Quel sottile confine tra noi_capitolo XI e XII_Viaggi di Penna Libera di Anastasya

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Quel sottile confine tra noi

Oh, che deliziosa sensazione allo stomaco. Il suo nome pronunciato da quelle labbra era una carezza sensuale che scivolava calda sulla pelle.

“Raccontami di te, della tua vita, dei tuoi figli. Ho avuto modo di vedere delle immagini nel tuo appartamento e anche nelle camere. Sì, lo so, ho sbagliato” la anticipò quando colse il risentimento sul suo viso, “A mia discolpa posso solo dire che non è mia abitudine violare lo spazio altrui in questo modo. Purtroppo, le circostanze mi hanno portato ad osare tanto. Non riuscivo a trovarti.” Fissò gli occhi nei suoi sperando di mostrarle la sincerità delle sue parole.

Era caparbia, non mollava la presa mantenendo vivo il disturbo che la sua presenza nel proprio appartamento le aveva dato. Aveva violato la sua sfera privata, invadendo il suo ambiente e quello di coloro che più amava nella vita, i figli. Si era mosso con fretta e senza riflettere, spinto dall’unico obiettivo di trovarla per carpire il segreto di quel ciondolo. Ora però sapeva che l’unico modo per cancellarle tutti i dubbi era renderla partecipe delle cose, magari non tutte, ma certamente quelle delle quali lei faceva parte.

Buttai giù gli ultimi sorsi della bevanda oramai fredda. Come poteva chiedermi questo? Voleva ciò che per tanto tempo avevo precluso a tutti, a parte la mia amica: spalancare i cancelli del mio cuore.

Come potevo con lui? Era un estraneo, apparso all’improvviso nella mia vita scombussolandone la tranquillità e il riposo.

Era vero anche che la curiosità persisteva, volevo sapere di lui qualcosa di più. Forse volevo conoscerlo a fondo per poter capire se questo incontro avesse un significato, ma il timore di ciò che poteva uscirne fuori mi spaventava in egual misura.

Non era per niente facile decidere, quando in questo momento dubitavo anche della mia sanità mentale.

“Se non ti va lo capisco. Non sei obbligata a dirmi niente che tu non voglia, Alessandra. Puoi anche stare in silenzio, parlerò io al posto tuo.”

Questo suo potermi leggere i pensieri stava iniziando a snervarmi. Ma era altrettanto vero che si metteva in gioco in prima persona, a prescindere della mia decisione. In fondo, che male poteva fare scambiare due chiacchiere? Presi le tazze dal tavolo e le poggiai nel lavandino.

“Sì, parliamo un po’”.

Damian la precedette verso il camino aggiungendo qualche ciocco di legno per dare ad entrambi il tempo di sedersi e rilassarsi prima delle reciproche confidenze. Non aveva intenzione di farle domande, se proprio non erano necessarie, voleva che le si aprisse con lui senza costrizioni. Voleva che si abituasse a lui gradualmente e dimenticasse le paure che provava nei suoi confronti. Rivalutò la decisione di raccontarle determinate cose più avanti, preparandosi ad aprirsi con sincerità.

“Probabilmente la legna non basterà per tutta la notte.” Osservai mentre seduta nella poltrona seguivo ogni movimento di quella muscolosa e scattante schiena. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel corpo maschile. Ogni volta che aggiungeva un pezzo di legno o muoveva l’attizzatoio nelle fiamme tutti i muscoli della schiena e delle braccia si contraevano provocandomi piccoli spasmi alla bocca dello stomaco.

Oddio, come sarebbe stato toccare quei muscoli mentre ero sotto di lui? Tutta quella forza concentrata su di me…

“Non preoccuparti, nel caso vado fuori a prenderne altra” mi disse senza voltarsi e continuando ad aggiungere legna.

Ti stai lasciando nuovamente soggiogare dagli ormoni, Alessandra.

Vero, eppure continuavo a riportare gli occhi su quel corpo.

Aveva i fianchi stretti e un sedere così sodo e perfetto. Lasciai alla mente ancora qualche attimo per vagare e le immagini arrivarono all’improvviso.

Mi vidi circondarlo con le gambe, le sue mani che afferravano le mie, intrecciandole e sollevandole sopra la mia testa mentre, sorreggendosi per non gravarmi del suo peso, con lente e poderose spinte affondava in me contraendo gli addominali magnificamente scolpiti.

“Maledizione!” scossa dall’audacia dei miei pensieri scattai in piedi e borbottai una scusa. Fisicamente volai per raggiungere il bagno. Una volta chiusa la porta mi ci poggiai contro e chiusi gli occhi.

Quelle immagini così reali continuavano a riempirmi la testa. Ne ero talmente attratta da sapere che avrei perso il controllo se prima non mi fossi calmata. Damian scatenava perversioni forti e sensuali.

Mi sciacquai il viso sperando che l’acqua fredda calmasse il calore continuo che vibrava fra le mie gambe.

Damian strinse gli occhi fino a renderli due sottili fessure luminescenti. Contrasse la mascella nel vano tentativo di contrastare l’impulso sanguigno che lo spingeva a correre da lei per prendere ciò che le sue immagini avevano evocato. Il suo corpo era un fascio di nervi tesi e vibranti. Il suo pensiero gli era arrivato colpendolo ai lombi con una potenza inaudita, lasciandolo tramortito e assetato di una brama che solo lei poteva placare. Nessuna Nemi gli aveva mai provocato un tale desiderio.

Quella piccola umana invece, con la sola fantasia, aveva risvegliato la sua natura di predatore che ora, con difficoltà, cercava di domare. Il suo membro pulsava dal desiderio di mettere in opera le fantasie di quella mente e quando aveva cercato di placarne il tormento era stato peggio.

Il rumore dell’acqua smise all’improvviso. Non poteva farsi trovare in quelle condizioni. Senza indugi uscì inoltrandosi per qualche metro nel bosco sotto le raffiche di vento che senza benevolenza lo sferzavano. L’aria era gelida ma lui non se ne accorse nemmeno, aveva il sangue che gli scorreva dentro come lava, infiammandogli i sensi.

Vedeva rosso, nel vero senso della parola. I suoi occhi erano due fari fosforescenti che in tutto quel bianco davano sfumature sanguigne a tutto ciò che lo circondava. Doveva placare la bestia che scalpitava per uscire.

Quando tornai nella stanza, Damian non c’era.

Probabilmente era uscito a prendere altra legna. Fui grata per quegli attimi che mi servivano per riprendermi. Non ero preoccupata per la sua assenza, malgrado la bufera imperversasse, sentivo che lui era abituato a ben altro.

Mi avvicinai al fuoco allungando le mani gelate e chiusi gli occhi. Le immagini erano sparite ma ancora conservavo l’emozione provata.

Damian tornò qualche minuto dopo. La trovò comodamente seduta nella poltrona che fissava le fiamme, pensierosa.

“Sono uscito per prendere legna.” Decisamente una giustificazione inutile visto che fra le braccia ne portava diversi pezzi.

“Sì, l’avevo immaginato.” Gli risposi mentre mi posizionavo meglio.

Ero pronta a parlare, avevo bisogno di eliminare ogni residuo che ancora tormentava la mia mente e se il confrontarci e il conoscerci era il rimedio, allora erano i benvenuti.

Posizionò quell’enorme quantità di legna su un lato del camino, pronta per l’uso e si sedette dove poco prima lei aveva trovato ristoro. Le puntò gli occhi addosso e attese.

Tirai un lungo sospiro. Non era facile lasciarsi andare alle confidenze, soprattutto se i suoi occhi continuavano a guardarmi come se avessero voluto penetrare nei miei ricordi più intimi.

“Potresti… potresti, per favore, non fissarmi in quel modo?” gli chiesi sgarbatamente.

“In quale modo?”

Mi rispose sollevando un sopracciglio. Infastidita iniziai a picchiettare le dita sul bracciolo.

All’improvviso lui scoppiò a ridere.

La sua era una risata sensuale e contagiosa e senza accorgermene mi scoprii a sorridere con lui. La situazione era paradossalmente comica, tutti e due tese, ognuno aspettando che l’altro facesse il primo passo per poi rendersi conto di quanto tutto ciò fosse assurdo.

“Cosa vuoi sapere su di me, esattamente?” chiesi cercando di ricompormi. Forse se gli avessi fatto qualche domanda sarei riuscita a lasciarmi andare con più tranquillità.

Damian continuò a guardarla senza perdere il sorriso, trovando il suo imbarazzo meravigliosamente sexy. Lei non se ne rendeva conto, la le gote rosse e il luccichio negli occhi, dovuto alla luce delle fiamme che si riflettevano in essi, contribuivano ad accentuarle la luminosità del volto.

Era bellissima!

“Parlami un po’ di te, se non ho frainteso le foto nel tuo appartamento, hai tre figli, giusto?” le disse mentre si voltava per ravvivare le fiamme.

“Sì. Il più grande è Andrea, ha dieci anni e fra i tre è il più sensibile ma anche il più testardo quando si mette in testa un obbiettivo. Poi c’è Giulia che essendo femminuccia ha preso, forse, da me, sai, è il maschiaccio di casa.” Sorrisi pensando a lei, “Per ultimo, ma certamente non meno importante, Davide. Oh, lui è un guerriero e, malgrado sia il più piccolo, non si fa mettere i piedi in testa dagli altri due, credimi. Sono gli amori della mia vita.” Lo guardai, “Se ti stai chiedendo se c’è un uomo, la risposta è no! Ho avuto una relazione dalla quale sono nati Andrea e Giulia, che nel tempo è finita, in qualche modo. Poi ho conosciuto un altro uomo da cui è nato Davide. Le solite incomprensioni e poca maturità da parte di lui ed è finita anche quella.” Agitai una mano come a voler far sparire un pensiero insignificante. “Non ho avuto molte occasioni dopo. Sinceramente non ne ho avuto modo. Troppo concentrata su di loro, ancora piccoli e alla continua ricerca della mia attenzione. Forse più avanti avrei potuto condividere qualcosa con un’altra persona, ma sono stata troppo pretenziosa, oppure cercavo qualcuno con cui condividere la mia famiglia, non solo me stessa. Mi sono imbattuta in uomini poco seri o alla continua ricerca di una notte e via. Lavoro, devo pur mantenere quei tre diavoletti, no? Ma non ti dirò che lavoro faccio, un minimo di privacy me la voglio mantenere. Che altro, ho la fortuna di poter ancora dire ai miei figli che hanno dei nonni, che oltretutto li adorano. Grazie a loro mi sono potuta permettere questa breve vacanza dopo tanto tempo, che tu hai deciso di scombussolare apparendomi in diversi modi.”

“Touchè!” mi disse piegandosi in un inchino da seduto.

Le mie labbra si aprirono in un sorriso. Non potevo ignorare quella galanteria d’altri tempi che traspariva ad ogni suo gesto.

“Adesso tocca a te. Un po’ a ciascuno, ti va?”

“Sì, l’idea mi piace.” Si fece serio all’improvviso, “Io vengo da un mondo non molto diverso dal tuo. Forse con delle regole più restrittive sotto certi aspetti, ma simile in alcuni contesti.”

“Scusa, che intendi con un mondo non diverso dal mio?”

Damian si prese qualche attimo per pensare.

“Uh, diciamo che… hai presente quando…” accidenti, come diavolo poteva parlarle di sé, senza diffondere ulteriori informazioni sulla sua vita? “Ricordi qualcosa dei tuoi sogni?”

“Sì, certo, ricordo ogni cosa.” Dissi strofinandomi gli occhi stanchi.

“Bene, partiamo da questo allora. I sogni che hai fatto, non sono delle semplici immagini che si formano nella tua testa così, per caso. Quando hai sognato, ti sei affacciata letteralmente su un mondo che confina col tuo. Il mio, per intenderci.”

Rimase zitto osservando la sua espressione vuota, quasi apatica. Aveva il sentore delle rotelline che giravano in quella testolina deliziosa, conscio che probabilmente il termine pazzia era la conseguenza che avrebbe attribuito alle sue parole.

Trasse un forte sospiro, “Facciamo una cosa, fammi ricominciare e finire quello che ho da dirti, poi trai le tue conclusioni, ok?”

Senza proferire parola, lei annuì.

“Vengo da un’antica progenie chiamata Razza. Non siamo umani, ma una stirpe di vampiri. Un tempo facevamo parte di questo mondo, ti parlo di tanti, tanti secoli fa. Siamo simili a voi, sotto certi aspetti, e per altri decisamente differenti. Ci siamo evoluti, abbiamo fatto buon uso della conoscenza e delle facoltà che ci appartengono fin dalla nascita. Viviamo seguendo delle gerarchie e delle regole che contribuiscono a mantenere, non solo noi, ma anche il nostro mondo, pulito e libero di esistere senza che le nostre idee di avanguardia ne creino un’irrefrenabile cementificazione, quindi, distruzione. Al contrario del vostro, scusa la franchezza!”

“Non preoccuparti, sono ben conscia di ciò che mi circonda.”

“Ti credo. Andiamo avanti: la Razza è cresciuta tantissimo in questi anni, ma prima, quando condividevamo il vostro mondo, eravamo vicini all’estinzione. Le cause erano diverse, ma la più pericolosa, per noi e anche per voi, fu una cosa che tutt’ora divide i vostri popoli. Il non accettare le diverse etnie, genealogie, popoli o come si preferisce identificare questa forma di intolleranza.

Strutturalmente e fisicamente siamo più forti di voi e, se ciò non bastasse, abbiamo delle capacità che ci permettono diverse cose.”

“Capacità?”

“Leggere nella mente, per esempio, poterci spostare da un posto all’altro senza necessariamente aver bisogno di un mezzo e tante altre cose. Stare a stretto contatto con voi a lungo andare ci è parsa una coabitazione nervosa, poco adatta e spesso, da ambo le parti, pericolosa. Conoscevamo le potenzialità del pianeta, ciò che si nascondeva nella sua anima, nel suo essere vivo. Eravamo in possesso dell’oggetto che ci permetteva di accedere a quel mondo che confinava col vostro, la Chiave. Abbiamo studiato la sua funzione facendo esperienza della sua importanza e utilità. Non starò a dilungarmi sul come l’abbiamo avuta. Ti serva sapere solo che ci appartiene dalle origini. Nel tempo, altre due copie, ognuna col medesimo potere, sono state create dagli Antichi ed una di quelle, ora, è in mano tua. Per adesso, solo io ne sono a conoscenza, ma devi comprendere l’importanza della cosa. Nel mio mondo ci sono delle specie, o abomini se preferisci un termine prettamente vostro, che se entrassero in contatto con la chiave, potrebbero portare l’inferno nel vostro mondo, un incubo che faresti fatica ad accettare o comprendere. La tua vita, come quella dei tuoi figli e di tutti i popoli che abitano il pianeta, ne subirebbero atroci e brutali conseguenze. Dagli errori del nostro passato abbiamo avuto insegnamenti per il nostro e forse, anche vostro, futuro. Ecco perché quando sei apparsa in quel modo davanti a me, ti ho respinta.

Malgrado sapessi ciò che provavi e quanto eri smarrita, il mio dovere era quello di mandarti via prima che qualcun altro ti potesse vedere.” Si avvicinò a lei, “Vorrei che tu mi accompagnassi dove hai preso la chiave perché voglio che tu capisca e creda a ciò che ti sto raccontando. Chi possiede questo oggetto, come conseguenza al suo potere, viene a conoscenza di noi, di ciò che siamo e dove viviamo. Quindi se stai pensando che io sia scappato da qualche struttura e che ti stia trascinando nella mia pazzia, probabilmente parlando con la persona che ha avuto la chiave prima di te, potresti arrivare a concedermi il beneficio del dubbio sul fatto che ciò che ti sto raccontando è reale. O almeno ad un compromesso nel quale accetti delle possibilità diverse dalle tue. Ti sembro pretenzioso nella mia richiesta?”

No, non dubitai delle sue parole. Certo, erano toste da mandare giù, che cavolo! Vampiri, chiavi magiche e l’anima della terra che nasconde un altro mondo. Non era facile per niente. Però era altrettanto vero che il racconto aveva una fantasia troppo ben costruita per non avere un pizzico di realtà.

“Ti sembrerà strano, ma in parte credo a ciò che dici. Aspetta”, lo interruppi quando lo vidi sorridere, “Ho detto in parte. Capisci che non è cosa di tutti i giorni che qualcuno venga a raccontarti queste cose, ma ho avuto probabilmente una fugace dimostrazione di ciò che dici di essere.”

“Di cosa parli?”

“Quando stavi male, avevi la febbre così alta a causa dell’infezione che deliravi. Ecco, diciamo che, dunque vediamo, ehm…”

“Mi sembri imbarazzata, Alessandra.”

Che cavolo! Le immagini di lui che si toccava mi tornavano in mente facendomi perdere il filo del discorso.

“Scusami, mi sono distratta. Dicevo? Ah, sì, quando deliravi ho controllato che non avessi altri tagli e per fortuna il resto del tuo corpo era intatto. Però quando mi sono chinata sul tuo volto, dalle tue labbra sporgevano dei denti mostruosamente lunghi.”

Damian cercò di mandare giù il groppo che gli si era formato in gola. Non lo preoccupava il fatto che lei avesse visto le sue zanne. Facevano parte della sua natura, non poteva in alcun modo controllare le loro reazioni.

No, ciò che lo stava eccitando nuovamente era l’espressione che Alessandra aveva in quel momento, mentre parlava dei suoi denti. Era scioccante vedere che non ne era terrorizzata ma bensì intrigata. Il suo volto luminoso e le labbra leggermente socchiuse gli davano da pensare che ciò che aveva visto l’aveva eccitata, come lo era anche adesso mentre ricordava.

Quella creatura stava decisamente diventando pericolosa per la sua sanità mentale.

“Sì, immagino. Purtroppo, non ero nelle condizioni di poter controllare i miei istinti. Spero non ti abbiano spaventata, anche se credo che non fossero nella loro piena estensione.”

Vide i suoi occhi spalancarsi e un rossore acceso imporporarle le gote. Che pelle meravigliosa, così rosea e liscia. Avrebbe voluto posarvi sopra le labbra, scivolare sulle sue guance e scendere verso quelle labbra incantatrici per sfiorarle con la lingua.

“Ho deciso di accompagnarti.” Gli disse all’improvviso.

C’era nuovamente troppa tensione in quella piccola stanza e i miei ormoni tendevano a svegliarsi sempre troppo precocemente per i miei gusti. Urgeva riportare il discorso su un terreno neutro.

“Dici seriamente?” il suo sguardo era dubbioso.

Se prima ero stata io la titubante ora sembrava il suo turno.

“Sì, mi hai messo una certa curiosità, ma abbiamo un problema. Dopo che questa notte sarà passata, sperando che la tempesta finisca in fretta, io devo tornare alla baita per riprendermi la macchina. Poi da lì possiamo spostarci, certo, ma sta di fatto che fra scendere dalla montagna, prendere l’auto e arrivare al negozio ci vuole troppo tempo. Corriamo il rischio di trovarlo chiuso quando arriviamo in città!”

“Non per me. Domattina andremo direttamente al negozio. Una volta finito ti riporterò alla baita e tu potrai riprendere la tua vita come avevi programmato.”

“Sì, per l’appunto, prendiamo la macchina e andiamo.” Lo vidi scuotere la testa, con un sorriso perfido sulle labbra.

“No, Alessandra, non far finta di non aver capito. Ci sei arrivata da sola ma non vuoi credere che sia possibile. Sarò più esplicito: domattina, noi due andremo via da qui per ritrovarci nel negozio, smaterializzandoci insieme.”

Continuai a guardarlo cercando di collegare i neuroni a ogni sillaba che, piano ma inesorabile, si conficcava nel mio cervello stremato.

“E come dovrebbe avvenire questa smaterializzazione, o come diavolo si chiama?”

Mi accorsi quasi subito del livello di stress raggiunto. Non riuscivo a tenere la testa dritta e gli occhi erano così pesanti per il sonno perso fino a quel momento, che il solo parlare mi infastidiva perché allontanava quel dolce richiamo che mi avrebbe cullato, nel suo totale silenzio.

“Possiamo riparlarne domattina. Siamo entrambi stanchi e la ferita sta tornando a farmi male. Ho visto diverse coperte in quel baule. Facciamo così, io ti stendo le coperte davanti al camino così potrai riposare al caldo ed io mi sistemerò nella poltrona.”

La osservò volgere il viso alla poltrona per tornare nuovamente a lui con uno sguardo scettico. Sì, forse la poltrona non sarebbe stata comoda, probabilmente avrebbe rischiato di romperla sotto il peso della sua stazza, ma non le avrebbe assolutamente permesso di riposare scomoda. La stanchezza che leggeva in ogni suo movimento, in ogni suo sguardo lo facevano vergognare perché la colpa del suo star male era sua!

“Non preoccuparti, non ho sonno.” La sentì bofonchiare tra uno sbadiglio e l’altro.

“Oh, certo, sei molto convincente.” E senza preavviso la sollevò tra le braccia per depositarla sul tavolo dove le intimò: “Stai ferma qui, non ti muovere.”

Non avrei potuto neanche se avessi voluto. Le gambe tremavano talmente tanto che non mi avrebbero sorretto oltre i primi due passi. Avevo riassaporato le sue braccia, ritrovando quella nuvola di beato piacere della volta precedente. Era successo tutto in un attimo ma mi parve che fosse durato minuti interi.

Lo osservai mentre diligentemente sistemava l’alcova che mi avrebbe accolto per la notte. Era così strano vedere un uomo prendersi cura di me. Un uomo così poi, di quelli belli e dannati che solitamente guardano soprattutto i propri comodi e il resto non conta nulla, il resto è solo conseguenza!

Ma lui era diverso, non era umano, diceva. Vigevano delle regole nel suo mondo, regole che rispettava e sosteneva. Ormai la curiosità di come sarebbe andata a finire questa storia mi si era radicata in testa e non sarebbe passata fin quando non avessi sciolto la matassa di tutto ciò che aveva portato, quell’uomo dannatamente intrigante, nella mia vita.

“Ho una curiosità.” Gli dissi osservando le sue mani che afferravano, spostavano e stropicciavano le coperte cercando di rendere il tutto un comodo giaciglio.

“Sono tutto orecchi.”

“Se hai la facoltà di spostarti da un posto all’altro e domattina addirittura lo vuoi fare con me, cosa ti impedisce di farlo ora? Magari possiamo trasferirci nella baita che, scusa, è una realtà appurata, sarebbe decisamente più comoda e calda.”

Si girò ad osservarmi con un sorriso canzonatorio che gli addolcì l’espressione pensierosa.

“Vediamo. Ci sono tre ottimi motivi per i quali non ho preso in considerazione la cosa: il primo è che portando un’altra persona le possibilità che la bufera interferisca con lo spostamento è alquanto forte. Il secondo è che la ferita non è del tutto guarita e la mia resistenza ne risentirebbe. Il terzo, e non per questo meno importante, è che dovremmo comunque aspettare fino a domattina che il negozio apra. Ho pensato che tanto valesse restare dove la temperatura della casa è già bella calda, non credi?”

Che sciocca, non avevo pensato a nessuna delle tre cose.

“Hai ragione, non ci avevo pensato. Bene, credo sia meglio andare a dormire, sono a pezzi e tu hai bisogno di riprendere le forze.”

Oh, lui stava bene, anzi mai stato meglio. Ma gli occhi di lei, così stanchi e arrossati, e quelle movenze lente e a tratti scoordinate, gli davano la misura di quanto fosse al limite.

“Concordo, la giornata è stata pesante per entrambi e il mio corpo reclama un po’ di riposo.”

Senza rimandare ulteriormente la cosa si riavvicinò a lei, sollevandola. Era talmente stremata che appoggiò delicatamente la testa sul suo petto mentre chiudeva gli occhi. Sembrava un uccellino infreddolito.

Non sapeva cosa pensare di lei. Battagliera per la maggior parte del tempo, ritrosa nel farsi avvicinare ed ora arrendevole fra le sue braccia come se fosse la cosa più naturale del mondo. Rimase a contemplarla in quella posizione ancora un po’.

Con cura la stese fra le morbide coperte avvolgendogliele al corpo. Il calore del camino l’avrebbe tenuta calda per il resto della notte. Sapeva che non credeva a ciò che le aveva detto. Non era facile per una mente razionale e abituata ad uno stile di vita lineare e semplice rapportarsi a cose così particolari, quasi di fantasia.

Nei libri, grazie ai quali aveva avuto modo in prima persona di valutare l’ampiezza della mente umana, tutto era così naturale e semplice, era un libro, era carta bianca su cui scrivere fantasie. Una lettura che difficilmente si confrontava con la loro realtà umana.

Con cautela si sedette nella poltrona senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso. Era sprofondata nel sonno non appena l’aveva avvolta in quel caldo bozzolo. Strinse gli occhi nell’osservare i segni di ombre scure sotto le lunghe ciglia.

Era notte fonda e la tempesta continuava imperterrita il suo ululare. Non avrebbe dormito, per lui occorreva la sua casa, col suo letto di terra morbida ed erbe particolari avvolte nella tela di seta. Non per una questione di preziosità ma per le qualità che la terra stessa sprigionava: ristoro, guarigione ed energie.

Sentiva che qualcosa stava cambiando in lui. Era meno rigido e un maggiore acume gli consentiva di notare gli stati d’animo di lei, permettendole di interferire sulle proprie decisioni e portandolo a adoperarsi per consentirle una maggiore serenità. Sospirò. Era stanco di pensare per oggi, voleva non valutare né considerare le diverse cose. Avrebbe avuto tutto domani per scontrarsi con il raziocinio che sentiva scalpitare dentro di sé.

Lasciò andare la mente al silenzio e attese che il primo raggio di sole spuntasse nel nuovo giorno…