Viaggi di Penna Libera -CAPITOLO III°- Quel sottile confine tra noi…

16

“Accidenti, sempre sul più bello!”

La sentii bofonchiare. La seguii con gli occhi mentre si avviava al bagno ancora incerta nei movimenti. Mi concentrai su ciò che mio figlio diceva al telefono.

“…e poi il nonno ci ha comprato il pupazzo dei Pokémon.”

“Sì, amore, nonno è un tesoro, vero? Gli hai detto grazie?”

“Ma certo, mamma!” me lo disse con un tono di rimprovero che mi fece inorgoglire.

“Bravo, ormai sei un ometto, adesso passami la nonna, ok? Noi ci sentiamo domani. Ma certo che mi mancate. Anche io tesoro, un abbraccio grande a ognuno di voi.” Lo sentii passare il telefono alla nonna.

“Ciao, Ale, scusa per ieri ma abbiamo fatto tardi, sai, con tuo padre le lunghe passeggiate non finiscono mai…” parlammo ancora per un po’, poi ci salutammo ripromettendoci di risentirci l’indomani.

Ancora assonnate ci sedemmo a fare colazione, ognuna persa nei propri pensieri.

“Sei riuscita a dormire poi?”

“Se devo dirla tutta, sono letteralmente crollata. Gli incubi sono spariti, per fortuna. Tu? Dimmi che non ti ho fatto perdere il sonno.” La osservai posare delicatamente la tazza del caffè e sollevare il viso. Iniziai a ridere, stava facendo gli occhi storti e una smorfia con le labbra.

“Ma figurati, avrei volentieri lanciato quel telefono fuori dalla finestra. Ero sommersa in un sogno, con un lui da paura e con un corpo da infarto quando il telefono ha squillato. Giuro, avrei strozzato tua madre in quel momento. Mamma mia, non puoi capire cos’era quell’uomo, mi si è tatuato nel cervello.”

“Ah, quello brontolato nel corridoio? Avessi fatto anche io un sogno di quel tipo.”

La mano di Chiara coprì la mia “vedrai che passerà.”

“Si’, lo penso anch’io.”

In verità ne dubitavo. Quei sogni erano strani, continui e avevano un senso che ancora non riuscivo a cogliere.

La giornata era stupenda e decidemmo di uscire per negozi. L’aria frizzante della mattina ci accolse appena uscite di casa riempiendoci i polmoni di quella sferzata pura. Non prendemmo la macchina, andare a piedi ci permetteva di vedere meglio ciò che ci circondava e incrociare persone per strada era una piacevole diversità a cui non mi dedicavo da parecchio tempo. Scossi la testa pensando a quante cose non facevo più, non avevo mai tempo. No, non è vero, il tempo c’era, ma era ciò e se la vita che conducevo mi togliesse tutte le forze e a fin giornata volevo solo rilassarmi nel caldo abbraccio della mia casa e dei miei figli.

Di comune accordo decidemmo di non affrontare il discorso sogno, quella uscita doveva servire a distrarmi e rilassarmi. E così fu.

Passammo la giornata a girare per negozi già allestiti per il Natale nei loro addobbi di stelle e fili dorati, che avvolgevano chi passeggiava incuriosito, nell’anima della festa.

Comprammo qualche regalo, Chiara per il suo amore ed io per i ragazzi e i miei genitori.

Durante il giro mi ritrovai a fissare una vetrina ad angolo, illuminata da una tenue luce azzurrina che metteva in risalto gli oggetti esposti per il piacere dei passanti.

Dall’esterno sembrava piccolo, ma quando sbirciai al suo interno mi accorsi che era molto lungo e dotato di un soppalco. Mi stupii di entrarvi dentro come se fossi sospinta da una forza invisibile. Sapevo Chiara poco distante e non ci farai quando ne sentii cinguettare la voce, deliziata per ciò che vedeva. Mi guardai attorno, tutto era così meticolosamente ordinato e vecchio, anche l’aria che si respirava sapeva di tempi andati. C’erano diverse cose esposte: piccoli oggetti per mobili, braccialetti e fascette per i capelli in argento e ciondoli vari, tutti ben allineati in ripiani chiusi a vetro.

Tutto finemente lavorato a mano e già solo questo faceva apprezzare ulteriormente la merce esposta.

C’era un’atmosfera strana, particolare, la sentivo sulla pelle come un velo invisibile che avvolgeva le persone che entravano a visitarlo.

Sorrisi alla commessa dietro il bancone, una brunetta tutta lentiggini sul naso e un dolcissimo sorriso, continuando a guardarmi intorno. I mobili, anch’essi in legno lavorato, erano dipinti di verde smeraldo i! Quale faceva ulteriormente risaltare i contenuti esposti, soprattutto gli oggetti porta candele di ferro anticato con lavorazione di taglio a mostrarne la candela profumata al loro interno.

I miei occhi furono catturati da un ciondolo a forma di chiave, con eleganti arabeschi che richiamarono ulteriormente la mia attenzione per la particolarità del disegno.

Curiosa mi rivolsi alla commessa “Mi scusi, posso vedere quel ciondolo?”

Subito la ragazza andò ad aprire l’anta di vetro dove la chiave era esposta.

“È molto bella.” mi ritrovai a sussurrare mentre ammiravo l’oggetto sul palmo della mia mano.

“Ha ragione, è unica nel suo genere.” Mi rispose soddisfatta.

“Sembra molto antica, o forse è il colore che la fa sembrare così?”

“Niente affatto. Non ha sbagliato nel considerarla molto antica. Il colore è proprio suo. È stata estratta da un frammento di meteorite caduta secoli fa. Mia nonna né entrata in possesso quando era ragazza.”

Continuai a girarla tra le mani, osservandone ogni intaglio e forma.

“Ha un qualche significato o è solo un oggetto artistico?”

“Assolutamente sì, la forma ne testimonia il segreto al suo interno. Vede, la storia dice che la chiave ha il compito di decriptare codici misteriosi e oscuri, si narra anche che ha la facoltà di comprendere le cose. Questa chiave è la preferita di mia nonna e quando ero piccola le piaceva raccontarmi, davanti al cammino nei giorni di Natale, la sua storia, come vede in vetrina ne abbiamo altre, anche di fattura più pregiata, ma lei è ossessionata da questa soltanto. La conservava gelosamente in un piccolo scrigno e non voleva che nessuno la toccasse, infatti mi ha sorpreso quando l’ha portata qui.

Il suo potere si perde nella notte dei tempi, mi diceva, e viene descritta come: La Chiave del Paradiso.

Nella maggiore, il significato di questa specifica chiave, sta nell’essere lo strumento con cui operare delle scelte ed ottenere ciò a cui si aspira. Ha anche la funzione di aprire la porta da un livello all’altro dell’esistenza. Penso che la scelta che ha fatto non sia casuale. Solitamente la chiave si rivela solo alla persona con cui ha una connessione e lei, fra tutti i ciondoli esposti, è stata attratta proprio da questa, l’unica chiave nera che c’era in negozio. Se vuole ho anche la catenina adatta, così la può indossare subito.” Senza aspettare risposta sparì dietro lo scaffale per tornare subito dopo con una scatolina nera fra le mani.

“Ecco, guardi.” Tirò fuori una sottile catenina le cui maglie a forma di simbolo dell’infinito erano dello stesso colore opaco della chiave.

“La prendo:”

Soddisfatta raggiunsi Chiara che fuori dal negozio guardava l’esposizione in vetrina.

“Questo negozio è una meraviglia, se fosse giorno di paga mi comprerei tutto. Poi me ne pentirei certo, ma ci sono cose così graziose!” mi prese a braccetto stringendosi a me tutta felice e con le guance arrossate dall’aria fresca.

“Come no, per poi lamentarti che hai finito i soldi e non puoi comprarti le schifezze per la tua dieta.” Le risposi con una smorfia per enfatizzare la cosa.

Ridendo come due sceme proseguimmo il giro fino a tardo pomeriggio.

Erano quasi le otto di sera quando Chiara salì nella sua auto per tornare a casa sua. Guardando i fanali di coda osservai la sua mano che fuoriusciva dal finestrino agitandosi in un saluto che ricambiai felice. Sì, era stata una bella giornata.

I giorni passarono sereni, sembrava che i sogni fossero cessati finalmente. I ragazzi sarebbero rientrati nel week end, quindi avevo ancora una settimana tutta per me. Iniziai a pensare a come organizzarla, magari sarei andata a vedere un bel film, o avrei potuto trascorrere con Chiara un paio di giorni su alla baita di famiglia, a Corteno Golgi.

C’era un paesaggio meraviglioso lassù, un laghetto per la pesca e tanti sentieri in cui addentrarsi nella natura. Quanti bei ricordi… Sì, questa era un’idea da tenere in considerazione. Bisognava vedere se era disponibile, visto che per diversi mesi all’anno i miei l’affittavano.

Il pomeriggio seguente, piena di aspettative e sola, perché Chiara aveva dato buca in visione di un fine settimana col suo fidanzato, mi mettevo per strada in direzione Corteno.

Non avevo paura di stare sola, altre volte mi ero rifugiata nella baita cercando una fuga dagli alti e bassi della vita. E poi le famiglie che abitavano nelle vicinanze erano di una gentilezza d’altri tempi. Volevo passare tre giorni in quella baita, riassaporare l’atmosfera serena e gli odori della natura che avevano portato positività al mio animo.

L’ultima volta che ci ero andata Andrea e Giulia erano ancora piccoli e ci eravamo divertiti un mondo. Poi il tempo cambia le cose, dimentichi e ti allontani da ciò che ti ha fatto stare bene per lunghi periodi.

Un’ora e mezza dopo, fermavo l’auto nel vialetto adiacente alla baita e con le mani sul volante rimasi a guardare quella casetta di legno che sfumava dal miele delle pareti al verde delle imposte. Il colore del legno scuro della veranda consumata dalle intemperie regalava un’atmosfera magica tutta attorno.

Non era il momento per godermi un giro e rivivere i luoghi di un tempo.

Ero partita alle quattro del pomeriggio ed ora il sole iniziava a scomparire dietro la montagna che alta si ergeva alle spalle della baita, nascondendo gli ultimi raggi di un sole morente che dipingeva il cielo con i tenui e delicati colori del rosa, arancio e azzurrino. Uno spettacolo che la città, non ti permetteva di ammirare.

Senza indugi entrai e come mi aspettavo era gelata. Appoggiai la borsa su una delle poltrone poste strategicamente davanti alla portafinestra della veranda e accesi la stufa a legna. Fortunatamente c’era sempre una bella scorta di tronchi fuori in veranda, tutto ben organizzato in modo che, anche se pioveva, rimanessero comunque asciutti.

Col fuoco avviato mi sistemai la roba in camera e dopo una doccia bella calda mi preparai una cenetta veloce. Accesi la televisione nel salotto e seduta comoda nella poltrona mi godetti il momento.

Prima di partire avevo chiamato mamma per avvisarla, in modo che non si preoccupasse se non mi trovava a casa, e il sentirla tranquilla mi confermò che quella piccola parentesi senza figli mi avrebbe giovato.

Istintivamente sfiorai con la mano il ciondolo che la sera prima avevo comprato. Sentirlo tra le dita mi dava una sensazione di pace. Ne ero rimasta attratta dal primo momento con quelle forme e quel colore scuro. E poi le parole della commessa mi continuavano a ronzare in testa. Malgrado il mio carattere si crogiolasse nello scetticismo, ciò che aveva detto la ragazza riguardo al significato della chiave mi rimase impresso nella mente.

Chissà, forse mi sarebbe piaciuto avere il potere di aprire delle porte verso altre realtà, dove avrei potuto incontrare altri popoli, o orrendi mostri. No, forse era meglio tenerle chiuse!

Il pendolo sopra il mobile del televisore segnò le dieci di sera e mi resi conto che la stanchezza iniziava a prendermi. Spensi tutto e controllai di aver chiuso bene la porta, poi andai dritta in camera crollando letteralmente nell’abbraccio della quiete.

 

Il rumore di un ruscello mi portò a seguirne lo scorrere, avevo sete e pur essendo notte, avevo molto caldo; c’era come una patina di umidità nell’aria. Non ricordavo che vicino alla baita ci fosse una fonte d’acqua. Scossi le spalle con indifferenza, che importanza poteva mai avere? Dovevo trovare quell’acqua, questo era l’obiettivo primario perché la gola era talmente secca che mi pizzicava. Finalmente la trovai poco oltre un ammasso di cespugli che la nascondevano e, senza pensarci troppo, mi inginocchiai con le mani a coppa iniziando a bere.

Provai subito sollievo nel sentire quella deliziosa freschezza liquida che mi scorreva in gola e ne mandai giù un bel po’.

“Stai violando la proprietà altrui, donna.”

Con un sobbalzo mi tirai indietro spingendo con le gambe. Mi guardai attorno ma non c’era nessuno. Eppure, quella voce l’avevo sentita, non avevo dubbi, non era una cosa che si poteva dimenticare, mi aveva cullato i pensieri nel sonno con quel timbro sensuale e profondo.

“Hai intenzione di rimanere ferma lì o ti decidi a tornartene da dove sei venuta?”

Che spocchioso individuo!

Infastidita mi alzai ripulendomi le mani sui pantaloni. Beh, almeno questa volta ero vestita.

 

 

Continuai a cercare il proprietario di quella voce, ma solo le piante facevano mostra della loro oscura sagoma.

“Potrei avere il piacere di vedere chi mi accusa di violazione?” silenzio. Forse se ne era andato. “Hai perso la lingua?” ma sì, Alessandra, provocalo, così se spunta fuori un pazzo omicida gli dai un ulteriore motivo per farti in tanti piccoli pezzettini!

Damian la osservava sotto forma di nebbia. Era coraggiosa, impertinente, audace e la cosa gli piaceva, ma il fatto che fosse nuovamente riapparsa nel suo mondo la rendeva un’intrusa, o peggio, una scaltra marionetta di Corio, probabilmente per farlo cadere in una delle sue trappole strampalate.

La donna era divertente, ma questa libertà di accedere al suo mondo non doveva esserci. Eppure, qualcosa lo incuriosiva, come ad esempio il fatto che lei non era veramente lì.

Fra gli umani si chiamava sogno, per la Razza si chiamava “Trasmigrazione dell’anima”.

Fra la sua gente veniva usata spesso, soprattutto in lunghi periodi di stacco dalle proprie donne, le Nime, coloro che custodivano l’anima dei guerrieri. Allora si portava l’anima ad un livello di coscienza superiore per raggiungere quella persona e starle accanto in tutto e per tutto. Ma l’essere umano non era in grado di fare questo, non ancora almeno. C’era qualcosa in quella donna che gli sfuggiva.

“Ci sei ancora? Potresti farti almeno vedere, sai, giusto per non pensare che io sia una pazza che parla con le piante.”

L’improvvisa risata riecheggiò tutto intorno.

Ne rimasi stregata, quel timbro così soave e potente l’avrei ascoltato per l’eternità.

“Sei spiritosa, te lo concedo, ma ora dovresti andare via, questo posto non è adatto a te.”

“Beh, volentieri, ma forse non hai notato che qui è buio pesto ed io non so dove devo andare. Vuoi indicarmi la strada tu, per favore?”

“Non sai dove sei?”

Corrugai la fronte.

“No.” Semplicemente no!

Damian iniziava a spazientirsi, probabilmente la donna non sapeva di sognare, oppure lo sapeva e questo faceva parte della strategia di Corio. Il non avere delle risposte certe lo innervosiva.

I suoi occhi la passarono in rassegna per tutta la figura, poi si restrinsero all’altezza del collo dove a tratti si intravedeva il ciondolo.

Qualcosa di famigliare in quell’oggetto catturò la sua attenzione. Si avvicinò conscio di non poter mantenere la forma attuale standole così vicino a causa delle rispettive auree, perché anche gli umani ne avevano una, inconsapevoli ovviamente.

Loro al contrario, avevano la capacità di vederla e grazie a questo spesso identificavano l’essenza della persona.

Quella di lei era prevalentemente bianca, ma l’oggetto che aveva al collo la faceva risplendere come una stella, confermando il potere dell’oggetto su di lei. Si accostò ancora un po’.

Per una frazione di secondo i suoi occhi si spalancarono per poi socchiudersi fino a diventare due fessure di giada.

La Chiave, l’Apri Porte.

Come diavolo ne era entrata in possesso?

Perso nei pensieri non si accorse di essersi avvicinato troppo finché le auree non si scontrarono.

Mi paralizzai. Davanti a me si formò una gigantesca sagoma scura, grossa e altissima, talmente vicina che ne vidi gli occhi fissi sul mio collo.

Rimasi totalmente rapita dall’intensità di quel colore, un verde vivo e luminoso, circondato da pagliuzze d’argento. Riuscii a cogliere solo quello perché subito dopo la sagoma sparì avvolta da una nebbia improvvisa.

Ancora scossa mi piegai sulle gambe. Il corpo iniziò a tremare così violentemente che anche i denti sbatterono costringendomi a pressare le mascelle. Dovevo andare via da lì, ma non sapevo come fare. Mi avesse almeno detto da che parte!

Un soffio mi scosse i capelli.

“Svegliati, ora.”

Commenti

commenti