Il sogno americano : meglio svegliarsi?

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A due mesi dal tragico episodio avvenuto a Minneapolis riguardante l’omicidio di George Floyd,afroamericano la quale vita è stata brutalmente interrotta da un’azione sconsiderata di un poliziotto,il mondo intero continua la sua lotta contro una piaga che, seppur a detta dei più è stata sconfitta anni orsono, continua a mietere vittime:la discrimazione razziale. Gli Stati Uniti l’hanno vissuta sin dai tempi di Benjamin Franklin, e nonostante le lotte protatasi negli anni,una nuova ondata ha investito il cuore pulsante mondo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, appunto, il 25 Maggio a Minneapolis,una data che ha scoccato l’inizio di un circolo infinito dove il principio è la fine e la fine é il principio: proteste,manifestazioni,omicidi, sangue,e poi di nuovo proteste,omicidi, un cerchio che non ha intenzione di spezzarsi. Il motto “Black Lives Matter”,il mondo dello spettacolo, dello sport, della politica,chiunque ha avuto modo di prendere la sua posizione,dal governo del Tycoon Donald Trump (mossa azzardata la sua, in vista delle presidenziali di novembre? Lo vedremo tra poco),all’Unione Europea, il chiacchierato PC Cinese, e poi ancora gli sportivi (emblematica foto in allenamento dei Campioni d’Europa del Liverpool), alla TikToker più influente della terra Charli D’Amelio, l’immancabile artista di strada Banksy. Le due fazioni: la politica “a suon di meme” di Trump da un lato,la solidarietà e i motti dall’altro. Il tutto ancora una volta accompagnato dagli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti, una costante mondiale che anche in Italia (penso a Genova, G8 2001) ha mosso non poche coscienze. Negli Usa le vittime le registriamo in ogni città: Detroit, Oackland,St.Louis,Chicago,Indianapolis e poi ancora Atlanta,Las Vegas,Philadelphia. E quando le acque sembravano essersi calmate,a Portland,dove in realtà non ci sono mai state pause,le proteste riprendono energia,con gli agenti che reprimovono violentemente ogni manifestazione. Un ordine del Tycoon,che sui social più volte ha dato prova della sua linea dura, violenta. Lo schierare l’esercito a difesa della Casa Bianca fu solo uno dei tanti atti di repressione di cui continua a rendersi protagonista. Mosse che lo “distraggono” dal più grande problema degli Stati Uniti ad oggi, una pandemia globale che, favorita anche dalle manifestazioni, continua a mietere vittime, continua a registrare record di contagi, continua ad essere sottovalutata lì dove andrebbe iper-controllata, dove oltre 4 milioni e mezzo di contagi sembrano ancora non scalfire le intenzioni dell’impero sovranista di Trump. Il Regno Unito e il Brasile hanno tenuto questa falsa riga di politica quantomeno fino alla positività dei loro governanti, negli Usa al contrario il problema resta reprimere le proteste, perchè no, il razzismo lì non esiste, e non sarà una pandemia a fermare la repressione. Novembre sarà il mese della resa dei conti, uno spaccato di una società che ha sfiorato l’ennesima guerra civile. Sarà il mese dei democratici, se saranno stati in grado di cogliere la scia di idiozia che Trump inconsapevolmente ha fornito come assist, sará il mese di Joe Biden e di un Barack Obama che mai realmente è sparito dalla scena, anzi. Oppure sarà il mese che consoliderà lo strapotere dei Repubblicani, che pre-Covid mai avrebbero pensato di poter addirittura rischiare di perdere queste elezioni. A noi non resta che goderci il nostro “piccolo paradiso”, dove il Covid sembra essere passato (ma mai abbassare la guardia), dove il nostro governo ha attuato repentinamente le misure di prevenzione e dove il razzismo resta solo un’idea nella mente di qualche scellerato. Cadere nel baratro é un attimo, un briciolo di sale nel corso della storia, che, gli Usa su questo fanno scuola, si ripete. Nell’eterna lotta tutta italiana sul discorso immigrati-si/immigrati-no, ci offuschiamo la vista su ciò che accade nel regno del Capitalismo, riducendo il tutto a qualche slogan che riutilizzerei tranquillamente anche in Italia. E per ora ce lo stiamo anche facendo andare bene.