Viaggi di Penna Libera -CAPITOLO IV°- Quel sottile confine tra noi…

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Spalancai gli occhi nell’accogliente letto della baita e, ancora scossa, mi avvolsi le coperte fino al mento cercando di ricordare tutto ciò che avevo sognato.

Questa volta ero riuscita a vedere almeno il proprietario di quella stupenda voce.

Il solo ricordo mi provocò un brivido giù per la schiena.

Solo gli occhi del colore del mare erano stati visibili, occhi non umani ma intensi e profondi. Il resto era una gigantesca sagoma scura che mi aveva decisamente terrorizzata.

Con lentezza mi portai la mano al collo. Stava guardando la chiave, i suoi occhi erano fissi sul ciondolo e non mi aveva guardata nemmeno una volta, era concentrato solo su quell’oggetto. Forse per lui aveva un significato. Ma che interesse poteva avere un ciondolo per quell’essere? Dovevo fare un salto nel negozio dove l’avevo comprato. Qualcosa mi sfuggiva e se avessi dovuto iniziare dal ciondolo, allora sarei andata direttamente alla fonte. Certo, aspettare un paio di giorni sarebbe stata dura, vista la curiosità che ora mi animava, ma non mi andava proprio di rinunciare a quei pochi giorni di totale serenità che sapevo avrei provato solo fra quelle montagne.

Così decisi di continuare quella piccola vacanza solitaria e poi al rientro avrei fatto una sosta nel negozio e messo sotto torchio quella povera ragazza.

La giornata si presentava calda, quasi primaverile. Presi una tazza di caffè e uscii nella veranda per godermi il panorama del primo mattino. L’aria era ancora leggermente fresca ma già si percepiva che sarebbe stata soleggiata e serena, ideale per la passeggiata fra i sentieri che assolutamente mai mi sarei persa.

Un’oretta dopo, in tutta e iPod con cuffie al seguito, percorsi il vialetto della baita inoltrandomi nel primo sentiero che partiva subito dopo la curva oltre la casa.

L’atmosfera che si respirava era ineguagliabile. I primi raggi di sole riuscivano a filtrare attraverso le alte fronde degli Olmi e Castagni, supportati nella raccolta delle acque da fusti più piccoli di Roverelle e Latifoglie che mantenevano una temperatura perfetta, regalando refrigerio soprattutto nei periodi estivi dove le temperature erano alte.

Godetti del silenzio che regnava e del canto degli uccellini che annunciavano il loro risveglio con aggraziati voli di perlustrazione.

Ogni tanto incrociavo qualcuno del posto e il saluto spontaneo era reciproco. Lungo il sentiero arrivai ad un crocevia dove, nella parte frontale, uno spiazzo regalava ad una moltitudine di visitatori una stupenda vista della vallata. Mi fermai qualche minuto per assaporare la beltà di quello spettacolo e vidi che non ero stata l’unica. Poco più in là una coppia con due bambini guardava il panorama attraverso i binocoli fissi della Skyline, potenti e funzionali.

I bambini ridevano contenti, riportandomi alla mente i miei tre tesori. Mi mancavano, ma li sapevo al sicuro e al caldo e questo bastava a rilassarmi.

Chiusi gli occhi lasciandomi baciare dai raggi del sole, ora alto nel cielo, che mi accarezzavano il volto e stetti ad ascoltare la voce della natura circostante, così soave e calma.

Mi riempii il cuore di tutte quelle emozioni dimenticate nello scorrere del tempo, ritrovandole più emozionanti e uniche di allora.

La voce dei bambini che si rincorrevano nel gioco riportò l’attenzione alla realtà e li osservai andare via con i genitori che camminavano abbracciati, mostrando a tutti e a nessuno il loro amore.

Ripresi il cammino fra i vialetti trovandoli magici attraverso la musica delle cuffie che amplificavano le mie emozioni. Sentivo una tale pace che solo ora mi rendevo conto di quanto ne avessi bisogno.

Passai l’intera mattina in mezzo alla natura e solo quando ero prossima alla baita mi resi conto di avere fame. Guardai l’orologio da polso come mia consuetudine e concordai col mio stomaco che le due di pomeriggio erano un orario eccessivamente tardo per nutrirlo.

Preparai qualcosa di veloce e sostanzioso, un riso in bianco e una fettina di carne, acqua e caffè per ultimo e ritornai in pace con il signor brontolo poco sopra l’ombelico.

Con mia sorpresa, la proprietaria dell’unica altra baita vicina, venne a chiedermi un’informazione riguardo alla funivia che in quel periodo dell’anno solitamente iniziava i sali e scendi dalla montagna. La neve a quelle altezze era iniziata con qualche mese d’anticipo, facendo un gradito regalo a tutti gli appassionati dello sport.

Non ne ero molto informata, ma sapevo all’incirca gli orari delle funivie ed ero certa che la stagione fosse giù iniziata. Soddisfatta delle mie risposte, poco dopo andò via ed io finalmente mi rilassai con un bel libro sul divano di fronte alla stufa a legna accesa, malgrado la giornata calda. A quelle altezze il cambio di temperatura era così veloce che se non ci si premuniva per tempo, stemperando l’ambiente interno, si rischiava che il calore della legna ci mettesse ore a mitigare il gelo nelle stanze, allora erano dolori perché la casa sarebbe diventata un cubo di ghiaccio nelle ore notturne.

Erano le otto di sera quando squillò il cellulare e nel display vidi il numero di mia madre.

“Ciao mamma, allora come va, tutto bene?”

“Ciao tesoro, sì, tutto bene, i ragazzi si stanno divertendo un mondo e ti salutano tanto. Allora dimmi di te, ti stai rilassando? Sei alla baita, vero? E com’è il tempo lì, fa freddo?”

Sorrisi a quel diluvio di domande “Sì, sono arrivata oggi. Sto iniziando a godermi la solitudine e avevi ragione, ne avevo veramente bisogno e se il tempo mantiene questo clima passerò questi giorni in giro per i sentieri, camminando e godendomi giornate in assoluta tranquillità. La sera come sai scende la temperatura, ma la stufa è un ottimo rimedio. Senti, i bambini fanno da bravi?”

“Sono degli angeli, tuo padre è quello che li stuzzica durante le giornate con nuove idee e luoghi da visitare e loro sono così entusiasti che per il suo ego sono una fonte da cui attingere. Tesoro, ascolta, io ora ti devo salutare perché tuo padre mi sta facendo dei gestacci. Oggi dobbiamo andare a mangiare in un localino che si affaccia sul lago e abbiamo prenotato per le otto e mezza, quindi dobbiamo correre, ci sentiamo poi, ok?”

“Certo, tranquilla, salutami papà e abbraccia i bambini per me, digli che li amo. Divertitevi, a presto.”

“Li abbraccio per te, a presto, cara.”

 

Da uno dei corridoi del palazzo del Consiglio Damian entrò nell’ufficio di Aidan, intento a guardare fuori dalla finestra. Sapeva cosa vedeva: l’altro Antico, Corio, occupato a corteggiare la Nime di un Consigliere.

L’aveva visto poco prima di varcare quel maestoso portone di legno rosso. Concentrandosi su di lui, iniziò a spiarne i pensieri, una capacità che solo gli Antichi possedevano.

Non gli piaceva farlo, ma avendone percepito le tristi vibrazioni, giudicava la situazione una priorità a scapito dei propri sentimenti.

Certo non si aspettava che i pensieri fossero rivolti alla sua persona!

Aidan sotto un certo aspetto lo capiva e ammirava. Lui era un Antico, un solitario per natura, possedeva un enorme potere, sapeva anche di poter cambiare le cose se si univa al resto della loro specie, ma i secoli trascorsi in guerre e morte lo avevano reso freddo come i ghiacci e distante come la luna.

Alle volte il suo sguardo gli incuteva un timore viscerale, di cui non riusciva a liberarsi fin quando non rimaneva solo e, anche allora, quello sguardo lo perseguitava per ore. Sperava solo che in caso di necessità, il guerriero che era in lui venisse in loro aiuto e non per distruggere.

Stanco di ascoltare pensieri che non gli appartenevano e rattristato nel constatare ciò che gli incuteva, si mosse verso di lui.

“Sei pensieroso, fratello, qualcosa ti turba?”

Aidan sollevò gli occhi di un giallo paglierino sprofondando nei suoi.

Non lo aveva sentito entrare. Come avrebbe potuto? La natura gli aveva concesso il passo dell’animale, felpato e silenzioso ed era inusuale trovarlo in quell’ambiente.

“Sbagli, non ho nessun turbamento. Ma dimmi, coma mai sei entrato nella gabbia dei leoni? Sino a qualche ora fa non volevi averci niente a che fare.”

“Un Consigliere aveva bisogno di un parere, tutto qui.”

Damian mosse qualche passo verso di lui che per istinto frappose la scrivania fra loro. Sorrise per quel gesto impulsivo ma fece finta di nulla.

“Se hai da dirmi qualcosa approfittane ora, perché dovrò assentarmi per qualche giorno e non sarò reperibile fino al mio ritorno.”

“Devi partire per andare dove? Scusa, ma ti sembra il momento adatto per una vacanza?” non era arrabbiato, piuttosto curioso e perplesso.

“Non ti riguarda. Volevo solo avvisarti che chiuderò anche i contatti mentali. Ho bisogno di assoluta concentrazione, quindi ti ripeto: hai da dirmi qualcosa?”

Nuovamente i suoi occhi lo fissarono e i pensieri arrivarono come se un narratore fantasma gli entrasse nella mente con la sua voce profonda. Vedeva chiaramente lo scontro che stava avvenendo in lui. La presa visione del suo non poter far nulla contro la determinazione con la quale lui operava sulle proprie scelte e idee. Sapeva che non sarebbe mai riuscito a fargli cambiare idea, su niente. Si sentiva così impotente quando era dinnanzi a lui che cercava di mitigarne gli effetti mascherandoli dietro rabbia e fastidio.

Scosse la testa, stanco di ascoltare quei tormenti che mai avrebbe voluto creare in suo fratello.

“No, Damian, non ho nulla da dirti se non: mi raccomando, sta in guardia.” Si guardarono.

Ciò che frullava in quella testa era ben chiaro, sentiva anche il suo tormento per il loro futuro come Razza, ma doveva ancora crescere e capire che spesso le distanze sono le migliori amiche per le soluzioni ai problemi.

E poi adesso aveva un compito in sospeso con una umana.

Senza dire nient’altro, girò di spalle e uscì da quell’ufficio liberandolo dalla sua enorme presenza.

Una volta fuori da quella struttura claustrofobica si avviò col solito passo calmo verso la foresta, dove un sole nero e morente iniziava a richiamare le tenebre. La sua casa, la sua solitudine.

Con la coda dell’occhio scorse Corio il quale probabilmente decise che era ora di smetterla di infastidire la donna e rivolgere la sua attenzione a lui e andargli incontro.

Lo vide fare un’ultima battuta alla Nime e voltarle le spalle subito dopo, lasciandola imbambolata lì in piedi, nel bel mezzo del giardino, per dirigersi con movenze sicure verso l’antagonista di sempre.

Damian si concentrò sull’altro Antico senza voltarsi, continuando a camminare. In silenzio attese che parlasse.

“Sei diventato così selvatico che non ti disturbi neppure a salutare, Damian.”

Al suono di quella voce un tempo amica, ora odiata e disprezzata, si fermò a qualche metro dal limitare della foresta. Volse leggermente il viso dando all’altro una parziale visione del suo profilo. Non si vedevano da diversi anni e sapeva che l’avevano avvisato del suo ritorno nella valle, ma fino ad ora era stato un’ombra.

Essendo entrambi degli Antichi avevano la capacità di sentire le auree l’uno dell’altro e spesso ciò li portava ad evitare di incontrarsi, ma ora sapeva che Corio aveva perso quel potere su di lui e la cosa gli piaceva.

“Ho saputo che sei tornato da molto. Non ci reputi degni di una tua visita al Consiglio, guerriero?”

L’espressione di Damian si assottigliò nel tendere le labbra ad un accenno di sorriso.

“Pensi davvero che nella mia mente possa essere balenato, anche solo per un momento, il pensiero nei vostri confronti, Corio? L’unica cosa che mi ha interessato una volta tornato, è stato riportare a chi di dovere il risultato della mia esplorazione. Tutto il resto non conta.”

“Sempre sulla difensiva, eh Damian?”

Si voltò a guardarlo leggendone lo sconcerto negli occhi per l’importante cambiamento avvenuto in lui.

Oh, non era un cambiamento fisico, la diversità stava nella sua espressione, nel suo portamento e in ciò che la sua persona emanava. Era come se il tempo passato lontano lo avesse reso infinitamente più saggio e sicuro di sé. Non era superbia, ma semplice realtà di una vita passata a temprare lo spirito e il corpo, rafforzandoli. Osservò le mascelle di Corio irrigidirsi. Era diventato molto più pericoloso di quanto l’Antico ricordasse e percepì cautela in lui, le sue barriere, sollevate, in difesa di un eventuale attacco.

Devo stare in guardia!

Quel pensiero lo raggiunse fulmineo, facendolo sorridere.

“Come sempre non noti neppure le cose più ovvie, amico mio, la donna non ti toglie gli occhi di dosso, ma tu neanche la vedi. Così la deludi.”

Senza voltare il capo, gli occhi di Damian andarono alla donna che, ancora persa nei pensieri, sussultò quando incontrò il suo sguardo da guerriero, che lui si affrettò a distogliere per non turbarla ulteriormente.

Le Nime si legavano ad un solo compagno, Corio questo lo sapeva e se la donna ostentava interesse per lui o per qualcun altro, stava a significare che ancora non era stata reclamata come si deve dal compagno stesso, cioè con l’unione dei corpi e del sangue che non serviva solo per il nutrimento, ma anche e soprattutto, ad unire le anime di due persone per l’eternità.

Ma a lui la cosa non interessava, tutta l’attenzione era concentrata altrove.

“Non mi interessano queste cose e certamente non ho bisogno che qualcuno mi trovi una Nime, Corio.”

“C’è stato un tempo, molto lontano, in cui eravamo amici. Cosa è avvenuto nel mentre per arrivare a questo?” disse Corio corrugando la fronte.

Sentì gli occhi diventare due linee sottili “Non credo occorra che te lo ricordi. Vuoi sapere se le cose potevano andare diversamente? Probabilmente sì. Ma quando è l’ingordigia di potere, codardia e l’ossessione della supremazia a governare un essere, quelle regole nel rapporto con le persone vengono a mancare, si annientano. Ora, se non hai altro da dire ci salutiamo qui.”

L’asciò l’altro Antico che ribolliva di rabbia mentre lo guardava scomparire tra la vegetazione attorno al palazzo del Consiglio, come inghiottito dalla natura stessa.

Damian continuò ad inoltrarsi nella profondità del bosco, conscio di aver lasciato un Corio non soddisfatto che probabilmente se la sarebbe sfogata con qualche povero inutile Consigliere.

La cosa non lo preoccupava. A lui servivano, li aveva nominati lui stesso per avere il controllo sui ricchi della specie. Più ci pensava e meno capiva come si potesse essere così sciocchi da vendersi per un soldo in più a quell’essere pazzo, egoista e infedele.

Su una cosa aveva ragione però, un tempo erano amici, eppure anche allora sentiva di non essere riuscito a dargli una totale fiducia; qualcosa lo aveva sempre frenato. Ora capiva quanto il suo istinto lo avesse aiutato nelle scelte della vita.

Gli animali del bosco lo scrutavano da ogni buca, da ogni ramo o dietro i cespugli. Non lo odiavano, forse lo temevano, ma sentivano anche che non gli avrebbe fatto mai del male e sapevano che era parte di loro perché lui viveva per quei posti e ripudiava con convinzione le civiltà e le conseguenze del sorgere di infinite strutture di cemento tanto usate nel mondo umano.

Era un animalista? No, amava semplicemente ciò che la natura in tutta la sua saggezza sapeva dare, senza bisogno di soldi, sotterfugi politici, distruzione di spazi verdi o sterminio degli esseri che per primi popolavano questi universi speculari e diversi.

Le foreste erano dei luoghi così silenziosi e selvatici che gli rinvigorivano lo spirito, quello che con ogni probabilità aveva perso durante i suoi anni di lontananza. Ogni tanto questi pensieri riaffioravano alla mente e sempre in concomitanza con qualche problema che presto si sarebbe fatto vedere.

Digrignò i denti mettendo da parte queste pesantezze e si concentrò sull’umana che da oggi avrebbe temuto sotto controllo per scoprire come avesse ottenuto quel ciondolo.

Se c’entrava Corio, questa volta lo avrebbe fatto a pezzi.

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