Viaggi di Penna Libera -CAPITOLO V°- Quel sottile confine tra noi…

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Tutta intenta a seguire le notizie del giorno in televisione non mi accorsi subito che qualcuno bussava alla porta.

Posai la forchetta sul tovagliolo e andai a vedere sperando che il pranzo non si raffreddasse. Spalancai la porta per trovarmi davanti la stessa signora che il giorno prima chiedeva informazioni sulla funivia.

“Mi scusi per l’ora, ma avrei bisogno di un favore grande. Mio marito si è fatto male con un coltello, stava tagliando del formaggio di paese, si è distratto guardando la tv e si è fatto un taglio al dito. Niente di grave, per carità, ma non ho la cassetta dei medicinali e mi occorre disinfettarlo. Non è che lei…”

Non le diedi modo di terminare il discorso “Ma certo, gliela porto subito. Entri, non rimanga al freddo.”

La donna sembrava timida, quindi con molta gentilezza la invitai fisicamente a entrare e chiusi la porta al gelo che da quella mattina improvviso era sceso.

“Si accomodi pure, io torno subito.”

La lasciai seduta nella poltrona e andai a prendere la cassetta del pronto soccorso, che stranamente il giorno prima, avevo riposto nel mobiletto del bagno. La sentii bofonchiare delle scuse e sorrisi pensando a lei che tutta timida sedeva rigida nell’altra stanza.

“Scusi, non ho sentito, cosa diceva?” le chiesi tornata in salotto.

“Ho visto che stava pranzando e credo di averle fatto freddare tutto. Mi rincresce tanto. Senta, perché non viene a pranzo da noi? Stavo finendo di cucinare quando è successo il fatto e il pranzo sarà certamente ancora bello caldo. Allora che ne pensa?”

La guardai sbalordita. Mi dispiaceva dirle di no, aveva un viso così mortificato. Mi voltai a guardare il mio misero pasto: pasta in bianco con olio e parmigiano e una deliziosa insalata. La proposta iniziava ad allettarmi parecchio.

“Io la ringrazio, ma non vorrei essere di troppo.” Inaspettatamente la donna allungò le braccia e mi strinse le mani fra le sue.

“Assolutamente, neanche a dirlo, ci farebbe molto piacere mi creda e poi mio marito vorrebbe ringraziare la donna che l’altro giorno ci ha indicato la giusta strada per andare a recuperare nostro figlio. Sa, là su il freddo è tremendo e pare che un’improvvisa gelata notturna abbia bloccato la funivia in discesa. Sapendo che non si era premunito per stare al caldo più di un giorno, siamo andati noi a portargli roba calda e questa mattina siamo riusciti a scendere con la funivia. Hanno ripreso a muoversi da ambo le parti. Mi creda, se non mi avesse dato lo spunto per informarmi sulla ripresa delle funivie, mio figlio sarebbe congelato su quella cima.”

Beh, che avventura, cavolo, e chi se lo immaginava.

“Ma sì, mi farebbe piacere accettare il suo invito. Posso potare qualcosa?” mi proposi, ma scosse la testa.

“Assolutamente no, mi creda, siamo felici di averla con noi a casa nostra.” La ringraziai e col giubbotto addosso rimisi in ordine ciò che rimaneva del mio pranzo ormai congelato e uscii dietro alla donna.

L’altra baita non distava poi così tanto, forse settecento metri. Sì, certo, fatti sotto quel gelo non erano poi così pochi quei metri, avevo il naso congestionato, ma se pensavo alla piccola donna che da sola, con coraggio e vestita da eschimese, mi faceva strada, quella camminata appariva una passeggiata in pieno sole.

Molto simile alla mia, le baite si differenziavano dalla posizione della veranda e dai colori rosso acceso delle ante. Tutto attorno la donna aveva sistemato delle fioriere in piena fioritura, dando vita ad un meraviglioso multicolore che contrastava con la cima bianca del monte alle sue spalle.

“La sua baita è stupenda, complimenti.”

Le si girò a guardarmi sorridendo “Grazie, cara, e chiamami pure Annette. Ma prego, entra pure.” Senza accorgersene era passata a darmi del tu e compiaciuta le sorrisi mentre mi fece strada nel caldo della baita.

Avevo appena varcato l’uscio quando una sensazione di oppressione mi arrivò allo stomaco. D’istinto mi voltai a guardare la pianura bianca e oltre, verso il verde scuro della foresta, con la sensazione di essere osservata. Non era la prima volta che avevo quel presentimento.

“Vieni al caldo, cara.” Annette mi riportò al presente.

“Annet, sei tu?” la voce del marito lo precedette da dentro la cucina, che come la sua era disposta sulla sinistra entrando.

“Sì, abbiamo compagnia, ti ho portato la signora della baita vicina e la cassetta del pronto soccorso.”

Un uomo piuttosto rotondetto uscì dalla stanza con in mano uno strofinaccio con cui tamponava la ferita ancora fresca. I suoi occhi scuri mi fissarono e con un grande sorriso stampato in viso mi venne incontro.

“Ah, lei è la signora della funivia? E’ un piacere conoscerla finalmente. chiedevo proprio oggi a mia moglie come mai in tutti questi anni non abbiamo mai avuto modo di vederla.”

“Il piacere è mio, signor Tonio, mi chiamo Alessandra. Ha ragione, ma con tre figli piccoli e un lavoro, capite che non è facile. Ne ho approfittato ora perché i miei li hanno portati con loro in una delle loro prime vacanze da pensionati.”

“Hanno fatto bene, i nonni sono sempre felici di circondarsi dei nipotini. Prego, si accomodi a tavola con noi.” L’uomo le precedette nella cucina e si avvicinò al lavello in attesa che la moglie gli portasse la cassetta del pronto soccorso.

“Aspetti, Annette, faccio io. Lei si sieda e si scaldi vicino al fuoco.”

“Grazie, cara, ho le mani gelate.”

Mi dedicai al lavoro di medicazione su Tonio. Era un bel taglio, probabilmente ci sarebbero voluti dei punti, ma ad una occhiata più accurata, capii che era un uomo d’altri tempo, uno a cui non sarebbe bastato un piccolo taglietto per costringerlo a fare un salto all’ospedale. ripulii la parte e disinfettai il taglio, presi la pomata e con attenzione gliela spalmai tutta attorno alla ferita, per evitare infezioni, e la bendai con cura.

“Ecco fatto, signor Tonio, tornato a nuovo.”

L’uomo ammirò il lavoro e soddisfatto mi fece accomodare a tavola mentre da bravo padrone di casa pensava a servire il pranzo.

Quante delizie spuntarono davanti ai miei occhi ad ogni portata! Presi atto che quella sarebbe stata una giornata che non avrei scordato. Cibo perfetto, ottima compagnia e clima sereno. Tutto ciò che mi mancava.

Passai tutto il pomeriggio insieme a loro, fin quando non nota che il cielo iniziava ad oscurarsi.

Guardai l’ora e mi alzai di scatto “Scusate ma ora devo andare. Vi ringrazio per il pranzo e soprattutto per la compagnia, mi ha fatto molto piacere conoscervi e se in futuro aveste bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, vi prego di non esitare. Vi lascio anche il mio numero di cellulare in caso di bisogno.”

I padroni di casa mi ringraziarono e mi accompagnarono alla porta, guardandomi andar via.

Quando misi piede nella baita, andai dritta alla stufa che in mia assenza aveva finito di bruciare la legna al suo interno.

La casa era gelata. Chiusi quasi tutte le imposte, ormai fuori era notte e, in attesa che la stufa facesse il suo lavoro, andai a farmi una doccia calda per togliermi il freddo di dosso.

Sotto il getto tonificante ripensai alla giornata appena trascorsa con la coppia. Che persone a modo!

Ero stata bene in loro compagnia, avevamo parlato di tante cose, compresi i figli. Stranamente non mi erano mancati come le altre volte, forse perché il modo di vivere il rapporto con loro, visto attraverso gli occhi e il pensiero di Annette e Tonio, mi aveva aperto la mente ad altre possibili educazioni.

Certo, bisognava seguirli, ma loro vedevano il rapporto con i figli più fiducioso e libero. Tonio soprattutto dava un grande valore al rialzarsi dopo essere caduti, ciò spronava i giovani a rafforzare la propria autostima e a sapersela cavare da soli nelle avversità che avrebbero incontrato durante la vita. Non aveva tutti i torti, ma lo trovavo così difficile da fare.

Quando tornai verso la cucina la stufa a legna aveva svolto il suo compito. Il tepore mi accolse con piacevoli brividi sulla pelle. Da dietro la portafinestra che dava alla veranda dove le ante erano ancora aperte mi fermai ad osservare l’oscurità attorno alla baita. Non si vedeva nulla oltre qualche metro ancora illuminato dalle luci della casa. Corrugai la fronte, avevo di nuovo la sensazione che qualcuno mi stesse osservando.

Ma no, cosa andavo a pensare? Solo un pazzo si sarebbe fatto trovare fuori a quell’ora di sera con il gelo che sarebbe sceso nelle ore successive. Chiusi le imposte e le tende, il calore doveva rimanere dentro, non andare via attraverso i vetri.

Sii sincera, Alessandra, quando ti vengono queste sanzioni cerchi sempre di chiudere fuori il problema.

Indecisa se farmi qualcosa come una tisana calda e qualche ciambella, mi avvicinai alla cucina. Fra le imposte il classico fischio del vento arrivò indistinto. La notte si preannunciava fredda e ventosa. Speravo anche che non nevicasse.

Come sempre accesi la tv, perché a parte le brutte notizie, e spesso le banalità dei programmi, quell’aggeggio faceva compagnia. Avevo ancora domani per godermi questa breve parentesi di pace, quindi presi la decisione di fare una capatina alla funivia e salire fino in cima alla montagna. Per sciare? Ma quando mai, l’unica volta che ci avevo provato avevo mostrato il fondo schiena a tutti gli sciatori, provocando diverse cadute. Mi veniva da ridere al solo ricordo, ma quanto imbarazzo.

No, l’intento era di godermi il panorama che da lassù si poteva ammirare e il clima pulito, la leggera brezza che mi avrebbe sfiorato i capelli, il silenzio surreale in mezzo ai boschi circostanti e, perché no, avrei lasciato che la mente vagasse, libera di manifestarsi nei sogni racchiusi in essa. Nella solitudine di quell’angolo di pace, per una volta nella mia vita, volevo lasciarmi andare ai pensieri, alle fantasie che spesso solo nelle notti mi concedevo in brevi spiragli, per poi interromperli impulsivamente e senza poterne contrastare la conclusione.

Sì, l’indomani avrei preso la funivia!

Il vento si stava intensificando smorzando un poco quell’entusiasmo iniziale, ma no, domani la giornata sarebbe stata stupenda, me lo sentivo.

La notte portò forti venti, ma liberò il cielo dalle nubi scure che minacciavano tempesta. Erano le nove del mattino quando con zaino in spalla salii sull’auto in direzione funivie. Il sole quella mattina era caldo e luminoso e presa dalla prospettiva di questa avventura sentivo che niente e nessuno avrebbe potuto rovinare il mio buon umore.

Quando arrivai all’impianto di salita c’era già un tumulto di persone in attesa del loro turno.

Le navette sembravano navicelle spaziali, che mostravano dall’interno un panorama di trecento sessanta gradi, una meraviglia di alta tecnologia per la quale avrei fatto avanti e indietro tutto il giorno, soprattutto per ciò che ti permettevano di vedere da ogni angolazione.

Entrai dentro la navetta, seguendo la scia di esagitati escursionisti e sciatori, facendo in modo di posizionarmi nella parte dove avrei goduto della miglior vista della vallata durante la salita.

Sentivo l’euforia salirmi dentro, la assaporai e la tenni viva, consapevole che quella giornata sarebbe stata speciale. Pensai che l’emozione del momento fosse simile alle prime emozioni di gioventù, quando tutto ancora appariva semplicemente nuovo e misterioso.

Da un interfono posto poco sopra lo sportello, la voce gracchiante, quasi robotizzata, di una donna annunciò circa dieci minuti all’arrivo in stazione.

Ancora qualche minuto e l’avventura fra le bianche cime sarebbe iniziata. Mi strinsi nel giubbotto all’improvviso brivido d’attesa. Ma non ero l’unica avvolta da quell’euforia, anche gli altri passeggeri che iniziavano a prepararsi sci e zaini vari parlottavano tra loro con voci concitate e allegre.

Con un leggero rollio la navetta si fermò.

Ogni passeggero scese costeggiando una rampa in acciaio interamente coperta, proseguendo per una struttura anch’essa in acciaio e vetro antisfondamento, che fungeva da corridoio e riparo dai venti forti che spesso si agitavano a quelle altezze.

Sembrava di camminare dentro un acquario dove noi eravamo i pesci, l’acqua era l’aria e il paesaggio attorno fungeva da pellicola scenografica che solitamente si posizionava dietro il vetro degli acquari per dare una sensazione di natura marina ai pesci.

Dal canto mio, pensai che l’unica utilità di tutto quel lusso, fosse di contenere l’esagerato sbalzo di temperatura che altrimenti avremmo riscontrato uscendo dalle navette.

Uno dei mezzi ci stava aspettando fuori per portarci a destinazione, chi nelle piste e chi nella struttura d’accoglienza e ristoro.

Io volevo solo assaporare il gusto di un caffè al ginseng stando seduta dentro la struttura ad ammirare dalle grandi vetrate il paesaggio circostante e decidere da che parte andare per la mia solitaria escursione a piedi.

Non avevo fretta e nello zaino mi ero portata un cambio nel caso avessi dovuto pernottare, ma questa era un’ipotesi remota, avevo tutta l’intenzione di tornarmene alla baita entro le sei del pomeriggio visto che l’indomani subito dopo pranzo mi sarei rimessa in viaggio per tornare a casa e al mondo reale.

 

Damian sentiva la rabbia montargli dentro.

Non gli ci era voluto molto per rintracciare l’abitazione della donna, la sua aura permeava con insistenza in quella palazzina.

Eppure, lei non c’era!

Era da un giorno che piantonava quel posto e di lei nessuna traccia

“Dove diavolo sei finita, donna?”

Infastidito si materializzò all’interno delle mura nella speranza di trovare qualche indizio. Non gli piaceva stare così vicino agli umani, erano troppo curiosi e propensi a immischiarsi nelle faccende altrui, un’abitudine che stava mettendo radici anche all’interno della Razza.

L’ambiente era sobrio e pulito, molto ordinato e decisamente spazioso per una sola persona. L’odore di lei, che persistente rimaneva nel punto esatto in cui era apparso, ora si espanse invadendo i suoi sensi.

Si mise ad osservare delle immagini alle pareti dove lei era rappresentata sempre sorridente e mai sola. In qualcuna c’erano due bambini che l’abbracciavano e dalle loro espressioni emanava un grande amore. In altre i bambini erano tre, nipoti forse.

Continuò la perlustrazione finendo in camera da letto.

Il suo profumo in quella camera era molto più forte, tanto che il corpo iniziò a subirne gli effetti trovando fastidiosi gli indumenti che portava addosso. Ne aspirò in profondità la fragranza, trovandola squisitamente femminile e pericolosamente stimolante.

Spalancò gli occhi serrando la mascella “Che accidenti fai, guerriero, ti stai rammollendo per un’umana?” la sua voce risuonò più rauca di quanto avrebbe voluto. Girò su sé stesso e uscì nel corridoio dove altre due stanze si affacciavano, una con un letto singolo pieno di pupazzi dalle finiture delicata e colori rosa un po’ ovunque, sicuramente della bambina, e l’altra, con due lettini che confermarono l’alloggio dei maschietti, essendoci dei dipinti a parete e animaletti strani sui letti dai colori improponibili.

Si avvicinò alla piccola scrivania vicino ad uno dei letti e rimase ad osservare l’immagine imprecisa con cui, sicuramente il più piccolo aveva cercato di creare un’idea.

Fece una smorfia mentre si strofinava la guancia perplesso. Ci sarebbe voluto un grafologo per capirne il significato, ma la scritta “mamma” un po’ tremolante gli diede chiarezza.

La donna aveva tre figli, quindi c’era anche un padre.

Continuò a guardarsi attorno per l’appartamento ma di presenza maschile neanche l’ombra. Quella donna ingigantiva l’alone di mistero che la circondava.

Stanco di stare senza far niente si avviò alla porta fermandosi accanto alla mensola dell’ingresso. Un foglietto bianco e azzurro con la scritta di un negozio di oggetti d’epoca attirò la sua attenzione insieme ad una ricevuta di pagamento.

Il nome della merce comprata lo bloccò sul posto. Dunque, era quello il luogo dove aveva trovato la chiave?

Ripromettendosi di farci un salto il prima possibile, si soffermò ancora qualche minuto a girovagare per la casa. Non sapeva come ma qualcosa lo tratteneva fra quelle mura.

Andò in cucina e rimase lì in piedi per diversi minuti, senza pensare a nulla, concentrandosi solo su di lei, sulla sua aura. Doveva trovarla ad ogni costo.

Il tempo passava e quasi stava perdendo la speranza quando fievole, molto lontano, il riverbero bianco penetrò la sua coscienza.

“Eccoti qui!” soddisfatto si smaterializzò in una luminescenza rossa.

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