Quel sottile confine tra noi – capitolo IX° – Viaggi di Penna Libera

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Tornai a guardarlo in viso con la sensazione che mi stesse guardando, ma non era così, i suoi occhi erano chiusi e le sue labbra aperte nell’abbandono di un sublime attimo di piacere, mostrando ai miei occhi sconcertati la visione di due canini lunghi, grossi e appuntiti che prima non c’erano.

Mi scostai velocemente senza staccargli gli occhi di dosso, sicura di aver visto male. L’istinto mi aveva spinto a tirarmi indietro.

Possibile che mi avesse contagiato la febbre?

Tornai verso di lui premunendomi del famoso pezzo di legno nel caso gli fosse venuto in mente di mettere in pratica ciò che stava sognando.

La sua mano si mosse e i miei occhi tornarono subito a concentrarsi su di essa.

La vidi inoltrarsi sempre più dentro i pantaloni fino a raggiungere la grossa protuberanza che catturò tutta la mia attenzione.

Sentii uno strano rimbombo nelle orecchie e non compresi subito che si trattava dell’eco del mio cuore.

Avevo caldo e sapevo che non era dovuto solo al camino che allegro mi scoppiettava alle spalle, oh no, quello che mi stava facendo bollire il sangue era quella mano che si muoveva sotto la patta in maniera lenta e intrigante, nella continua ricerca di un piacere della mente che io non potevo comprendere ma che sicuramente mi stava facendo uscire di testa. Sentivo il mio corpo reagire autonomamente e d’istinto la mia mano andò verso la mia parte intima, poggiandosi sopra i pantaloni dove repentino un orgasmo montò in superficie spaventandomi per la sua potenza e immediatezza. La scostai subito tornando a guardare quella di lui.

Mi scoprii a desiderare che fosse mia quella mano.

Il suo corpo iniziò a tremare e subito mi affrettai ad appoggiargli delicatamente sul petto la coperta che la quale poco prima mi ero avvolta, stando attenta alla ferita e a quella mano che poco sotto, imperterrita continuava a muoversi, ma non fui abbastanza attenta da evitare di sfiorarlo con le mani.

A quel semplice contatto, lui mi afferrò con l’altra mano dietro la nuca e, sempre ad occhi chiusi, sollevò la testa avvicinando il volto al mio collo.

Annusandolo rumorosamente emise un sibilo potente, molto simile al verso dei serpenti. Poi, con la stessa velocità crollò nuovamente supino sprofondando nella quiete dell’oblio.

Avevo il cuore che andava talmente veloce che la testa mi scoppiava per la tensione. Non avevo mai temuto tanto per la mia vita come in quel momento ed ero oltremodo certa di non aver mai provato emozione più forte di quella che in pochi istanti quell’uomo aveva scatenato dentro il mio corpo.

Avevo bisogno di un caffè bello forte!

Poggiai il pezzo di legno vicino al camino e raggiunsi il cucinino piuttosto malferma sulle gambe. Diversi minuti dopo attesi che l’aroma del caffè mi giungesse stando seduta in una delle sedie attorno al piccolo tavolo.

Continuai a fissare il camino e ad ascoltare il vento che sempre più forte sovrastava gli altri rumori dentro quella vecchia casa di legno.

Un turbinio di emozioni faceva da coro a quel suono esterno e lugubre. Non sapevo chi o cosa fosse, ma iniziavo a comprendere che non era come gli altri. E poi quei denti.

Come poteva un essere umano nascondere o utilizzare la bocca in perfetta tranquillità con quei cosi che spuntavano fuori e fare in modo che nessuno vedesse quanto erano lunghi? O letali?

Ero stanca e assonnata e il camino era così lontano che i brividi di freddo iniziavano a scuotermi. Mandi giù il caldo liquido scuro trovando gradevole il contrasto col gelo che mi si era annidato dentro. Cercai un’altra coperta dove avevo trovato quella che adesso ricopriva il suo torace, sedendomi sul gradino di pietra a ridosso del focolare e poggiando la schiena alla parete.

A gambe piegate mi avvolsi in quel tessuto lanoso coccolandomi col calore che giungeva dalle fiamme. Poggiai il capo alla pietra e fissai quell’enorme sagoma distesa a pochi metri. Non pensai a nulla, ero snervata dalla giornata trascorsa e non avevo forze per alimentare ulteriori ragionamenti.

Senza rendermene conto gli occhi iniziarono a chiudersi fino a farmi sprofondare nel sonno.

 

Il primo senso, l’udito, stimolò il suo risveglio.

Damian restò ad occhi chiusi ancora per qualche minuto, lasciando che i suoni attorno costruissero ciò che lo circondava in una visione offuscata nella mente. Lo scoppiettio del fuoco e del vento che si abbatteva sulle mura erano i rumori sovrastanti, ma il respiro lento e leggero che percepì in un secondo momento, divenne quello principale che neutralizzò tutti gli altri suoni.

La donna dormiva di un sonno profondo e ristoratore. Qualcosa di morbido e caldo gli pesava sul petto e con le mani cercò di scostarlo. L’improvviso dolore al fianco lo immobilizzò, costringendolo ad aprire gli occhi e a valutare la strana situazione in cui si trovava.

Il tetto di legna scuro, illuminato da leggeri bagliori rossastri, fu la prima cosa che vide. Senza spostarsi realizzò di essere disteso a terra con una coperta che lo avvolgeva in quel dolce tepore. Poco oltre, lente fiamme su secchi tronchi tenevano calda la casa contrastando il gelo esterno. La donna, seduta di fianco e con la testa poggiata a quella fredda pietra dormiva beatamente, ignara del suo risveglio. Sorridendo vide vicino alla sua mano un bel pezzo di legno, che avrebbe sicuramente usato per tenerlo a bada nel caso avesse avuto brutte intenzioni.

Come morderla su quel delizioso collo!

Il fastidio sul fianco era pressante e con calma sollevò leggermente la coperta per capire cosa fosse.

“La bestia c’è andata giù pesante.”

Continuò a guardare quella benda, ammirando l’abile lavoro che lei aveva fatto. Probabilmente gli aveva salvato la vita e anche se non capiva come accidenti aveva fatto a portarlo dentro, le era debitore.

Digrignò i denti, non gli piaceva avere debiti, tanto meno nei confronti di un umano.

Tornò con la mente all’incontro con l’orso. Nessun animale poteva ridurlo in quello stato, il loro tempo di guarigione era quasi immediato. Soprattutto lui, difficilmente usciva ferito da qualsiasi scontro.

Gli Antichi come lui e Corio potevano essere feriti in maniera seria solo da un altro Antico, con conseguenze decisamente pesante e spesso mortali. Quindi, a meno che l’orso non fosse entrato in contatto con…

Maledizione! Con uno scatto tirò su il busto rimanendo seduto sul tappeto, mentre stringeva i denti per l’improvviso bruciore.

Possibile che qualcuno, un altro Antico, si fosse nutrito dell’orso prima di lui? In quel caso capiva perché l’orso gli si era scatenato contro a quel modo. Sarebbe stato l’unico motivo per il quale la ferita avrebbe fatto infezione.

Durante gli scontri, gli Antichi, per debilitare velocemente l’avversario, rilasciavano nel sangue una sostanza velenosa che sulle prede creava debolezza, per facilitare l’attacco, ma su un altro Antico neutralizzava momentaneamente la rigenerazione e spesso contribuiva alla sua morte.

Con le dita strappò la benda e con cautela valutò la ferita che doveva essere stata profonda, ma le cure adatte e il suo sangue energico avevano agito da collante richiudendo e disinfettando lo squarcio.

Corrugò la fronte. Qualcosa non quadrava. Tutti gli Antichi erano stati fatti a pezzi da quegli esseri abietti, solo lui e Corio erano ancora vivi. Che ci fosse un altro Antico libero di circolare fra i loro mondi senza che nessuno se ne fosse accorto era improbabile. Malgrado la cosa non gli piacesse, avrebbe dovuto parlarne proprio con Corio e valutare assieme la cosa, essendo gli unici in grado di affrontare una simile situazione.

Troppe cose stavano succedendo, la donna, la chiave e ora un probabile nuovo nemico da scovare.

Piegò la gamba poggiando il mento sul ginocchio, circondandolo con un braccio per non gravare sulla ferita, fissando il volto sereno di lei. Non sapeva cosa fare, tutto ciò che la circondava era un mistero. Eppure, non si era tirata indietro davanti alla necessità di aiutarlo nonostante l’avesse trattata male, sia a parole che con i fatti. Ne aveva invaso la sfera privata senza riguardo, l’aveva cacciata via dal suo mondo malgrado si rendesse conto che era spaesata e spaventata.

Lei si mosse, girando il volto verso le fiamme, ma non si svegliò. L’improvviso luccichio della chiave catturò il suo sguardo. Doveva scoprire perché ne era in possesso e chi gliela aveva data. Questo era il primo obiettivo, tutto il resto sarebbe venuto di conseguenza.

Vide poco distante ciò che restava della camicia sul pavimento. Tutto quel sangue!

A contatto col gelo doveva essergli rimasto attaccato alla pelle. Tornò su di lei, pensando a quanto doveva essere terrorizzata da lui, anche se in quelle condizioni. Vagò con lo sguardo nella stanza. Il cappotto era stato riposto sullo schienale della sedia in cucina, sulla destra la porta di un bagno era aperta per non tralasciare nessuna zona fredda nella piccola casetta.

Si alzò soddisfatto nel constatare che la ferita gli faceva meno male. Senza curarsi che la sua ospite potesse svegliarsi da un momento all’altro, si diresse verso il bagno. La vista di quella piccola doccia era allettante e senza indugi si sfilò i pantaloni rimanendo completamente nudo.

L’acqua era tiepida, sicuramente una piccola botte era conservata sottoterra per evitare che gelassero i tubi, moderando l’impatto col freddo a quelle altezze, cosa che per lui non faceva alcuna differenza: il corpo dei vampiri era temprato per sopportare temperature estreme e quando il suo corpo, ancora accaldato dalla recente febbre e dalle fiamme del camino, venne a contatto con quello scroscio fresco, gli venne la pelle d’oca dal piacere.

Sentì la pelle riprendere vita e i muscoli ritemprarsi. Ogni singola sporgenza prese vita, dai piccoli capezzoli al membro che non degnò di attenzione, conscio dei tanti anni passati senza una compagna.

Un tempo aveva intrapreso la ricerca di quella giusta, quella sola che avrebbe saputo dare vita alla sua vera natura racchiudendola dentro di sé, proteggendola e amandola come nessun’altra poteva fare.

Poi le priorità erano cambiate. Oh, non era un solitario, occasioni ne aveva avuto in tutti quegli anni ma ogni volta andava via con una più pesante sensazione di vuoto dentro.

Poi col tempo aveva preferito far morire quell’emozione e dedicarsi completamente all’approfondimento del sapere.

Ora nessuna Nemi lo attirava e malgrado molte avrebbero voluto perdersi fra le sue braccia, non riusciva a provare nulla neanche guardandole, il niente assoluto.

Invece, quella piccola umana lo intrigava!

Il suo tenergli testa con incauta e battagliera determinazione e la dolcezza, che riservava invece vero i più deboli, riuscivano a sondare quella fredda parte chiamata cuore, che solo il sangue caldo rianimava, riuscendo a scaldarlo dopo secoli.

Percepì l’istante stesso in cui lei aprì gli occhi per rendersi conto subito dopo che lui non era più lì. Inaspettatamente, vide che lei non si allarmò rimanendo seduta accanto al fuoco, pensierosa.

“Guerriera!”

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