesse bisogno di imparare doti come la pazienza o la disciplina.

Si voltò di scatto verso di lui, lanciandogli un’occhiata d’avvertimento che lo fece arretrare

di qualche passo. Bravo ragazzo, aveva capito.

– Scusa, Ren, è solo che…ho fame, ecco. –

– Mangerai quando torneremo a casa. – sibilò innervosito dal suo stesso istinto, che lo

spingeva a correre nel sottobosco e andare a prendersi la carne, per placare i morsi della

fame.

Arwin non si azzardò a controbattere e ciò gli fece evitare un brutto quarto d’ora.

Si sentiva irrequieto, impaziente di entrare in azione, tutto pur di fare qualcosa e non

dover stare ad aspettare, mentre il piccolo Nyad era da qualche parte, solo, forse legato a

qualche maledetto letto di ferro a subire ciò a cui non poteva pensare se non voleva perdere la ragione.

Arwin accettò suo malgrado di starsene fermo e soprattutto zitto, cosa che gli fu alquanto

gradita.

Quando arrivò il momento prese il piccolo dispositivo e mandò il messaggio, guardando le

cifre impresse sullo schermo luminoso, memorizzando l’ora per cominciare il conto alla

rovescia.

Cinque maledettissimi minuti e avrebbe potuto riprendere il controllo.

Sperava solo che quell’umana avesse trovato qualcosa.

Col vecchio fuori dai giochi, se la ragazza non avesse avuto modo di aiutarlo, niente

avrebbe potuto salvare la vita del piccolo. Li avrebbe trovati lo stesso, prima o poi, questo

lo sapeva, ma non sarebbe mai arrivato in tempo.

Le sue gambe avevano bisogno di correre e quando cominciò a prendere velocità, i piedi

quasi volarono leggeri sulla terra, toccandola appena, saltando letti di foglie secche e

piccoli cespugli. Sentire lo sferzante vigore dell’aria sulla faccia, mentre il sangue scorreva

impetuoso nelle vene, gli diede nuova forza, facendogli allungare le falcate.

Arwin restò nascosto al limitar del bosco, mentre lui raggiungeva la struttura e sgattaiolava furtivamente al suo interno dal cancello principale.

Trovò subito la cupola che gli interessava e sbirciò dai vetri, individuando la ragazza.

La osservò mentre passeggiava nervosamente avanti e indietro per la casa, con il viso pieno

di lentiggini corrucciato in un broncio disperato.

Sbuffò dal naso, stringendo gli occhi per metterla bene a fuoco.

Non gli importava niente se le aveva messo la vita sottosopra, dopo tutto se lei esisteva era

solo grazie a lui e alla sua decisione di non fare a pezzi il dottore.

Bussò sul vetro, facendola sobbalzare e girare verso la finestra.

La ragazza aprì lasciandolo entrare, incrociando le braccia sul petto in un infantile

tentativo di difesa, mentre lui si abbassava il cappuccio sulle spalle.

– Spero che tu abbia qualcosa da dirmi. –

– Forse ho qualcosa. –

– Forse? – chiese, sentendo una punta di rabbia affiorare con prepotenza in superficie.

Lei spalancò gli occhi – Considerando che mi hai dato solo un’ora di tempo, suppongo sia

molto più di quello che potessi sperare. – borbottò indispettita.

La ragazza non andava certo per il sottile! Coraggiosa, senza dubbio. 

Sapeva bene che la sua faccia le metteva paura, ma ciò nonostante lo guardava negli occhi senza cedere al timore, senza distogliere lo sguardo.

– Ho potuto avere accesso al computer di mio padre e ho trovato un vecchio file su una

certa ricerca segreta. I dati sono criptati e mi sarebbe servito più tempo per decifrarli,

ma ho trovato delle coordinate che penso possano essere di un vecchio istituto abbandonato. –

Possibile che fosse il vecchio istituto di ricerca?

Per un attimo la mente venne offuscata da ricordi così oscuri e pieni di dolore che perse il

controllo.

Snudò le zanne che si allungarono in risposta alla rabbia e lei gridò facendo un balzo

all’indietro, sul punto di inciampare nei suoi stessi piedi.

Doveva recuperare immediatamente la sua parte umana o rischiava di concludere prima

ancora di iniziare, sbranandosi l’unica persona che potesse condurlo dai bastardi.

Strinse i pugni e chiuse gli occhi per imporsi la calma, sentendo che la mente cominciava

di nuovo a schiarirsi.

I grandi occhi castani lo fissavano spalancati, le lunghe ciglia che tremavano come il suo

piccolo corpo.

Quando sentì le zanne rientrare, si schiarì la voce – A cosa ci serve un istituto

abbandonato? –

Lei fece un paio di respiri profondi, tenendosi una mano sopra il petto ansante – Se quello

è il vecchio istituto dove veniva fatta la ricerca, ci saranno ancora i computer del tempo, a

meno che qualcuno non li abbia portati via. Se riusciamo ad accenderli e ad accedere al

sistema, forse riusciamo anche a risalire ai nomi degli scienziati e ai loro indirizzi. –

Mente sveglia e intelligente, dopotutto la mela non cadeva mai troppo lontano dall’albero,

ma lui voleva qualcosa di più immediato.

– Ci vorrà troppo tempo. –

– Lo so, ma non c’è altro modo, a meno che mio padre non si risvegli dal coma in questo

preciso istante e ci dia lui stesso gli indirizzi. –

Gli fu chiaro che le costava dire quelle parole, eppure le pronunciò con voce ferma.

– Sei in grado di accendere quegli apparecchi? – le chiese, studiandola con la coda

dell’occhio.

– Ho trovato la tessera magnetica di mio padre tra le sue cose. Penso che serva quella per

accedere ai suoi dati personali, ma non sono io l’esperta in informatica, perciò dovrò

portare una persona molto più competente di me in materia. –

Fantastico, un altro umano a rallentare la sua corsa contro il tempo!

Grugnì una risposta poco educata, facendo arrossire la sua faccia indignata. Ma poi lei

mostrò nuovamente quella finta padronanza di sé, che lui trovava ridicola e inutile.

– Vuoi aspettarmi qui nel frattempo che vado a chiamarla? Puoi sederti se vuoi. –

Con lui quella finta gentilezza non funzionava, era bene che la ragazza lo capisse subito.

– Sbrigati. –

Lei lo fissò interdetta, senza battere ciglio.

– Svelta! – abbaiò per niente contento di tutti quei ritardi, vedendola saltare come una molla e correre via come una bimbetta appena rimproverata.

Suo malgrado non riuscì a trattenere un sogghigno divertito.

Che diavolo stava facendo, se la rideva in un momento come quello? Si sentì in colpa pensando a Nyad, ma da quando era cominciato quell’incubo non

si era concesso un attimo di tregua, costringendosi a stare sempre all’erta, con la mente

costantemente concentrata sul problema e alle sue possibili risoluzioni.

Era stanco e quando se ne rese conto, gli sembrò di avere l’intero peso del mondo sulle

spalle da troppo, troppo tempo.