Quel sottile confine tra noi_capitolo XV° e XVI°_Viaggi di Penna Libera di Anastasya

20

 

 

 

Non ero stata via molto dalla città, eppure tutto quel frastuono e chiacchiericcio iniziavano a infastidirmi. Arei voluto tornare indietro di qualche ora, riassaporare la tranquillità della baita e, perché no, anche del rifugio, mi scoprii a pensare.

“Se mi fai strada, possiamo andare.” Mi disse scrutandomi attentamente.

Forse voleva accertarsi che stessi bene.

Mi guardai attorno riconoscendo il vicolo accanto al negozio. Scossi la testa trovando assurda la situazione che stavo vivendo. Il tutto era partito dai sogni, evolvendosi dalla stanchezza paura in emozioni contrastanti come perplessità, insicurezza, raziocinio e intrigo. Si, perché tutto potevo negare ma non quello che quell’uomo, o vampiro che fosse, mi faceva provare.

Lo precedetti svoltando nella strada principale nella quale si affacciavano tutti i negozi della zona. Notai subito quello con su scritto “aperto”. La commessa doveva essere già arrivata, però la porta era chiusa, constatai nel cercare di aprirla.

“Forse si è spostata un attimo, possiamo farci un giro e tornare fra qualche minuto.”

“No, la ragazza è dentro. In questo preciso momento non ci toglie gli occhi di dosso.” Disse con un sorriso mentre incrociava le braccia al petto.

Voltai la testa seguendo la direzione dei suoi occhi e rimasi perplessa nel vedere la ragazza che mi aveva venduto il ciondolo fissare Damian in maniera decisamente poco educata e fastidiosa.

Con decisione diedi due colpetti al vetro, cercando di attirare l’attenzione della ragazza che, imperterrita, rimase ad osservarlo.

La cosa iniziava a darmi sui nervi, ma evitai di ragionare sul perché.

Gli occhi della ragazza incrociarono i miei e dopo un attimo di titubanza si illuminarono riconoscendomi.

Alla buon’ora!

Poco dietro, Damian rise. Imbarazzata non lo degnai di uno sguardo e aspettai che la giovane aprisse la porta. Avevo scordato che poteva leggeri nella mente.

“Non montarti la testa, succhia sangue!”

Invece di infastidirlo la cosa sembrò divertirlo e il sorriso si tramutò in una fragorosa risata che mi vibrò dentro lo stomaco, provocandomi sensazioni acute.

“Giurerei di aver sentito un pizzico di gelosia.” Mi disse ancora divertito.

“Ti piacerebbe! Non ti conosco abbastanza per essere gelosa di una ragazzina, quindi piantala di fare lo scemo.”

“A questo possiamo rimediare.”

Ci misi del tempo a rispondere al saluto della ragazza che si presentò a Damian, col nome Silvia, sfoderandogli un meraviglioso sorriso. Le su ultime parole continuavano a rimbombarmi nella testa. Possibile che volesse conoscermi meglio? Che non sarebbe stata l’ultima volta che ci saremo visti?

“Piacere, Damian.” La sua mano superò la mia spalla andando incontro a quella della commessa tutta lentiggini e dalle guance più rosse di un pomodoro, stringendogliela delicatamente.

“Signora, che piacere rivederla.” Disse volgendosi a guardarmi, “Prego, accomodatevi, ho aperto da poco quindi scusate il disordine.” Continuò rivolgendosi insistentemente a Damian.

L’idea fulminea di comprargli una maschera da fargli indossare si piantò nel mio cervello ad ogni occhiata languida che Silvia lanciava nella sua direzione. Possibile che quella ragazza non avesse un briciolo di amor proprio?

Diavolo, d’altronde il signorino non era arrivato da solo!

Indifferente a tutta quell’attenzione, Damian parlava con Silvia sulla particolarità del negozio facendole i complimenti. Mi avvicinai e quando quegli occhi di giada si girarono verso di me, persi del tutto il ricordo di ciò che volevo dirgli.

Dio, quest’uomo mi stava facendo perdere la testa.

“Cosa vi porta qui nel mio negozio? Vuole regalare un ciondolo anche a suo marito?”

Questa me la voglio proprio godere!

Pensò Damian, guardando Alessandra, mentre l’arancio e il rosso creavano un acceso arcobaleno sulle sue guance. Stranamente non provava fastidio ad essere scambiato per suo marito, anzi, la cosa lo lusingava.

“No no, Silvia, si sbaglia, Damian non è mio marito. Lui è un amico di famiglia. Comunque, siamo qui per un motivo ben preciso e se ci dedica qualche minuto togliamo subito il disturbo.”

“Ma certo, chiedete pure sono qua apposta.” Questa volta il suo sorriso era tutto per me, ma la cosa non mi gratificò più di tanto.

“Si ricorda il ciondolo a forma di chiave?”

“Certo, come potrei scordarlo? Non si è rotto, vero?” mi chiese apprensiva.

“Assolutamente no, niente del genere. Volevamo solo delle informazioni a riguardo.” La tranquillizzai mentre tiravo fuori dalla giacca il ciondolo in questione.

“Non so dirle altro oltre a quello che le ho già detto. Mia nonna ne era la proprietaria, bisognerebbe parlare con lei, ma in questi giorni non è stata molto bene.”

“Mi dispiace tanto.” Cos’altro potevo dire? Insistere mi sembrava fuori luogo quindi mi voltai verso Damian, con la convinzione che saremo andati via subito. Ma pareva fosse di tutt’altra idea.

Si sporse verso il bancone afferrando la mano della giovane per stringerla fra le sue.

Sentii le pupille dilatarsi in reazione al gesto e rimasi scioccata dall’istinto omicida che mi assalì.

“Mi rincresce per sua nonna, Silvia. Se c’è qualcosa che posso fare, la prego, non esiti a chiedere. Vorrei però farle capire il motivo della nostra richiesta, se me lo permette.”

Silvia sembrava sotto l’effetto di una magia. Non gli staccava gli occhi di dosso e asseriva con la testa come se le parole trovassero difficoltà ad uscire.

Tutto quel potere in un uomo, vampiro, qualsiasi cosa fosse, era pericoloso per qualsiasi donna sulla faccia della terra.

“Il ciondolo che ha venduto ad Alessandra, è uguale a quello della mia famiglia, e dato che sto facendo una ricerca del mio albero genealogico, ho pensato che chi ne possedeva uno simile, probabilmente rientrava anch’esso nella sfera.”

Avevo perso tutto il discorso e attaccarmi all’ultimo pezzo non aiutava a capire cosa diavolo le aveva rifilato come scusa. Non potevo negare che ci sapesse fare.

“Credo che potrei parlarne con la nonna e vedere se è in grado di affrontare la cosa. Ripeto, non sta bene e non vorrei…” le braccia di Damian si sollevarono a interromperla.

“Non mi permetterei mai di arrecare disturbo o ulteriore star male a sua nonna. Rispetterò la sua risposta, qualsiasi essa sia.”

Silvia annuì contenta e senza pensarci troppo afferrò la cornetta del telefono.

E io mi feci più vicina a lui.

“Quali sono le tue intenzioni? Non ti sembra di esagerare con questa storia del ciondolo? Se proprio ci tieni ti do quello che ho al collo e la chiudiamo qui.”

Non mi andava di disturbare un’anziana per una cosa che non solo non reputavo necessaria, visto che comunque l’oggetto era nelle mie mani, ma soprattutto avevo paura che la povera donna avrebbe avuto l’infarto che ino ad ora il Signore le aveva condonato, quando lo avrebbe avuto davanti agli occhi.

“Sì, nonna, tranquilla lo farò. Ma certo, te lo prometto. A dopo.”

Silvia mise la cornetta al so posto e con un sorriso disse che la signora non vedeva l’ora di conoscerci.

Ne rimasi piacevolmente sorpresa. Quel ciondolo si portava dietro dei segreti che iniziavano a incuriosirmi.

Essendo ancora presto, Silvia chiuse il negozio appendendo il cartello “Torno subito” alla porta.

L’appartamento non era molto distante e quando Silvia suonò il campanello, il portone si aprì subito come se l’anziana ci stesse aspettando dietro la porta di casa.

La piccola donna che ci accolse sull’uscio era la versione più grande di Silvia, anch’essa con lentiggini sul viso e un sorriso saggio e stanco a testimoniare l’esperienza di una vita. La ragazza ci presentò e la donna, che si sorreggeva su un bastone, quasi perse l’equilibrio quando Damian si fece avanti per stringerle la mano ruvida e piccolina. Gli occhi, dello stesso coloro della nipote, si spalancarono sbigottiti, come se in lui riconoscessero qualcuno che non vedeva da molto tempo.

“È un piacere fare la sua conoscenza. Il mio nome è Damian.”

L’anziana lo squadrò dal basso verso l’alto come se cercasse qualcosa. Poco dopo, un sorriso dolce la illuminò.

“Il piacere è mio, giovanotto. Io sono Patrizia. Ma prego, entrate e accomodatevi in salotto. Silvia, tesoro, prepareresti un po’ di the prima di andare via?” senza aspettare risposta e a piccoli passi ci fece strada.

Quel camminare lento e affaticato mi strinse il cuore e senza accorgermene l’aiutai a sedersi nella poltrona poggiandole il bastone sul lato.

“Grazie, cara.” La carezza con la quale accompagnò la frase mi colse impreparata. In quel gesto vidi una sapienza profonda, come le rughe incise sulla sua pelle ruvida. La sensazione del suo tocco mi rimase per buona parte del tempo.

“Così volete sapere della chiave?” i suoi occhi rimasero su Damian. Sembrava cercare nei suoi tratti quelli di qualcun altro.

Damiani annuì, “Se non vi è di disturbo, ovviamente.”

Patrizia gli sorrise come se non riuscisse a farne a meno. Con un sospiro si adagiò sullo schienale chiudendo gli occhi.

“Non sei lui. Gli somigli in qualche modo, ma non sei lui. Però sono certa che vieni dallo stesso posto.” Constatò fra sé, dandogli del tu.

Lo vidi irrigidire la mascella e fissare l’espressione assorta della donna.

“Può spiegarsi meglio?” le chiese, ma la donna sembrava essersi addormentata.

Ci guardammo indecisi su cosa fare quando Silvia entrò nel salotto con un vassoio fra le mani.

“Eco a voi. Ho aggiunto qualche dolcetto.”

Che gentile, quasi mi dispiaceva averla criticata poco prima, quasi!

Vide che stavamo in silenzio ad osservare Patrizia e iniziò a ridere.

“Tranquilli, potete parlarle, non si è addormentata. Spesso si estrania con la mente perdendosi in qualche pensiero. Questo purtroppo è l’unico modo col quale riesce a radunare le idee prima di dire la sua. Avrei dovuto dirvelo prima, mi dispiace, me ne sono scordata. Fra poco vedrete che riprenderà a parlare. Ora evo andare, mi ha fatto piacere rivederla, Alessandra, spero verrà ogni tanto a trovarmi.” Ci stringemmo la mano.

“Damian. Ecco… sì, è stato un piacere anche con lei. Torni a trovarci presto.” E sgusciò fuori dall’appartamento come se avesse il diavolo alle calcagna.

Perplessa da tutta quella storia stramba e incasinata, tornai a concentrarmi sulla donna che ancora ad occhi chiusi non ci dava modo di capire come comportarsi.

Anche Damian sembrava concentrato su qualcosa. Malgrado la postura rilassata, la luce sinistra nei suoi occhi denotava una tensione sempre più crescente.

Mi venne da pensare che forse il mondo non era poi tanto equilibrato. C’erano in giro troppi personaggi fuori di testa.

“Vuoi davvero che ti spieghi? Anche se questo comporta non mantenere una promessa fatta tanto tempo fa? Se sei colui che penso tu sia, sai che le promesse non possono essere infrante per futili motivi come l’albero genealogico. Hai un’altra alternativa da propormi?”

Ok, era ufficiale. Ero circondata da pazzi e non me ne ero accorta!

Passai con gli occhi dall’una all’altro cercando di capire il filo conduttore di tutte quelle parole, andando a cozzare con un’interminabile matassa di filo spinato che non faceva altro che farmi venire il mal di testa.

Damian si appoggiò alla poltrona. Studiò attentamente Patrizia e con un mezzo sorriso allungò le gambe come a volersele sgranchire.

“Lei è perspicace, Patrizia, glielo concedo. Posso anche fare a meno di sapere come ha ottenuto la chiave, ma se sa chi sono io, deve sapere anche che non ci è permesso rapportarci a voi in nessun caso, quindi con chi ha avuto a che fare e chi ha osato infrangere questa antica legge? È disposta a dirmi il suo nome?”

La cosa iniziava a darmi sui nervi perché oltre a non aver capito un accidente, mi sembrava di fare la bella statuina in una partita di ping-pong.

“Potrei. E tu saresti disposto a darmi un’informazione, giovanotto?”

Per poco non mi venne da ridere. Sentire quella donnina che si rifiutava di chiamarlo per nome e che quasi lo aveva in pugno, era uno spettacolo che mai mi sarei dimenticata.

“Dipende da ciò che chiede.” Continuò Damian.

“Voglio sapere se lui è ancora in vita.”

Damian non si scompose.

Mi ritrovai in trepida attesa della sua risposta, curiosa di sapere chi fosse il mal capitato che sarebbe finito fra le sue mani.

“Potrei darle questa informazione, ma solo perché sono consapevole che per tutto questo tempo ha mantenuto ciò che aveva promesso. E anche se ora lo ha in qualche modo infranto, con me, so che lo ha fatto con la certezza di sapere con chi lo stava facendo. Dunque, sì, le dirò se colui che ha accolto fra le braccia è ancora vivo.”

Un leggero rossore imporporò le guance di Patrizia, che mantenne comunque compostezza. I suoi occhi parvero rianimarsi di vita propria e una luce nuova vi brillò al loro interno.

“E sia, ma prima voglio fare una premessa. A quei tempi, ero molto giovane e incosciente. Propensa all’ingenuità ma non ad innamorarmi facilmente. Quindi, se pensi di attribuirgli una qualche colpa, beh, toglitelo dalla testa. Io volevo ciò che lui mi negava. Io volevo lui, io volevo vivere la mia avventura.” Non aggiunse altro e aspettò.

Avevo una voglia matta di mangiarmi le unghie, schioccare la lingua o fare un qualche rumore per spezzare quell’atmosfera di suspence che si iniziava a respirare.

“È stata una sua decisione, come lo è adesso. Non posso prometterle che non ci saranno conseguenze, ma posso dirle che saprò valutare l’insieme delle cose.”

“Dovrà bastarmi.”

In risposta, Damian annuì, malgrado la sua espressione diventasse di minuto in minuto sempre più truce.

“È un Antico, un guerriero per l’esattezza. Il suo nome è Corio.”

Dentro di sé Damian passò dalla sorpresa alla rabbia ad una tale velocità che si stupì di non esplodere nell’esatto istante in cui la donna pronunciò quel nome. Non riusciva a credere che Corio, colui che aveva promosso e firmato il divieto di rapportarsi con li umani, fosse lo stesso che lo aveva infranto.

“Come ha conosciuto Corio?” chiese all’anziana.

Voleva delle risposte, ma al contempo non voleva invadere l’intimità della donna nei confronti dell’altro vampiro perché sentiva che viveva ancora in lei.

“I miei occhi sono stanchi e vecchi, ma non quelli della mia anima. Malgrado possa aver frainteso per un solo momento chi sei, posso assicurarti che vedo perfettamente ciò che hai dentro.”

Una smorfia piegò l’angolo delle labbra di Damian.

“Ne deduco che sa più cose di quanto dovrebbe. Un altro errore da parte di Corio, a quanto pare.”

L’espressione di Patrizia si fece nervosa e preoccupata.

“Non permetto che uno sconosciuto minimizzi con il termine “errore” ciò che ho condiviso con lui. Ciò che c’è stato fra noi è la cosa più meravigliosa, stimolante e pura che qualsiasi donna sognerebbe di vivere, anche solo per un breve attimo. Quindi risparmiami queste affermazioni seccate e cerca invece di comprendere il vero significato della cosa.” Lo apostrofò con durezza.

Scorsi un guizzo di ammirazione in quegli occhi verdi. Senza dubbio la rispettava, ma allo stesso tempo non accettava le azioni dell’altro vampiro.

Lo osservai sporgersi per prenderle delicatamente le mani che, nel vano tentativo di frenare il tremore che le scuotevano, stringevano il delicato tessuto del divano.

“Non fare mai un torto simile a coloro che portano tali sentimenti dentro. Perché essi sono da tenere stretti gelosamente, perché sono ciò che ci permette di vivere un’esistenza appagante e perché sono la completezza di ogni cosa. Non giudico ciò che è stato, né ciò che probabilmente ancora esiste fra di voi. L’amore non si può giudicare, si può solo accogliere dentro, sentendoci liberi di cavalcarne l’onda, sempre più grande, sempre diversa. Ma ho un vuoto nella mente che non mi permette di vivere serenamente ciò che mi ha detto, Patrizia.”

Quelle parole parvero bastarle e con insospettabile audacia allungò il braccio per posare su quel volto maschio e bellissimo una leggera carezza.

Spostai gli occhi su di lui, rimanendo affascinata dal suo ricambiare con un lieve baciamano.

“Ci rincontreremo ancora?” gli chiese speranzosa.

Non le rispose subito, prima mi guardò, così profondamente da farmi venire la pelle d’oca.

“Sì, probabilmente tornerò a trovarla.”

Andammo via poco dopo, ma dentro ero consapevole che tutto ciò di cui si era parlato fra quelle mura era diventato reale e concreto. I fastidi e le perplessità iniziate nei sogni, erano sparite.

Sommersa da una moltitudine di pensieri e sicura di aver dato il beneficio del dubbio a ogni cosa che quell’uomo strano ed enigmatico mi aveva detto, gli camminai accanto per qualche metro con una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Poco per volta, realizzavo una realtà che bene si sposava a parole, ma poco si adattava a questa vita consumata da indifferenze e ovvietà.

Sentivo che stavamo per dirci addio e la cosa mi provocava un inaspettato senso di rifiuto. Volevo parlare con lui ancora un po’, conoscerlo meglio e magari, conoscere meglio il suo mondo. Ma quando scorsi una certa fretta nella sua espressione rimasi zitta.

Senza motivo apparente, mi venne da sorridere.

“Ti faccio ridere, Alessandra?”

“No, sicuramente non è l’aspetto della tua personalità che più mi ha colpito. Ho solo pensato che stessimo per dirci addio.” Non avevo motivo di mentirgli, tanto non ci saremmo più rivisti.

“Hai ragione, stiamo per salutarci anche se non è un addio, ma un arrivederci.” Disse mettendosi davanti a me.

Non sapevo cosa dirgli, aveva un modo di guardarmi che mi toglieva il fiato e mi metteva in un infantile imbarazzo.

“Devo riportarti a casa?” mi chiese.

“No, prima devo recuperare l’auto lasciata al posteggio della funivia.”

“Allora ti porto lì, avvicinati a me.”

Nella mente un cartello luminoso e lampeggiante evidenziava la scritta “pericolo”.

Avvicinarmi nuovamente a lui era maledettamente pericoloso, non ero immune al suo fascino e le emozioni provate la prima volta non mi avevano lasciata indifferente.

Ero combattuta da un pensiero contrastante, come una voce insistente, che mi attirava fra le sue braccia e allo stesso tempo mi allontanava.

Vedendo che non mi decidevo, fu lui a venire verso di me.

Mi fissò intensamente e con dolcezza mi circondò tra le braccia. Sospirai lasciandomi andare in un timido abbraccio che tanto avrei voluto si tramutasse in qualcosa di impudente e rovente.

“Stringiti a me, non pensare e lasciati andare.”

Fosse facile! La sua voce non faceva altro che ingigantire la tempesta che covavo dentro.

Fu un attimo e nuovamente emerse quella sensazione durante il passaggio da un posto all’altro, senza visioni questa volta a smorzare la tristezza per l’imminente distacco.

Una carezza e i miei occhi si ritrovarono a girovagare nel parcheggio della funivia. L’auto non era che a più di qualche metro da noi. Continuai a stare aggrappata a lui. Irrazionalmente non volevo che andasse via. Possibile che in così poco tempo fosse riuscito a far breccia nel mio cuore in maniera così profonda?

“Tutto a posto?”

Fissai i miei occhi nei suoi, sciogliendolo dalle mie braccia e passandomi una mano tra i capelli.

“Non credo mi abituerò mai a questo.” Già, come se ci fosse stata un’altra occasione.

“Tu vuoi rivedermi, Alessandra?”

Mi sentivo come un’adolescente impacciata. Volevo rivederlo? Sì, certo che lo volevo. Malgrado l’inizio poco rassicurante e le stranezze che lo riguardavano, sentivo che questa era un’avventura a cui non potevo assolutamente rinunciare

“Sì, mi piacerebbe.”

“Bene. Perché vorrei chiederti se saresti disposta a passare un paio d’ore con me nel mio mondo, domani. Vorrei fartelo conoscere e darti la possibilità di conoscere anche me. Pensaci, non sei obbligata ovviamente, ma mi farebbe molto piacere se tu mi dessi questa opportunità. Ora devo andare a risolvere il problema della chiave con Corio. Confido che la terrai ben custodita fin quando non tornerò.”

“Nessun problema. Credevo volessi portarmela via e non credo sarei stata molto accomodante nel dartela.” Feci una smorfia.

La sua richiesta mi colse comunque impreparata lasciandomi un senso di ansia allo stomaco. Voleva rivedermi, voleva portarmi nel suo mondo e passare del tempo con me.

“Non avevo dubbi in merito. Ma no, non te la porterò via anche se sotto certi aspetti dovrei. Vedrò poi cosa fare.” E senza preavviso si chinò avvicinandosi alle mie labbra.

Sgranai gli occhi, impaurita dalle emozioni che mi travolgevano come una valanga, “Cosa fai?”

“Una cosa che muoio dalla voglia di fare da quando ti ho incontrata la prima volta nei tuoi sogni.”

Il tempo sembrò fermarsi. Seguii quella bocca che si avvicinava alla mia in un’interminabile discesa, un po’ socchiusa. Le farfalle nello stomaco iniziarono a volare impazzite. Sollevai gli occhi in una frazione di secondo, la stessa che ci mise la sua bocca a poggiarsi sulla mia, rimanendo imprigionata in quelle profonde iridi di giada.

Il primo palpito della sua lingua mi incendiò il corpo. Un caldo propagarsi del desiderio mi annebbiò la mente mentre le sue braccia mi circondavano con passione.

Quel corpo duro e grosso era il perfetto contrasto alle mie morbidezze. Ricambiai il bacio senza pensare, senza riflettere sulle possibili conseguenze quando sarebbe andato via lasciandomi sola, con la mente libera di distruggere in vane preoccupazioni ciò che stavo provando in quel momento.

Ero letteralmente ubriaca del suo bacio. Giocò e stuzzicò ogni più piccolo angolo della mia bocca, invadendola languidamente ed eroticamente. Mi strinsi a lui, afferrandogli le spalle e attirando a me, alla ricerca di una maggiore pressione del suo corpo.

All’improvviso si staccò, posizionando le mani sui miei fianchi per allontanarmi.

“Tornerò da te. E finirò ciò che ho cominciato.” E così, dal niente e senza aggiungere altro, sparì come rapito dal nulla.

Rimasi a fissare il punto dove poco prima la sua presenza era stata reale e palpabile, restia a tornare alla realtà. Provavo un peso sul cuore che mi fece salire le lacrime agli occhi e non capivo perché provavo tanto struggimento.

Mi imposi di tornare al presente, dirigendomi all’auto e mettendo in moto per immettermi subito dopo in strada, direzione baita, ritornando con la mente agli attimi di poco prima, a quella bocca sulla mia, a quegli occhi che mi erano entrati nell’anima.