Viaggi di Penna Libera-CAPITOLO VI°-Quel sottile confine tra noi…

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Da circa mezz’ora girovagavo sotto i grandi abeti e pini innevati sul lato destro delle piste sciistiche. Non ero lontana dalla struttura, eppure immersa in quell’ambiente silenzioso e fresco, dove sporadici raggi di sole riuscivano a filtrare fra le spesse fronde, mi pareva di essere lontana da tutto ciò che era civiltà.

Uno spesso manto di neve fungeva da suolo e solo il colore degli alti fusti, di un marrone scuro e qualche sprazzo di verde nelle zone basse, spezzavano quella monotonia di bianco.

L’aria era frizzante e malgrado fossi tutta imbottita, la fresca brezza riusciva a farsi sentire nelle zone scoperte. Sicuramente sarei tornata in città abbronzata. Ogni tanto le voci degli sciatori entusiasti delle proprie prodezze e l’abbaiare di qualche cane, che accompagnava sempre la sicurezza, mi arrivavano alle orecchie come un’eco lontano.

Sollevai il viso verso gli alti rami, per accogliere uno dei raggi che persistente era riuscito a penetrarne la compattezza, godendo del suo lieve calore.

Ero circondata da un ambiente asettico e freddo, ma al contempo caldo e bellissimo nella sua sterilità. Gioivo della pace che scaturiva ad ogni delicata brezza col suo tipico fruscio. Mi sentivo in pace con me stessa completamente immersa in quella quieta e frizzante aria di neve e piante.

Ero conscia di allontanarmi sempre più, ma finché sentivo le voci in lontananza sapevo trovare la via del ritorno e poi ero consapevole di avere il cellulare in tasca in caso di bisogno, così continuai ad andare avanti in quel mio, forse sconsiderato, azzardo.

Gli occhi di Damian la osservavano camminare rilassata in quel bosco ricoperto di polvere bianca, soffice e fredda. L’espressione della donna lo lasciava perplesso.

Era felice e completamente assorta nella contemplazione di ciò che la circondava, quasi come se volesse far parte, lei stessa, di quella natura austera. Scosse la testa al pensiero che, mentre lei pacifica si dilettava nelle sue passeggiate, lui si era perso un giorno intero solo per cercarla e risolvere l’enigma della sua presenza nel suo mondo. La cosa lo seccava parecchio.

Saggiamente durante la smaterializzazione aveva valutato un punto alto per studiarla, certo non si aspettava di trovarsi sopra una pianta completamente circondato da rami lunghi e spessi, ricoperti in parte di quel bianco accecante. Gli sembrava di essere in una stretta gabbia, talmente la sua corporatura pressava su quegli spuntoni di legna. Cercando una posizione più comoda continuò a seguirne i movimenti.

“Accidenti, ma non poteva ammirare il panorama stando ferma?” veniva dannatamente scomodo voltarsi su quel ramo piuttosto viscido. Promise a sé stesso che se fosse caduto le sarebbe rovinato addosso!

Ancora non aveva deciso cosa fare.

Un’umana… cosa diavolo avevano a che fare gli umani con loro? Si rese conto di stare ulteriormente ingigantendo la sua frustrazione e l’animosità nei confronti di lei. Era una reazione nuova, non l’aveva mai provata, solitamente le sue erano reazioni rapide, bianche o nere, ma ora quasi si preoccupava di spaventarla.

Un movimento di lei lo riportò al presente. Corrugò la fronte cercando di capire cosa ci facesse inginocchiata davanti ad una pianta.

Aveva qualcosa fra le mani che accarezzava amorevolmente. La vide alzarsi e girarsi lentamente, pronunciando sottovoce delle parole simili ad una nenia.

“Tranquillo, piccolino, non ti farò del male.”

Non era un uccellino ciò che lei coccolava fra le mani bensì un piccolo scoiattolo rosso tutto infreddolito. Sentiva il cuoricino del piccolo animaletto pompare in maniera convulsa. Era terrorizzato, ma non cercava di scappare. La vide cullarlo e parlargli gentilmente per diverso tempo, poi con cautela cercò di rimetterlo nella fessura del fusto poco più in alto.

Il vampiro dentro di lui sorrise. Trovava divertente il suo dimenarsi nel cercare di riporre il piccolo nell’alcova sull’albero, non si era neppure accorta che era un rarissimo scoiattolo volante. Era troppo intenta a portarlo in salvo e al sicuro.

Finalmente, dopo tante peripezie, gradite ai suoi occhi, l’animale fu al sicuro.

La donna iniziò la sua difficile discesa. Diverse volte il suo piede scivolò dall’umido appiglio e Damian si ritrovò a fare il conto alla rovescia, aspettando la probabile caduta a cui stava andando incontro.

Non si sarebbe fatta male, forse qualche livido, eppure dentro di lui un senso di preoccupazione cresceva sempre di più, infastidendolo.

“Che diamine, peggio per lei che ci è salita.” Ma intanto i suoi occhi non si perdevano neanche un movimento di quella discesa che, a parer suo, era diventata troppo lunga e tortuosa.

Non ricordavo di averci messo così tanto a salire su quella pianta, tanto meno ricordava fosse così difficile trovare un appiglio. All’improvviso il piede destro perse l’appoggio e rimasi sospesa con le braccia a poco più di un metro e mezzo da terra. Non era alto, la presa iniziava ad allentarsi e le mani a dolermi.

Strinsi i denti cercando di reggermi ancora un po’, ma le dita gelate e il piccolo foro a cui mi ero aggrappata non mi aiutavano per niente. Poco dopo persi la presa e caddi.

Pareva una caduta interminabile, ma sapevo che l’incontro col terreno era inevitabile e mi preparai ad accusare il colpo. Strinsi gli occhi pronta al dolore, ma ciò non avvenne.

Mi ritrovai come sospesa in un limbo caldo, sdraiata dentro il reticolo di un’amaca sospesa tra due piante in piena stagione estiva, ma lì non c’erano amache!

E quella fragranza, Dio, che delizioso aroma di muschio e pino, così fresco che mi riempii i polmoni aspirandolo più che potevo.

Socchiusi gli occhi al fruscio di tessuto sulla guancia.

L’impatto emotivo che mi tornò indietro fu devastante.

Spalancai gli occhi per cogliere meglio la stravagante situazione in cui mi trovavo. Mi accorsi subito dell’errore nel considerare un’alcova le possenti braccia che ora mi sostenevano in un saldo abbraccio, ad un’altezza piuttosto considerevole da terra.

L’uomo doveva essere sui due metri: spalle ampie, poco nascoste sotto il cappotto classico di un grigio scuro, con bottoni al petto, leggermente aperto a mostrare la linea di congiunzione dei pettorali decisamente statuari.

Entrai in iperventilazione.

Sollevai gli occhi ancora un po’, curiosa di vedere in viso il mio salvatore, ma prontamente lui voltò il capo, ricoperto dal cappuccio del cappotto. Aveva un che di familiare, ma non mi veniva in mente nessuno di quelli che conoscevo. Cercai allora di sollevarmi in modo da vederne almeno il profilo, ma la morsa di quelle braccia si intensificò diventando da comodo alloggio a solida prigione.

“La prego, mi lasci scendere. La ringrazio per l’aiuto, ma ora posso stare sulle mie gambe senza problemi.”

Provai a distrarlo nella speranza che con una certa distanza avrei potuto vedere colui che, imperterrito, rimaneva fermo nella posizione iniziale.

In silenzio si chinò permettendomi di riacquistare un minimo di autocontrollo, mantenendo comunque il volto nascosto.

Porca miseria, quanto era alto? Era decisamente inquietante.

La lampadina prese vita nella mia testa. No, non era possibile, lui apparteneva al mondo dei miei sogni, non poteva essere in questa realtà, davanti a me. Un tremore improvviso iniziò a scuotermi dal profondo. Era così reale ora, così incredibilmente concreto e fisico che dubitai di non essere nel mio letto, nella baita, a sognare il giorno presente che avrei dovuto ancora vivere.

Allungai ingenuamente una mano per sentirne la consistenza, malgrado poco prima le sue braccia muscolose mi avessero circondata. Di riflesso l’uomo si allontanò.

Un attimo prima era di fronte a me, l’attimo dopo era a circa due metri dietro. Com’era possibile?

“Non toccarmi, donna.”

Quella voce. Ora ero certa appartenesse all’uomo dei miei sogni.

“Sto sognando, vero? Sicuramente.” Dissi chiudendo gli occhi frastornata “Perché altrimenti non saprei spiegare la tua presenza.”

“In questo momento posso garantirti che sei assolutamente sveglia.”

Damian non aggiunse altro, gli costava parecchio anche il rispondere a queste sciocche domande e ciò che provava nel trovarsi così vicino a lei che lo guardava, era una cosa che sfuggiva al suo controllo.

Continuai a fissarlo cercando un modo per vederlo in faccia. Non mi piaceva parlare con uno che non mostrava il volto.

“Per quale motivo non mi guardi quando parli? Perché sei qui? O devo pensare che mi abbia seguita?” l’ultima frase gliela lanciai con scherno e con l’intento di infastidirlo oltremodo.

Non sapevo il perché ma ora che me lo trovavo davanti, il mio stato d’animo era diventato scontroso.

“Sono qui perché non ti ho trovato nella tua casa e sì, ti ho seguita. Ne avrei fatto volentieri a meno, ma la tua mente e stupida e non valuta i rischi ai quali si va incontro quando si è soli.” Avrebbe voluto girarsi e guardarla negli occhi sputandole in faccia quelle parole col giusto peso, ma era entrato in un pensiero alquanto arcano e ambiguo. Aveva come la sensazione che se lei lo avesse visto in volto, non sarebbe poi riuscito a liberarsene!

Oh, avevo notato come si era ben guardato dal rispondermi, ma ciò che mi terrorizzò erano le parole con le quali mi diceva tranquillamente che era entrato in casa mia.

Aveva osato mettere piede nel mio appartamento? Nella vita dei miei figli? Non volevo credere che avesse osato tanto. Ma a quale scopo? Cosa accidenti voleva da me? Aveva sicuramente guardato ovunque e come se non bastasse mi aveva seguita fin lassù. Come aveva fatto? Una forte rabbia mi divampò dentro.

“Tu, cosa?” non riuscii a riprendere fiato per proseguire in improperi vari, ma bastava che mi desse ancora qualche attimo e…

“La tua casa è ordinata e sobria. Ho visto che hai dei figli.”

Una stretta involontaria lo trafisse allo stomaco al ricordo dei tempi andati, quando sognava una famiglia tutta sua, con dei bambini che gli correvano incontro dopo lunghi periodi passati a difesa dei confini. Un sogno che non era mai riuscito a soddisfare.

“Come hai osato?” proruppe alterata la voce di lei “Come ti sei permesso di frugare nella mia vita, nella mia casa? Ma chi diavolo ti credi di essere, brutto bastar…”

Sentii la voce raggiungere livelli alti e con rabbia e paura per me e per i miei figli mi lanciai su di lui con l’intento di mollargli un pugno, certa che non se ne sarebbe neppure accorto, ma almeno speravo di fargli male. Peccato che la sua mano bloccò il mio eccesso d’ira con fastidiosa facilità, quasi come se scansasse una zanzara che gli si era avvicinata troppo.

“Non farlo più. La prossima volta potresti farti molto male.”

La sua voce roca arrivò alle mie orecchie decisamente troppo sensuale. Ma non me ne fregava nulla, lui aveva invaso la mia vita e non solo di notte. Con rabbia gli diedi un calcio e gongolai quando il colpo lo prese al fianco facendogli digrignare i denti e, anche se non ebbe altre reazioni al colpo, iniziai a retrocedere quando quella figura si erse in tutta la sua altezza, diventando un vero gigante rispetto a me, che superavo di poco il metro e settanta, puntando quegli occhi di giada nei miei.

Non riuscivo ancora a vedergli il viso, era come se una rete nera lo coprisse quasi per intero, ma l’ira che lessi dentro quelle iridi strane mi terrorizzò talmente tanto che inconsciamente iniziai a correre, nel tentativo di scappare dalle inevitabili conseguenze.

Come nei sogni, anche nella realtà mi ritrovai a sforzare i muscoli delle gambe in una corsa forsennata nella speranza di arrivare prima di lui al finire del bosco, dove gli appassionati dello sci scorrazzavano felici. Ma troppo tardi mi accorsi di aver sbagliato direzione inoltrandomi al suo interno e perdendo totalmente la bussola. I miei occhi spaziavano attorno nella vana ricerca della via giusta, senza per altro interrompere quella corsa che poco per volta iniziava a togliermi il fiato.

Voltai lo sguardo oltre le mie spalle, sicura che poco distante la grande sagoma dell’uomo incombeva ad una velocità superiore. Ma non vidi nulla. Poco saggia rallentai il passo e mi fermai.

Girai su me stessa diverse volte col respiro che fuoriusciva in piccole nuvole dalle labbra, condensandosi nell’aria gelida.

Non c’era. Che l’avessi seminato? Impossibile. Le sue gambe erano più lunghe e muscolose e d’istinto sollevai il viso verso le alte fronde, col cuore che mi scoppiava, certa che da un momento all’altro me lo sarei trovata addosso con la potenza e lo scatto di un giaguaro accucciato sui rami, pronto a portare la morte sulla preda.

Eppure, non vidi nessuno oltre quello spesso fogliame.

Iniziai a rilassarmi e a valutare la situazione con più animosità mettendo momentaneamente la paura e la prudenza da parte.

Non capivo dove mi trovato e con qualche difficoltà, dovuta alla neve che improvvisa iniziò a scendere, cercai di ripercorrere i passi fatti nella speranza che voci amiche mi giungessero alle orecchie, aiutandomi a tornare nella zona piste. Dopo qualche decina di metri mi accorsi che la neve aveva coperto le mie impronte e mi bloccai. La luce del sole stava lasciando quella zona del bosco così vicina al monte, che faceva da scudo agli ultimi raggi, iniziando a far calare le tenebre tutto attorno.

Iniziai a preoccuparmi seriamente, non mi ero neppure accorta che fosse passato così tanto tempo, come se in quel luogo il tempo stesso e lo spazio non seguissero la stessa linea. Non era consigliabile perdersi in quell’ambiente ostile di notte, col freddo e con gli animali selvatici che lo popolavano.

“Maledizione, maledizione a te che mi hai seguita. Perché non mi lasci in pace?” urlai presa dal panico. La frustrazione iniziò a farsi strada indebolendo la lucidità dei miei pensieri.

Poggiato sul fusto di un grande albero, incurante della disperazione che sentiva crescere dentro la donna, Damian la osservava in un silenzio quasi indifferente. Sì, probabilmente la colpa della paura di lei era sua, anzi sicuramente. Ma non era stato lui a invadere il suo spazio, non era stato lui a varcare i confini e non era stato lui a donarle quella stramaledetta chiave che le permetteva di andare e tornare come voleva, fra i loro mondi. E se lei adesso era in pericolo, beh, tanto meglio, un problema in meno da risolvere.

Improvvisamente una sensazione di pena lo colpì al petto al pensiero di lei in quel bianco gelido senza vita per colpa sua. Strinse gli occhi cercando di scacciare quel pensiero che non gli apparteneva.

Lui non aveva di queste remore, ne aveva visto troppi di cadaveri nelle guerre del passato per essere colpito da un solo essere umano. Eppure, quella persistente pena al petto, non voleva mollare la presa. Poggiò la fronte al tronco cercando di calmare quella sgradevole emozione prima di decidere cosa fare di lei. Forse l’unica cosa che lo fermava dal chiudere quella questione una volta per tutte era lo scoprire che attinenza aveva con la chiave.

La donna continuò a spostarsi nella direzione sbagliata costringendolo a seguirla con gli occhi. Si era persa e il freddo iniziava a farsi sentire. Non era adeguatamente coperta per superare le ore gelide della notte e se fosse stata un poco più intelligente si sarebbe accorta che c’era un piccolo sentiero alla sua destra, che l’avrebbe condotta in un rifugio dei cacciatori. Era un sentiero coperto dalla neve, ma ad un occhio esperto non sarebbe sfuggito. Nuovamente si chiese che diavolo le fosse venuto in mente per avventurarsi in quel posto senza alcun punto di riferimento o aiuto.

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