Quel sottile confine tra noi _capitolo XVII° e XVIII°_ Viaggi di Penna Libera di Anastasya

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Passi pesanti e affrettati riecheggiarono nell’androne del palazzo. Non aveva perso tempo dirigendosi subito alla ricerca di Corio.

Questa era una faccenda da risolvere subito, non gliene importava un accidente dei protocolli da seguire come gli appuntamenti.

A quell’ora del pomeriggio pochi della Razza si aggiravano all’aria aperta, ma dentro il palazzo era tutta un’altra cosa. Il via vai di gente risultava piuttosto seccante malgrado nessuno lo fermasse o, tanto meno, bloccasse il suo incedere sicuro, con cui macinava i metri che lo separavano dall’antico.

In ognuno di quei burocrati l’inquietudine e il rispetto nei suoi confronti era palpabile, tutto aleggiava nell’aria. La cosa lo infastidiva enormemente, dato che ne avrebbe fatto volentieri a meno visto che lo provavano solo perché teneva sotto controllo i confini, e anche perché era un Antico, ovvio.

“Damian, quale onore!” la profonda voce di Corio, lo distrasse dai suoi pensieri.

“Ti devo parlare, ora.” Non aveva voglia né tempo di stare al suo gioco e si scoprì a non vedere l’ora di tornare da Alessandra.

Quella rivelazione gli arrivò alla velocità di un treno, lasciandolo frastornato. Non aveva scampo. In così poco tempo quella piccola umana gli era entrata dentro come una fresca sorgente da cui attingere e con il suo carattere impossibile da domare, che risvegliava sconfinate passioni sepolte nel tempo.

“Seguimi, sei piuttosto distratto per uno che ha tanta fretta, non credi?”

Non rispose, non era da lui rendere partecipi gli altri delle cose che riguardavano la sua sfera personale.

Fra non molto avrebbero affrontato un discorso che con molta probabilità li avrebbe portati ad uno scontro.

Corio lo precedette in una delle sale dove il Consiglio si riuniva, facendogli cenno di accomodarsi mentre richiudeva la porta alle loro spalle.

“Bene, eccoci qui.”

L’Antico gli si sedette di fronte intrecciando le mani sul tavolo, in attesa.

“Prima voglio farti una domanda alla quale, questa volta, devi dare una risposta esauriente.”

La fronte di Corio si corrugò.

“Cosa vuoi sapere?”

Damian si prese qualche minuto…

“Cosa è successo nell’ultimo scontro coi diversi? Cosa ti ha fatto andare via di così importante, da mollare i tuoi compagni e fratelli in quella situazione?”

“Nuovamente questo discorso?” infastidito si alzò dalla sedia e a lunghe falcate andò avanti e indietro per la stanza grattandosi la testa.

“Voglio la verità, Corio, non quella stronzata che hai rifilato a tutti.”

Si accorse di aver usato un tono duro, ma era stanco dei sotterfugi, era ora che si assumesse le sue responsabilità, anche quelle riguardanti la donna umana.

Sul volto di Corio apparve un mezzo sorriso. Sperava di aver lasciato alle spalle quella storia, invece…

“Non riesco a capire perché vuoi tornare sulla cosa dopo così tanto tempo, ma ti dirò la verità su ciò che è successo, poi mi aspetto di non doverci più tornare, intesi?” guardò Damian negli occhi aspettando una risposta che non tardò ad arrivare.

“È sia. Inizia a raccontare.”

Corio si prese qualche attimo: non era facile riordinare i ricordi di un passato che aveva rimosso con tanta difficoltà, ma sapeva che prima o poi tutto sarebbe tornato a galla. Certo non si aspettava che fosse proprio Damian a riportare in vita i tempi andati, anche se raccontargli il tutto avrebbe potuto, in qualche modo, aggiustare le cose tra loro.

“Credo che anche tu non abbia dimenticato l’ultima battaglia coi diversi. La battagli ultima, la chiamavamo, dove i nostri fratelli hanno perso la vita. La sola che ci ha lasciato tanto amarezza e dolore alla fine.

Ricordo tutto di quel giorno e credimi se ti dico che nessun altro era in vena di massacrare quei bastardi più di me. Mi ero sistemato in una posizione prettamente strategica e ai miei fianchi avevo Sanai e Orian.

Da lì, potevamo vederti insieme a Gofry, Zenio e Ragay mentre falciavate con le spade quegli abomini della natura. Ricordo che ovunque volgessi lo sguardo, la fiumana di quegli esseri continuava a crescere, come se per ogni loro caduto ne spuntassero fuori altri tre a rimpinguare le fila.

Sanai e Orian iniziavano ad essere stanchi, avevamo perso il conto di tutti quelli che avevamo ucciso e non ne vedevamo una fine. Eravamo ricoperti di ferite e spesso il sangue del nemico ci schizzava sugli occhi annebbiandoci la vista, permettendo che altre lame arrivassero sui nostri corpi.

Li ho visti cadere davanti a me, senza poter fare niente per aiutarli.

È stato tutto così veloce e inaspettato che quando compresi la gravità della cosa, era ormai troppo tardi. Ci circondarono, fra le fila di quella baraonda di corpi delle lunghe lame a lingua di serpe trafissero i loro cuori e un’altra lama, lunga e affilata, tranciava le loro teste nello stesso istante.” Si risedette davanti a Damian, col respiro affannoso come se avesse appena corso e con una opprimente stretta allo stomaco che minacciava di fargli rimettere la succosa colazione di qualche ora prima.

Damian non proferì parola.

Sentiva come suo il dolore dell’altro Antico, aveva provato la stessa cosa quando anche gli altri fratelli erano caduti sotto quelle lame. Incapace quanto lui di poter fare qualcosa se non continuare a difendersi fino all’arrivo dei guerrieri della Razza.

Corio proseguì: “Avrei giurato che la mia ora fosse vicina, sentivo il corpo talmente stanco che, se non mi avessero ucciso loro con quelle letali lame, probabilmente lo avrebbero fatto le ferite che ricoprivano il mio corpo. L’ultima cosa che ricordo è stato il tuo viso.

Tutt’oggi ne conservo memoria; era un viso teso, preoccupato e tremendamente incazzato, tanto che mi misi a ridere nel bel mezzo dell’assurdità del momento. Poi cinque di loro si avvicinarono e, mentre mi accingevo a respingere il loro attacco, venni risucchiato nell’oscurità più totale.” Sollevò la testa osservando i cambiamenti d’animo sul viso di Damian. Il doloro in quel momento li univa indissolubilmente, ma sapeva che ci sarebbe voluto del tempo perché tornassero a fidarsi l’uno dell’altro.

“Continua, Corio, aiutami a capire cosa ti è successo quel giorno.”

Già, doveva proseguire il racconto conscio che il difficile doveva ancora arrivare e non era sicuro che Damian avrebbe capito quello che era successo dopo.

“Non so cosa mi sia accaduto, per diverso tempo sono rimasto circondato da quel buio assoluto. Sentivo dolore in zone che non credevo potessero provare dolore e le ferite mi pizzicavano come se qualcuno mettesse del sale al loro interno.

C’era un silenzio surreale, pieno di pace e di niente che quasi speravo di essere morto. Inconsciamente stavo bene in quel nulla.

Poi, da lontano, mi giunse un suono, come delle mezze parole sussurrate al vento da qualche anima pia. Una voce così dolce e musicale che leniva le mie ferite come un balsamo rigenerante. Mi ci aggrappai nella speranza si facesse più vicina, in modo da poter vedere e capire chi o cosa fosse. Non ti nascondo che all’inizio fui sorpreso di scorgere i lineamenti di una donna. Non era una vista chiara, malgrado mi fosse vicina, era più simile a un fantasma. Molto esile e minuta con delle forme inconfondibili.

Quando arrivò a pochi passi da me, quel suono che inizialmente mi era sembrato una voce nel vento divenne un grido disperato. Quella donna provava dolore per me! Da quel momento persi me stesso, non ricordo niente dei giorni seguenti.

Passò una settimana prima di riuscire ad aprire gli occhi ancora deboli e doloranti. Mi facevano così male che avevo la sensazione che me li avessero pestati a suon di pugni.

Mi resi conto di essere in una camera da letto circondato da candele viola che scarsamente illuminavano la stanza, come a voler mitigare il mal di testa che mi martellava il cervello.

Ero frastornato e ancora incapace di mettere i pezzi al loro posto.

Oltre la porta chiusa della camera mi giungevano dei rumori ovattati, come se qualcuno spostasse delicate porcellane, avendo cura di non disturbare il mio riposo. Provai ad alzarmi ma avevo il corpo troppo debole e quasi completamente ricoperto di bende. Fu in quel momento che ricordai e presi atto che quei fottuti bastardi mi avevano quasi fatto a pezzi.”

Rimase in silenzio per qualche minuto accorgendosi di aver parlato tutto d’un fiato.

“Pare che quella donna ti abbia salvato la vita.” Gli disse Damian.

Corio si stropicciò gli occhi come se ancora risentisse del vecchio malessere.

“Sì, ma non le devo solo quello, c’è tanto altro che spero un giorno tu capirai. Posso dirti che lei si è presa cura di me oltre ogni aspettativa. La sua calma, la sua pace interiore e la dolcezza del suo sorriso mi avevano conquistato. So che noi dovremmo avere a che fare solo con le Nime, ma nessuna di loro poteva reggere il confronto. Lei era tutto ciò che il mio animo cercava da tempo, l’unica essenza compatibile alla mia. Non me ne accorsi subito, ci vollero delle settimane prima che la mia testa riprendesse a ragionare come si deve.

Qualche avvisaglia l’avevo avuta all’inizio, ma l’avevo messa a tacere immediatamente per stupidità e paura di andare oltre gli insegnamenti. Credo che questo tu lo capisca.” Non aspettò risposta a questa sua certezza. “Rimasi nella sua casa per mesi, non solo perché non sapevo come tornare, ma soprattutto perché non riuscivo a staccarmi da lei. Avevo paura di perdere tutto ciò che lei rappresentava e che in così poco tempo era riuscita a scatenarmi dentro. Io non so perché gli anziani della Razza abbiano messo questo veto a cui io poi ho dato il mio conferimento, tanto meno credo che qualcuno di loro abbia mai avuto a che fare con gli umani. Probabilmente temevano di essere troppo deboli per resistere al sangue umano e quindi diventare violenti pur di averlo, non so, ti lascio la possibilità di elaborare un tuo personale concetto, coma allora l’ho dato a me stesso. In tutto quel tempo non c’è stato un giorno nel quale la sua curiosità l’abbia spinta a chiedermi come mi ero procurato quelle ferite. Vissi quei mesi apprendendo molto del loro mondo: le loro abitudini, i vizi e i pregi, le passioni e l’amore incondizionato che univa una famiglia. Molto simili a noi ma anche molto diversi sotto certi aspetti. Poi un giorno incontrai un altro Antico, uno dell’est, che come me aveva trovato aiuto da quegli umani che tanto la Razza aveva giudicato.

Ci incontrammo diverse volte e appresi che poteva andare e tornare fra i due mondi grazie ad una chiave. Ero a conoscenza di quell’oggetto, ma credevo appartenesse solo al nostro Clan.

Mi disse che ogni popolo ne aveva due e qualche giorno dopo mi propose di attraversare un portale con lui, grazie alla chiave che portava al collo, offrendomi di lasciarmela per fare altrettanto quando mi sarei deciso. Accettai, ma ci misi del tempo a prendere quella decisione che mi avrebbe condotto ad un addio da colei he avevo scoperto di amare.

Ricordo perfettamente il giorno in cui glielo dissi.

I suoi occhi furono trafitti da una tristezza incalcolabile e mi odiai per il dolore che le stavo causando, quindi presi una decisione. Mi avrebbe accompagnato nel mio mondo, glielo avrei fatto conoscere e le avrei lasciato un’altra chiave in modo che se ne avesse avuto bisogno, sarebbe potuta venire a cercarmi. Era rischioso? Sì, probabilmente la cosa più audace che avessi mai fatto, ma ancora oggi lo rifarei. Da quando ci salutammo, non c’è stato giorno in cui il mio pensiero non tornasse a lei.

Ma lei non ha mai fatto uso di quella chiave. Non una volta è venuta da me. Gli anni passarono e dopo qualche tempo pensai si fosse fatta una famiglia o peggio, che fosse morta di vecchiaia. Trent’anni dopo andai a cercarla, ma non la trovai perché si era trasferita. Persi del tutto le sue tracce.”

“Qual era il suo nome?” gli chiese Damian.

“Non l’ho detto, vero? Credo sia perché pronunciarlo mi spezzerebbe il cuore.” Prese un lungo respiro “Si chiama Patrizia.”

Damian ora aveva una visione completa della storia.

Non si sentiva di giudicarlo perché anche in lui si celavano sentimenti profondi per Alessandra. Non si aspettava che Corio avesse vissuto un’esperienza così profonda quanto angosciante e sentire che Patrizia, quella donnina anziana caparbia e grintosa, lo aveva protetto e curato, non faceva che rendergliela più cara. Si ritrovò a sorridere, sapendo di aver già preso la decisione di far rincontrare quelle due anime perse nel tempo che mai si erano scordate.

“A che livello hai l’incazzo?” gli chiese Corio, all’improvviso.

“Ti sorprenderà ma non sono incazzato con te, piuttosto lo sono con me stesso per non averti dato il beneficio del dubbio a suo tempo, per non aver insistito quando la tua spiegazione faceva acqua da tutte le parti e per aver lasciato passare tutti questi anni. Ma credo di poter rimediare almeno in parte alla cosa. Prima però mi devi fare un favore.”

A quell’improvvisa richiesta, il volto dell’amico espresse il dubbio. Come dargli torto, era inusuale che chiedesse a qualcuno dei favori, ma se dovevano ricominciare a fidarsi l’uno dell’altro, quello poteva essere un metodo utile e indolore per iniziare.

“Quale favore mi devi chiedere?” la curiosità di Corio ebbe la meglio.

Damian sapeva di stare per esporsi dinnanzi a colui che per anni aveva classificato come un nemico. Sapeva anche che parlargli di Alessandra avrebbe messo a nudo i propri sentimenti, rendendo debole. Ma sul tavolo ora c’era la fiducia che entrambi dovevano dar prova di voler rimettere in gioco e riprendere il rapporto spezzato tanto tempo fa. E se Corio aveva esposto i suoi sentimenti per Patrizia con lui, non avrebbe veduto perché lui non dovesse fare altrettanto.

“Ho conosciuto una donna.”

A primo impatto Corio lo fissò senza dire nulla. Poi esplose in una risata irrefrenabile che lo piegò in due sulla sedia.

Damian digrignò i denti. Aveva fatto uno sbaglio a confidarsi con quell’idiota!

Notando lo sguardo omicida negli occhi dell’altro, Corio cercò di darsi una calmata.

“Ok, scusa, amico, non volevo. Ma diamine te ne esci con questa storia dopo ciò che ti ho raccontato, bè, non me lo aspettavo proprio.”

Continuando a sghignazzare si lasciò andare sullo schienale della sedia passandosi una mano sulla guancia.

“Però, il Guerriero solitario per eccellenza preso nella rete di una donna. Dimmi, fa parte del nostro ambiente o è una del basso ceto?” lo stuzzicò ancora.

“Non è una di noi, lei è un’umana. Non guardarmi così Corio, so bene che fin dal principio voi dell’Alto Consiglio avete posto il veto ed io col mio silenzio ho appoggiato l’idea, malgrado non ne abbia mai capito la motivazione.”

“La ami?”

Quella domanda fatta a bruciapelo lo colse impreparato.

L’amava? L’unica cosa di cui era sicuro era il forte desiderio che covava nel profondo. La sensualità e la bellezza che Alessandra si portava dietro come una seconda pelle lo ammaliavano e attiravano al contempo e se quella struggente emozione, così profonda e ingovernabile era amore, allora sì, ne era irrimediabilmente avvinto.

“Non la conosco da molto, l’ho incontrata qualche volta attraverso i suoi sogni. Ha una delle chiavi Apri Porta e in qualche modo è riuscita ad accedere al nostro mondo. Poi l’ho rivista intenzionalmente l’altro giorno, quando mi ha salvato la vita dopo uno scontro poco fortunato con un orso.” Fece una smorfia ripensando al fervore col quale l’animale lo aveva affrontato.

“Allora forse puoi capire ciò che provo per Patrizia, anche se in maniera fugace, per ora.” Gli disse Corio mentre si alzava alla sedia e si spostava verso il grande camino di lato alla porta della sala.

Damian allungò le lunghe e possenti gambe sotto il tavolo delle riunioni, rilassandosi sulla sedia.

Rimase così, per qualche minuto, pensando che non c’era bisogno di dire altro. Malgrado il lungo distacco, la loro capacità di sondare i pensieri era costante. Lasciò che il ritrovato fratello cogliesse il suo pensiero.

“So per certo che i sentimenti in gioco sono forti, molto difficili da governare e francamente non saprei fino a che punto tutto ciò possa giovare alla Razza. Credo comunque che l’aver ascoltato senza giudicare o minimizzare il tuo racconto ti abbia dato la misura di quanto io stesso sia coinvolto.”

Corio annuì. “Allora dimmi cosa ti serve, Antico, se sarà nelle mie possibilità non mancherò di onorare la tua richiesta.”

Stranamente ora che aveva attirato la sua attenzione non era più tanto sicuro che l’idea avuta fosse poi così geniale. Ma ormai il dado era tratto, tanto voleva continuare con ciò che si era ripromesso.

“Alessandra ha tre figli, una femminuccia e due maschietti. Fra qualche giorno nel loro mondo ci sarà una ricorrenza che tutti gli anni non mancano di festeggiare, come noi festeggiamo le nostre, anche se in maniera meno appariscente. Io vorrei poter fare un pensiero a quei tre cuccioli d’uomo, niente di elaborato s’intende, giusto qualcosa che possa attirare la loro attenzione e fargli vivere un bel momento, qualcosa che stimoli le loro menti. Nelle loro camere ho visto dei disegni, magari possiamo partire da questo.”

“Amico mio, ti sei spinto ben oltre quello che pensavo nei confronti dell’umana e certo non mi aspettavo che avesse anche dei figli.” Si grattò il mento pensieroso “Così sei andato a casa sua, eh?”

“Già.” Non c’era rammarico nella sua voce, solo una piacevole aspettativa, scoprì.

“Bene, ti dirò che ho una certa idea in testa, ma prima di dirti qual è, lasciami fare un controllo su una cosa. Ti farò sapere in serata.”

“Nessun problema” gli disse Damian alzandosi da quell’inaspettata comodità. “Io comunque devo fare dei controlli nella zona delle Sorgenti.”

“Sempre di guardia, eh guerriero?”

“Sempre! A dopo allora.” Gli disse mentre si stringevano la mano suggellando l’antica fratellanza ritrovata.

 

Ancora pochi giorni a Natale.

Il pensiero che a breve avrei passato quei giorni di festa insieme ai ragazzi mi riempì il cuore di gioia. Quei monellacci mi mancavano da morire.

Quella sera, animati da una generosa dose di caffellatte e il desiderio di risentire la mia voce per telefono, avevano stressato la nonna fin quando non li aveva accontentati. Sorrisi immaginandomeli scorrazzare da una camera all’altra la sera di Natale, dopo aver aperto i regali prima di andare a letto, in attesa del bacio della buonanotte.

L’immagine di Damian arrivò fulminea e inaspettata.

Sembrava tutto così reale che allungai il braccio con l’intento di toccarlo per risentire la scattante muscolatura sotto le dita e il calore della sua pelle.

Avevo un vuoto dentro, qualcosa che mi portavo dietro da tanto tempo. Un tempo che non riuscivo a quantificare, come perso nelle trame di una clessidra sospesa in uno spazio infinito fra la mente e l’anima. In quel delicato e introvabile io, più profondo, dove tutto rimane sospeso nell’attesa che quella trama si ricongiunga con ciò che indugia a cercare in quel silenzioso niente.

C’era stato un momento, fugace e meraviglioso, in cui il mio cuore era colmo di tutto. Non c’erano parole esatte a quello che avevo provato, ma era qualcosa che sarebbe sfuggito al mio controllo, talmente era immensa quell’intensità, se non avessi avuto lui accanto che, conscio del mio essere vicina al perdermi, era riuscito con la sola voce a tenermi coi piedi per terra.

Mi resi conto che lui era la causa di quella sensazione, ed era lui che teneva a bada le mie reazioni.

Probabilmente lo avrei ringraziato, perché ero certa che mi sarei lasciata trasportare dal momento, per poi pentirmene subito dopo.

Il cellulare squillò riportandomi alla realtà.

Sul display il nome del direttore della banca mi fece corrugare la fronte.

Speriamo di non dover fare sostituzioni…

 

Damian si materializzò nel vicolo vicino al negozio i Silvia, seguito a ruota da Corio.

Malgrado non avesse dato spiegazioni su dove stavano andando, l’altro Antico lo aveva seguito senza fiatare, fiducioso e curioso.

Il giorno prima gli aveva portato un aggeggio infernale chiamato macchina fotografica, quindi con molta calma si era inoltrato nelle terre della propria dimora per scattare una foto in quella che reputava fosse la miglior immagine che rispecchiasse la sua vita, la sua casa.

Ora avrebbe dovuto farla ingrandire e poi…

Accidenti! Che diavolo se ne fanno i bambini di una foto?

Con frustrazione stava per stracciarla quando Corio gli era apparso di fianco e capendo l’intenzione lo aveva fermato.

“Non farlo, ho un’idea, ma per svilupparla bisogna andare nel mondo degli umani e cercare la persona giusta per trasformala in qualcosa di costruttivo e divertente.” Gli aveva detto convinto.

Malgrado non vedesse l’ora di portare a termine quel compito, sentiva che Corio veniva prima dei suoi interessi e con un gesto del capo gli fece cenno di seguirlo.

“Neanche ora mi dirai dove mi stai portando, vero?” bofonchiò Corio, guardandolo con la coda dell’occhio.

“Non ancora. Capirai quando ci arriveremo. Però mi serve sapere dove trovare quel posto, potrebbe tornarmi utile nel caso ci dovesse andare da solo.”

“Non capisco perché, siamo venuti apposta per quello. Comunque, devi cercare una cartoleria o cartolibreria, un posto dove ci sono libri e cose del genere. Abbi pazienza, non sono molto pratico, ma credo che chiedendo in giro troveremo qualcosa.”

Damian sorrise, dubitava che dopo aver visto Patrizia, l’amico avrebbe avuto modo o interesse di accompagnarlo in quella ricerca.

Qualche minuto dopo, Silvia sollevò gli occhi dalla cassa e rimase piacevolmente sorpresa nel rivedere quell’affascinante uomo dell’altro giorno e questa volta accompagnato da un altro bellissimo signore con fattezze più marcate e movenze d’altri tempi.

“Che piacere rivederla, Damian. Cosa la porta nel mio negozio? Vuole un altro ciondolo per la sua signora?”

Cercando di non farsi distrarre da Corio che se la rideva con gusto, sorrise alla donna pensando a ciò che doveva dirle.

“Salve, Silvia. Nessun ciondolo questa volta, però vorrei chiederle se sarebbe possibile riavere un incontro con sua nonna. Devo giusto chiederle un’ultima cosa e poi tolgo il disturbo, prometto.” Sfoderò un sorriso disarmante che sperava lo avrebbe aiutato con la ragazza.

“Non ne dubito. Se attende un attimo vedo cosa posso fare. Prego, guardatevi in giro mentre faccio la telefonata.” E senza aspettare oltre, si attaccò al telefono.

Corio gli si fece vicino.

“Mi dici che accidenti ci facciamo qui? E perché hai bisogno di parlare con una vecchia? Non mi starai per dire che la donna di cui ti sei innamorato è un’anziana! Ti prego, dimmi che non è così.” E scoppiò a ridere senza più freni mettendolo in imbarazzo davanti a diversi clienti che nel frattempo erano entrati nel negozio.

“Piantala! Stai fraintendendo tutto e se fossi in te non riderei così tanto. Quella donna avrà a che fare più con te che con me, quindi dati un contegno, per favore.” Gli disse a denti stretti con l’istinto di strangolarlo che gli montava, facendogli prudere le mani.

“Con me? Senza offesa, amico, ma preferisco le giovani. Comunque hai ragione, ora mi calmo. Dammi ancora qualche minuto, eh?” e continuò a sghignazzare fin quando Silvia non attirò la loro attenzione.

“La nonna non vede l’ora di rivederla, Damian.”

Dopo averla ringraziata andarono via, inoltrandosi nella via che li avrebbe condotti all’appartamento di Patrizia.

“Prima di entrare vorrei che tenessi a mente l’età della donna.” Gli disse mentre mancavano pochi metri alla porta.

“Cosa vuoi che faccia? Temi che le salti addosso?” gli rispose infastidito Corio.

“Volevo assicurarmi che tu avessi compreso.”

Non ero sicuro di quali reazioni si sarebbero potute scatenare in lui. Se si avvicinavano anche di poco alle sue nei confronti di Alessandra, ne avrebbero visto delle belle.

Suonò il campanello e subito la delicata voce di Patrizia giunse dall’interno.

“È aperto, prego, entri, giovanotto.”

Irrigidì la mascella al pensiero che a breve, in quella piccola abitazione, due anime si sarebbero ritrovate.

“Seguimi.” E senza attendere oltre lo precedette dentro.

Seduta nella poltrona, la donna sfoderò un enorme sorriso appena lo vide.

“Che piacevole sorpresa…”

Tutto attorno si fece silenzio quando Corio sopraggiunse alle sue spalle.

Damian aveva la strana sensazione di essere diventato il terzo incomodo nell’istante stesso in cui quei due incrociarono i loro sguardi.

Li osservò perdersi l’uno negli occhi dell’altra per un tempo lunghissimo. Senza muovere un muscolo, vide le mani di Corio stringersi a pugno e quelle di lei iniziare a tremare per la forte emozione.

Una lacrima solcava quei vecchi tratti in contrasto con la rigidità della sua seduta.

“Sei un miraggio, mio eterno sogno?” gli chiese con una nota di speranza dal profondo.

Corio si inginocchiò davanti a lei prendendole delicatamente la mano che stringeva convulsamente la delicata fodera del bracciolo.

“Sei tu. Sei veramente tu? Mio amore, ti ho ritrovata, finalmente.”

Le sue labbra sfiorarono la delicata pelle di quella mano con una riverenza profonda e talmente inaspettata che Damian ne rimase colpito.

Nell’attimo in cui l’amico sollevò gli occhi su quel viso consumato dal tempo, Patrizia alzò le mani per coprirselo vergognosa.

“Oh no, mio amore, non guardarmi. Ricordami come ero, non per come sono diventata.” Gli disse mentre i tremori si intensificavano nel vano tentativo di opporti a lui che, delicatamente, cercava di spostargliele con gentilezza.

“Non vedo la donna che sei ora, mia adorata.” Le spostò una sottile ciocca sfuggita dallo chignon “Anche se la trovo più bella di allora. I miei occhi innamorati vedono e vedranno sempre la fanciulla che mi ha salvato e accolto fra le sue braccia, regalando nuova luce al mio cuore tetro e solitario. Fatti guardare, mio sogno, non nasconderti da me!” e piano le sue dita si intrecciarono a quelle di lei, abbassandole nel cerchio del suo grembo.

Damian si avviò alla porta. Aveva fatto ciò che si era ripromesso, il suo compito lì era finito. Avevano molto di cui parlare quei due e lui ora doveva finire il suo personale progetto. Lasciò che parlassero ancora per un po’, stando a debita distanza per non disturbare la loro ritrovata intimità e poi decise che era arrivato il momento di andare.

“Damian.” La voce di Corio lo fermò nell’atto di richiudersi la porta alle spalle. Restò in attesa osservando il foglietto che agitava nella sua mano.

“Questo è l’indirizzo dove potrai trovare la soluzione per il regalo dei ragazzi. Me lo ha dato Patrizia, pare sia un suo conoscente.” Gli disse grattandosi la testa mentre i loro occhi si incontravano, ognuno con parole di gratitudine inespresse ma comunque sentite.

“Ci si vede, Corio, saluta Patrizia per me e dille che verrò a trovarla, come promesso.”

Sparì lasciandosi un Corio sorridente alle spalle.

Anastasya