ALMANACCO_EXODUS_Memorie del Mar Rosso_

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Mar Rosso Almanacco

“Mosè stese la sua mano sopra il mare e il Signore sospinse il mare con un forte vento dell’est tutta la notte e mise a secco il mare”. Andò proprio così, come narra la Bibbia nel Libro dell’Esodo (14: 21).”

Nella parte inferiore del Golfo di Suez, a circa 5 chilometri dalla moderna città di Ras Gharib, una squadra di archeologi sottomarini, nel Mar Rosso, ha scoperto i resti di un grande esercito egiziano del XIV (quattordicesimo) secolo a.C.

Il gruppo sul luogo inizialmente nella ricerca di resti di antiche navi e manufatti dell’età della pietra e del bronzo, certo non si aspettavano d’imbattersi in questa gigantesca massa di ossa umane oscurate dal tempo. Il pensiero che tale scoperta fosse indirizzata al periodo del grande esodo provocò una generale euforia nella squadra, tanto che, il professor Abdel Muhammad Badia della Facoltà di Archeologia all’Università del Cairo, si sorprese del recupero di oltre 400 scheletri diversi e centinaia di armi e pezzi di armatura, sparsi in un’area di circa 200 metri quadrati. In tutto stimarono più di 5000 corpi che potevano essere sparpagliati su un’area più ampia.

Molti indizi che recuperarono e valutarono portarono il professor Badia e la sua squadra alla conclusione che i corpi potevano essere collegati al famoso episodio di Exodus. Poiché nella zona non sono state trovate tracce di possibili imbarcazioni, presero atto che probabilmente i vecchi soldati fossero morti sulla terraferma.

Tutto coincideva con la versione biblica della traversata del Mar Rosso, il numero dei cadaveri, il luogo e le cause della morte. Questa nuova scoperta dimostrò senza dubbio che un grande esercito egiziano fu sterminato nelle acque del Mar Rosso durante il regno di Akhenaton. Per il professor Badia, questa scoperta fornisce prove schiaccianti di uno degli episodi più famosi dell’Antico Testamento, confermandone uno storico realmente accaduto. Esso, porta una prospettiva del tutto nuova su una storia che molti storici hanno considerato per anni come un’opera di finzione, suggerendo che altre questioni come le “Piaghe d’Egitto” potrebbero avere una base storica.

Molti di noi hanno visto uno o più film sulla storia di Mosè e della divisione delle acque del Mar Rosso. Dove le immagini più intense raggiungevano l’apice del mistico e, surreale, di quegli alti muri d’acqua che si aprivano all’improvviso al popolo ebraico, per far sì che transitassero prima dell’arrivo degli egizi.

Eppure, ci sono versioni contrastanti, ovviamente, fra l’affascinante rappresentazione del cinema e quella appartenente alla lettura storico-critica del testo biblico.

Ragioniamoci assieme:

Qualcosa non torna nel racconto biblico della schiavitù del popolo di Israele in terra d’Egitto, della fuga e della migrazione attraverso il deserto, del suo arrivo nella terra di Canaan e, infine, della conquista di quest’ultima, a cominciare dalla presa di Gerico al suono delle trombe che ne avrebbero sbriciolato le mura.

Il problema non riguarda il fatto che esistono delle incertezze circa i tempi e i modi di tali eventi, ma coinvolge tali eventi nella loro globalità.

Iniziamo col dire che, noi, non sappiamo quando tutto ciò si sarebbe svolto. Ma non perché ignoriamo il momento preciso, ignoriamo tutto; siamo all’oscuro dei nomi di faraoni che erano coinvolti; il secolo in cui si è svolto; ignoriamo perfino se vi fosse per davvero un popolo ebreo in Egitto e, a maggior ragione, se esso fosse tenuto in condizioni di schiavitù.

Tutto questo lo racconta il Pentateuco, cioè l’insieme dei primi cinque libri dell’Antico Testamento: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Tutti scritti compilati molti secoli dopo i presunti avvenimenti che, forse, si possono inserire, non certo senza dubbia discussione, attorno al XIII (tredicesimo) secolo a.C.

Di tutto ciò, non esiste accenno in nessuna fonte extrabiblica o egiziana, silenzio assoluto!

Giusto osservare che, in un’epoca storica così remota, non è insolito dover ricostruire una determinata vicenda sulla base di un’unica fonte. Ovvio: ma questo non è un evento trascurabile. Pur non volendo prendere per buono il numero degli Ebrei che, sempre secondo la Bibbia, avrebbero lasciato l’Egitto sotto la guida di Mosè “e qui indico quanti erano 603.350 per il libro dei Numeri, capitolo 2-versetto 34”, di fatto resta il concetto di un intero popolo in movimento, uomini, donne e bambini, con tutti i loro beni e bestiame.

Lo Stato egiziano era, all’epoca, un vero e proprio prodigio di organizzazione, tutto veniva annotato con precisione ed efficienza maniacale, ogni cosa veniva trascritta, che fosse anche della più scarsa rilevanza nella vita del regno. Ma, della partenza di tale massa di gente, che oltretutto pare fosse tenuto in servitù, nessun papiro, scriba o iscrizione ne conserva la memoria.

Nessuno sa per certo chi fossero i faraoni coinvolti in tale vicenda, alcuni studiosi pensano a Ramsete II, il quale si scontrò duramente contro gli Ittiti; altri ancora al famoso Amenofis IV, il quale tentò di introdurre il monoteismo solare in Egitto; altri ancora introducono il Faraone Merbeptah. Insomma, nessuno sa la verità, niente di niente se non che, presso il delta del Nilo, nel Basso Egitto, probabilmente si erano stabilite delle popolazioni semite di varia provenienza, indistinguibili fra loro e, comunque, nessuna identificabile con Israele.

Anche le modalità dell’Esodo sono misteriose.

Sappiamo che la Penisola del Sinai, dove si sarebbe svolta la migrazione, era ed è un deserto tremendamente inospitale, che nessun gruppo umano, figuriamoci uno più consistente, avrebbe potuto attraversare a piedi, per quattro decenni, senza cibo e, più ancora, acqua, tale nulla.

Ma c’è di più: nessuno di noi sa chi fosse realmente, il personaggio chiamato Mosè. All’infuori del Deuteronomio, nessun’altra fonte ne parla. Non sappiamo nemmeno se, in verità, fu lui a introdurre presso i suoi seguaci il culto di Yahwehh, o magari non avesse fatto altro che rafforzare e istituzionalizzare un culto già di per sé, preesistente; ma nel caso fosse stato lui a introdurlo, da dove lo aveva acquisito? Insomma, in breve non sappiamo neppure se gli Ebrei, prendendo in considerazione della reale partenza dall’Egitto, fossero monoteisti o no. Purtroppo, l’unica fonte a noi utile è la Bibbia, ma anche lei lascia capire in maniera poco chiara e incontrovertibile il tutto.

Tenendo conto che serviva un’abbondante scorta d’acqua, l’unica pista costiera, per le carovane, da attraversare dall’Egitto fino a Palestina era quella che correva lungo il Mediterraneo e collegava Pelusio a Rafia e anche quella era decisamente difficile. E pur essendo l’unica strada, ovviamente era presidiata dalle guarnigioni egizie che vigilavano alla frontiera.

Quindi, oltre che non parlarne in nessun documento dell’esodo degli Ebrei in Egitto, sarebbe impensabile considerare che le guarnigioni dislocate lungo la costa del Mediterraneo difficilmente non avrebbero visto nulla di insolito.

Il tempo trascorso tra le vicende relative all’esodo narrate nella Bibbia e il momento in cui esse vennero trascritte, certamente è stato un tempo enorme. Perciò, bisogna ben distinguere tradizione da tradizione.

L’Esodo del popolo d’Israele dall’Egitto è una narrazione che fu scritta non alcuni anni o, decenni dopo lo svolgersi dei fatti, bensì centinaia di anni dopo. Se, come oggi si tende fare dalla maggior parte degli storici, collochiamo l’Esodo intorno al 1250 a.C., e valutiamo la composizione del libro, la fonte su quegli avvenimenti che si basano circa al IV-V secolo a.C., ne dà pur sempre una voragine di circa otto secoli. Una distanza veramente importante se ragioniamo di fatti e narrazione, di conseguenza si sarebbe portati a pensare ad una narrazione non veritiera.

Ma ora prendiamo il caso di John Bright, stimato biblista americano e studioso della storia di Israele. Si tratta di uno dei più noti studiosi, apprezzato per la sua chiarezza e per il suo metodo innovativo, che consiste in una combinazione dello studio della storia con quello della teologia. Per usare le sue parole, «una storia d’Israele che non sia in qualche misura una storia della sua fede non è né significativa né possibile» (con qualche incongruenza logica, dato che se una cosa non è possibile, cade il problema se essa debba venire considerata significativa oppure no).
Fedele a questo postulato, egli ha combinato insieme i risultati delle ricerche archeologiche, le fonti storiche del Medio Oriente antico e un attento esame delle Scritture, servendosi di queste ultime per integrare e, quando necessario, per colmare le lacune della documentazione “esterna” (come lui stesso la chiama), ossia extrabiblica.

Vediamo dunque come egli ci presenta le vicende essenziali dell’Esodo dal suo testo più famoso: «Storia dell’antico Israele. Dagli albori del popolo ebraico alla rivolta dei Maccabei» (titolo originale: «A History of Israel», 2000; traduzione italiana di Patrizia Benfenati, Lucilla Rodinò, Anna Tabet, Roma, Newton Compton Editori, 2002, 2006, pp. 137-47 passim).

Scrive: «Sebbene non vi sia alcuna testimonianza diretta nella documentazione egiziana circa la presenza di Israele in Egitto, la tradizione biblica richiede fede a priori: non è quel tipo di tradizione che un popolo inventerebbe! Non si tratta di un’epica eroica di migrazione, ma il ricordo di una servitù disonorevole, dalla quale solo la potenza di Dio portò una liberazione, suffragato inoltre da un buon numero di fattori oggettivi La prevalenza di nomi egiziani nell’antico Israele, specialmente nella tribù di Levi, certamente fanno intendere un legame con l’Egitto.

Dell’esodo di per sé stesso non abbiamo nessuna prova extrabiblica. Ma la testimonianza della Bibbia è così impressionante da lasciare pochi dubbi che qualche incredibile liberazione debba aver avuto luogo. Israele ricordò l’esodo per tutto il tempo a venire come l’evento costitutivo che lo avrebbe reso un popolo.

Riguardo a questi eventi, non possiamo certamente aggiungere nulla a ciò che la Bibbia ci dice.
Dal momento che molti dei luoghi menzionati sono difficili da individuare, l’esatta locazione dell’esodo è incerta. In ogni caso, non si tratta di una questione di primaria importanza. La locazione precisa dell’esodo è marginale per la fede di Israele, come lo è quella del Santo Sepolcro per la cristianità. Da questi dati discende poi la questione legata alla datazione della conquista, che è stata molto dibattuta. Mentre non è possibile stabilire le date esatte di nessun o dei due eventi, possiamo essere abbastanza certi che l’esodo non avvenne prima del XIII secolo.

Non possiamo avventurarci a ricostruire i dettagli della marcia di Israele nel deserto, sia perché gli eventi effettivi furono senza dubbio più complessi di quanto la narrativa biblica indichi, sia perché quasi nessuno dei luoghi menzionati può essere identificato con certezza. Non si può tuttavia dubitare che proprio durante questo periodo che Israele ricevette la sua fede distintiva e divenne un popolo.
Secondo la Bibbia, ciò avvenne sul monte Sinai (o Horeb, come è anche chiamato), dove Israele si trattenne dopo aver lasciato l’Egitto. Sfortunatamente, la collocazione del Sinai è incerta.
Tutto considerato, quindi, una locazione per il Sinai che si avvicini a quella tradizionale sembra preferibile. Ma dobbiamo ammettere che non lo sappiamo.  Né il problema riveste una importanza cruciale per la storia di Israele.
Sebbene la locazione del Sinai sia incerta, non vi è motivo di dubitare che fu lì che Israele ricevette quella legge e quell’alleanza che l’avrebbero reso un popolo.

Se Yahweh fosse o no adorato prima di Mosè è una domanda alla quale non si può fornire una risposta. Molti studiosi favoriscono l’ipotesi che Yahweh fosse conosciuto tra i clan madianiti (Keniti) della penisola del Sinai e che è che Mosè ne sia venuto a conoscenza dal suocero, Ietro. Ciò non è da escludere.

Dobbiamo ammettere comunque che non sappiamo se Israele abbia adottato la venerazione di Yahweh dai Madianiti o no.
Secondo il libro dei Numeri, Israele, una volta lasciato il Sinai, si fermò per qualche tempo a Kadesh, una grande oasi a circa ottanta chilometri a sud di Bershabea. Poi, dopo aver fallito nel tentativo di attaccare la Palestina da sud e dopo altre marce nel deserto, fu effettuata una grande deviazione attraverso la Transgiordania, che culminò nella conquista del regno amorreo di Chesbon. L’evidenza esterna getta poca luce su queste tradizioni. Le marce di Israele non possono essere chiarite dettagliatamente, sia perché la maggior parte dei luoghi menzionati sono sconosciuti, sia perché le stesse tradizioni sono a volte difficili da armonizzare l’una con l’altra. È probabile che nella tradizione si associano le marce di diversi gruppi.
Cionondimeno, possiamo affermare che il quadro rappresentato è autentico.

Quando arriviamo ai racconti della conquista, abbiamo a nostro vantaggio il sostegno delle prove esterne. Ma si deve dire che questa, sebbene impressionante, è in molti punti ambigua, anche confusa, e non sempre facile da correlare con la narrativa biblica.
Il problema sorge in parte dalla Bibbia stessa, dal momento che essa non presenta una singola e coerente descrizione della conquista.
Sicuramente, l’evidenza non è mai stata completamente non ambigua. In particolare, si sono sempre avute difficoltà a adattare a Gerico una tale ipotesi [ossia la conquista israelita alla fine del XIII secolo a. C. specialmente alla luce degli scavi più recenti.»

Il lettore avrà notato il continuo ricorrere di espressioni come «non abbiamo alcuna testimonianza diretta», «non siamo in grado di dire» o «non si può fornire una risposta»; fino a raggiungere dei veri e propri contorsionismi verbali, come nella frase: «Sicuramente, l’evidenza non è mai stata completamente non ambigua».
Che cosa vogliamo concludere da tutto questo?
Due cose.
Primo, e fino a prova contraria, per l’esodo biblico si dovrebbe adottare lo stesso criterio di ogni altra presunta vicenda che non è riportata se non nel racconto delle origini di un determinato popolo: ossia inscriverla nella dimensione del mito (così come lo intendevano gli antichi, e non già come lo intendono i moderni) invece che in quella della storia.
Secondo, che gli storici dovrebbero adottare, nei confronti della storia dell’antico Israele, esattamente lo stesso atteggiamento spassionato e obiettivo che assumono allorché si parla degli Egiziani, dei Sumeri, degli Assiri o degli Ittiti, senza lasciarsi influenzare dal fatto che l’Antico Testamento è una raccolta di libri sacri di due religioni tuttora vitali, ebraismo e cristianesimo; senza, cioè, mescolare il piano teologico con quello storico.
In ciò ci sembra consistere l’errore capitale dell’approccio di  studiosi come John Bright, i quali, credendo di aver fatto chissà quale scoperta, tendono a riportare il metodo della scienza storica indietro di secoli e di millenni: a prima di Tucidide e a prima di Erodoto.

La verità teologica, infatti, si colloca su un diverso ordine di realtà rispetto alla verità storica. Non è che quella sia meno vera di quest’ultima, tutt’altro: ma si tratta di due ordini di verità diversi e incommensurabili. Eccezionalmente, le loro strade possono anche incrociarsi, ma per poi subito tornare a dividersi.
La teologia, di per sé, non potrà mai supportare la storia, sostituendosi ai dati documentari mancanti: ciò vorrebbe dire fare della cattiva storia; e, oltretutto, della pessima teologia.

 

Ora, vi lascio con una massima di Galileo Galilei e Darl Popper che mi hanno fatto riflettere…

“In questioni di scienza, l’autorità di un migliaio di persone non vale tanto quanto l’umile ragionamento di un singolo individuo”.

“La scienza non persegue mai lo scopo illusorio di rendere le sue risposte definitive, e neppure probabili. Piuttosto il suo progresso tende sempre verso lo scopo infinito, e tuttavia raggiungibile, di scoprire problemi sempre nuovi, più generali e più profondi, e di sottoporre le sue risposte, sempre date in via di tentativo, a controlli sempre rinnovati e sempre più rigorosi”.

Anastasya