Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 9 e 10 –

10

                                        Capitolo 9

Una manciata di secondi erano bastati per raggiungere il cervo e abbatterlo senza farlo soffrire troppo. Le sue zanne letali avevano trapassato quel collo robusto senza incontrare la minima resistenza. Il cervo sapeva che la legge non perdona e aveva accettato il suo destino, mentre soffocava lentamente.

Non era crudeltà, ma ineluttabile necessità.

Con la carcassa sulle spalle si era avviato nel sottobosco senza riuscire a impedirsi di pensare.

Quella dannata umana sapeva di essersi ferita nella caduta. Era una guaritrice, lo sapeva bene, come sapeva di avere solo una delle sue preziose medicine. Eppure senza esitare aveva dato a Nyad quell’unica pallina chimica.

Lo disturbava quel gesto pieno di altruismo, perché era partito da un essere umano e gli esseri umani erano incapaci di provare simili sentimenti.

Ma lei aveva dimostrato che le cose non stavano esattamente come lui pensava.

Lo confondeva dover ammettere che forse era troppo severo nei suoi giudizi.

Ah, maledizione, no!

Quegli esseri pensanti lo avevano dimostrato da soli con le loro azioni depravate e

prive di qualsiasi compassione, quanto fossero privi di empatia.

Ma lei era una di loro, eppure così diversa! Si era presa cura del piccolo con rispetto

e devozione.

Quando li aveva visti abbracciati sotto i cespugli, non aveva creduto ai suoi occhi!

Anche il vecchio dottore un tempo aveva dimostrato di essere capace di una certa gentilezza

d’animo, ma ciò non lo ripuliva dagli imperdonabili crimini che aveva commesso.

No, gli esseri umani erano marci dentro e, nonostante l’apparente diversità, anche lei, presto o tardi, avrebbe rivelato la sua vera natura. Ne era certo.

Il fatto che le sue carezze l’avessero fatta rabbrividire di piacere era tutta un’altra faccenda!

L’odore della sua eccitazione, così delicato, così particolare, gliel’aveva fatto indurire all’istante.

Quello e lo sguardo voglioso in quegli occhioni sempre pronti a dar battaglia.

Solo a ripensarci gli veniva duro un’altra volta.

Non poteva negare di aver trovato irresistibile la tentazione di punzecchiarla all’inizio solo per farla arrabbiare. Ma quando aveva visto e percepito la reazione così spontanea e impetuosa in risposta al suo tocco, non era stato capace di interrompere quel gioco.

Troppo divertente per rinunciare, troppo stimolante per privarsene!

Dopo aver scuoiato e preparato la carne, sotto lo sguardo disgustato e inorridito della principessina, l’aveva infilzata sui rami, creando degli spiedi che aveva sistemato sul fuoco acceso.

Lei se ne stava in disparte a fissare il cibo come se fosse stato velenoso. Dal canto suo cominciava a sentire i crampi per la fame e se lei non voleva mangiare, che si arrangiasse, lui e Nyad avrebbero divorato pure la sua parte.

Il bambino sembrò riprendere il suo colorito naturale dopo aver cominciato a mangiare, ma aveva ancora la febbre, constatò dopo avergli toccato la fronte.

– Mangia. – intimò alla ragazza.

Lei spostò gli occhi da lui alla carne, indecisa.

Era così complicato? In fondo si trattava solo di mangiare. Non riusciva a capire cosa ci fosse da ragionare tanto.

Poi lei inaspettatamente sospirò, abbandonando l’atteggiamento ostile e smettendo di stare sulla difensiva. Sarebbe durato poco, lo sapeva, ma nel frattempo era curioso di sapere cosa le passasse per la mente.

– Io… non ho mai mangiato la carne. –

L’informazione arrivò al suo cervello e ci mise qualche istante a elaborarne il significato.

Umani che non andavano a caccia e non mangiavano carne?

Difficile a credersi.

La fissò attonito, mentre il bambino strappava coi denti dei bocconi troppo grandi per la sua piccola bocca e la guardava spalancando gli occhi – Non l’hai mai mangiata? –

Lei gli sorrise imbarazzata – No. –

Abbassò lo sguardo a terra, giocando a tormentarsi le unghie.

– Cosa c’è, ti fa schifo, per caso? – le chiese lui, sprezzante.

Lei sollevò gli occhi di scatto – No! Non è questo. È solo che mio padre mi ha cresciuta insegnandomi che gli animali vanno rispettati e lasciati vivere in pace. Nessuno di noi mangia carne. –

Era sorpreso come non gli capitava da molto tempo.

– E di cosa vivete, di bacche? –

– Anche. Abbiamo delle serre in cui coltiviamo le verdure, i legumi e la frutta. Anche le radici sono molto nutrienti. –

Lui staccò un bel pezzo dallo spiedo che aveva in mano e lo assaporò con

gratitudine.

Ridacchiò mentre masticava – Non lo trovi un interessante controsenso? Gli animali

non si mangiano ma si torturano in nome della scienza. –

– Noi non torturiamo nessuno! Neanche ci sono gli animali in città. Fino a ieri notte non avevo mai visto un cavallo, se non nei libri olografici. Tu non sai niente di noi! Ci giudichi e basta. – sbottò con gli occhi pieni di risentimento.

Grugnì contrariato – Il tuo vecchio è un ipocrita. Non è un po’ tardi per mettersi la mano sulla coscienza? –

Lei scoppiò a ridere, ma in quel suono non c’era niente di ilare, solo una nota stridente.

Disse colui che caccia i cervi e poi se li divora. L’ipocrita qui sei solo tu. –

Che temperamento, la piccola! Ma era in errore. E lo stava facendo irritare.

– Io caccio per mangiare, per vivere e questo le mie prede lo sanno. –

– Ah, lo sanno? Beh, allora la tua coscienza è a posto, no? –

– Sì, è così. –

Sembrò sul punto di dire qualcosa ma poi preferì restare in silenzio. Dopo qualche attimo però sollevò gli occhi stanchi e lucidi – Mio padre ha commesso degli errori, come avrebbe potuto non farlo? È un essere umano. Ma ciò non lo rende il mostro che tu vuoi dipingere con le tue parole piene d’odio. Se lui ha creato una comunità che non sfrutta gli animali, è anche perché ha imparato dai suoi sbagli. E ora potrebbe essere morto, per quanto ne so. –

La voce le tremò per l’emozione, ma era troppo orgogliosa per umiliarsi davanti al nemico, così resistette stoicamente, mordendosi la guancia per trattenere i propri sentimenti.

Qualcosa affiorò dentro di lui. Rispetto.

La odiava, certo, ma ammirava la sua fierezza e la convinzione in ciò che pensava.

– Ci sono ancora parecchie ore di viaggio, quindi ti consiglio vivamente di mangiare. Il cervo ti scuserà per questa volta. – la prese in giro.

Era certo che si sarebbe intestardita, preferendo rimanere con la pancia vuota, anziché dargli la soddisfazione di cedere. Invece, contro ogni sua previsione, allungò la mano e prese uno spiedo dal fuoco.

Ragazza intelligente.

La vide strizzare gli occhi, morsicando il primo pezzo. Non disse una parola e lui restò a guardarla divertito mentre cambiava il ritmo delle mascelle, cominciando a ingurgitare sempre più velocemente, meravigliata di trovare quella carne così gustosa.

Quando risalirono sul cavallo, dopo aver spento il fuoco, lei si schiarì la voce – Era molto buona. Grazie. – la voce flebile che vibrava di orgoglio trattenuto a stento.

– Non c’è di che. –

Si scoprì a sorridere alle sue spalle, prima di spronare il cavallo al galoppo.

La stanchezza cominciava a rendere quella cavalcata infinita ancora più estenuante.

Sarei crollata a terra, quando fossi scesa. Durante quelle ore in groppa, i pensieri si erano accavallati dando vita a un tale groviglio di sensazioni che non avevo né la forza, né la voglia di analizzare, così vi rinunciai.

Dentro quell’enorme foresta non avevo il minimo senso dell’orientamento e non sapevo se eravamo vicini o ancora lontani da casa, quando Ren tirò le redini per fermare l’animale, facendolo girare in tondo, nel momento in cui altri due cavalli ci raggiunsero.

Su uno di essi c’era Jessica insieme ad Arwin e sull’altro una donna bellissima, vestita come un’amazzone moderna. Ero felice di vedere che Jessica era sana e salva, ma non vedevo l’ora di potermi confrontare con lei e sentire quello che aveva da dire.

La donna vestita con una camicia azzurra, chiusa sui fianchi da una larga cinta in pelle marrone, saltò giù con un balzo da acrobata esperta e rise di gioia correndo verso di noi – Nyad! –

Il bimbo scalpitò tra le mie braccia per scendere – Mamma! – gridò dimenandosi con foga, rischiando di sgusciare via dalla mia stretta.

Ren saltò giù a sua volta e prese il piccolo, depositandolo a terra.

La donna lo sollevò stringendoselo al petto, controllandolo, toccandolo e baciandolo e quando il momento del ricongiungimento fu terminato, cambiò espressione, fissando Ren con apprensione.

Lui le si avvicinò e le afferrò un braccio – Che cosa è successo? Perché siete venuti fin qui? –

Lei scosse il capo – Siamo stati attaccati. –

Mi avvicinai a Jessica, dopo essere scesa a mia volta – Ero molto preoccupata – dissi guardandola di traverso – stai bene? –

Lei sorrise mestamente, l’espressione del viso che mostrava quanto fosse provata – Sì, stai tranquilla. Anna… –

La fermai con un gesto della mano prima che potesse aggiungere altro – Avremo tempo per questo e sappi che mi aspetto una spiegazione. Non ora però. –

Lei sospirò, annuendo col capo.

– Spiegati meglio. – Ren assottigliò gli occhi, sorpreso.

– Bjork e gli altri sono andati ad aiutare Arwin e Jessica che erano in difficoltà. C’è stata una rissa generale e poi i nostri sono riusciti a fuggire prima che la situazione degenerasse. Ma conosci Sylen, non è uno a cui piace essere preso in giro. Dio, Ren, ma cosa ti è saltato in mente? –

Lui le poggiò una mano sulla schiena, spingendola in avanti in modo che potessero allontanarsi per parlare in privato.

Li osservai. Mentre lui parlava, lei ascoltava, le braccia incrociate sul petto. La sua espressione si fece via via più pensierosa, fino ad apparire perfino meravigliata.

Poi lentamente girò la testa per guardare nella mia direzione e i nostri sguardi si incrociarono per la prima volta. Non seppi spiegarmi ciò che accadde in quell’istante, ma ebbi la certezza che fosse uno di quei momenti che segnano una svolta nella vita delle persone. Provai una fortissima emozione, come se da quel momento iniziasse per me qualcosa d’importante, di fondamentale. Assurdo e incomprensibile, eppure fu una potente rivelazione.

                                     

 

Capitolo 10

La donna mi si avvicinò, sorridendomi, e mi prese le mani, piegando la testa da un lato – Non saprò mai come ringraziarti per esserti presa cura di Nyad. Ti sarò per sempre debitrice. –

Non mi aspettavo una simile reazione e poi non avevo fatto nulla di così straordinario!

– In realtà non ho fatto molto. –

Lei rise solare, facendo risplendere quei suoi grandi occhi verdi – Hai fatto tutto, invece. –

Mi ritrovai stretta nel suo abbraccio che profumava di bosco e frutti esotici con la faccia immersa tra le onde castane dei suoi capelli.

Non ero abituata alle effusioni, anzi potevo onestamente dire che nella mia vita il contatto fisico con altri esseri umani era mancato quasi del tutto e fu per quel motivo che provai delle emozioni nuove, sconosciute come la gioia che proviene dal calore umano, dall’abbraccio di chi ti offre

la propria gratitudine.

Allentò la stretta, lasciando che mi allontanassi, girandosi a cercare Ren che nel frattempo si era avvicinato e si rivolse nuovamente a me – Ti ha trattato bene? –

Mi scrutò con attenzione per capire se fossi ferita in qualche modo, se fossi turbata o spaventata.

– Sono tutta intera. Sei gentile a chiedermelo. –

Lanciò un’occhiata anche a lui per chiedergli conferma, come se potesse ottenere la

risposta direttamente dai suoi occhi che le restituirono uno sguardo che sembrava invitarla a smetterla con quell’insistenza.

Si dovevano conoscere bene, loro due, tanto da capirsi senza bisogno di parole. Per un solo fugace istante, invidiai ciò che condividevano, scoprendomi a desiderare di avere anch’io qualcosa di così speciale tutto per me. Ma durò poco, perché presi quel dolore fastidioso nato al centro del petto e lo ricacciai nelle profondità insondabili del mio cuore.

Spiegai a Cassandra la condizione fisica del bambino e l’assoluta importanza di farlo visitare da un dottore per ricevere le cure adeguate e lei capì la mia decisione di portarlo a Nuova Terra; ne conosceva i rischi, ma sapeva anche che era l’unica possibilità per suo figlio di guarire, di vivere e decise che valeva la pena tentare.

Decidemmo di comune accordo che saremo andati tutti insieme e che poi loro ci avrebbero lasciati per tornare al mondo a cui appartenevano e così rimontammo sui cavalli, Cassandra con Nyad e io con quella creatura scontrosa e ostile che, a dispetto di tutto il suo odio e risentimento, mi stringeva a sé, costringendomi ancora una volta a lottare contro i miei istinti, a sopprimere la voglia insensata del proibito.

Non sapevo spiegarmi quello strano potere che aveva su di me che mi obbligava ad affrontare ciò che avevo soffocato negli anni per poter vivere in una società intrisa di etichette e convenzioni.

Con Ren l’etichetta non contava niente, perché lui era istinto, irruenza, forza della natura che fluiva libera e indomita.

Mi turbava e mi meravigliava allo stesso tempo pensare di poter essere spontanea, senza maschere da indossare per celare me stessa e il fatto che con lui fosse l’unico modo possibile era di per sé un richiamo irresistibile.

Era bello dire esattamente ciò che pensavo nel modo in cui lo pensavo, senza studiarci sopra, senza dover controllare e misurare ogni singola parola.

– Mi stai stringendo troppo! Potresti allentare la presa? –

Il cavallo correva veloce, facendoci sobbalzare sulla sella nell’ambigua posizione in cui ci trovavamo.

– Vuoi cadere ancora? – strinse la morsa del braccio quasi per dispetto.

– No, ma faccio fatica a respirare. –

Rabbrividii quando avvicinò la bocca al mio orecchio, solleticandolo col suo respiro caldo – Io e te sappiamo bene quanto ti piace farti toccare, anche se fai tanto la schizzinosa. Ricordati che il mio olfatto è molto potente e posso sentire il tuo odore. –

– Smettila di parlarmi in questo modo. –

– La principessina è tutta bagnata. Scommetto che non sei mai stata montata da un maschio. –

Una morsa traditrice mi strinse lo stomaco, in risposta alle sue parole esplicite, mentre avvampavo d’indignazione e vergogna.

– Stronzo! –

– L’hai già detto. –

– E non ho problemi a ripeterlo. –

Cassandra era molto vicina e mi chiesi a che gioco stesse giocando. Avevo gli ormoni in subbuglio e la rabbia zittiva la ragione. Forse voleva destabilizzarmi, umiliarmi per deridermi. Gli diedi una gomitata che andò a cozzare con la durezza del suo addome.

– Ti ho detto che non respiro. –

– Stai buona, siamo quasi arrivati. –

Diede un colpo di gambe ai fianchi del cavallo per spronarlo ad aumentare la velocità, colpendomi col bacino in modo osceno.

L’istinto mi fece serrare le cosce contro la sella e strizzai gli occhi, stringendo la soffice criniera fra le dita.

Mentre la distanza da casa diminuiva a ogni istante, non mi restò che seguire il ritmo dell’animale che avevo sotto e subire l’assalto erotico di quello che avevo dietro, sperando che non si accorgesse di quanto tremava il mio corpo eccitato.

Un brivido mi percorse la schiena, quando un ruggito sommesso gli vibrò nella gola.

Se n’era accorto.

Cercai di trattenere invano un gemito disperato, quando la sua mano si

strinse ad artiglio sul mio fianco, afferrando pelle e jeans.

Non potevo desiderare una cosa del genere. Non era giusto, non era normale! Io ero umana, lui no, punto.

Senza contare che eravamo incompatibili anche per altri motivi. E il solo fatto che ci stessi pensando mi metteva in agitazione. Stavo impazzendo, non c’era altra spiegazione.

Solo qualche altro chilometro e sarebbe tutto finito.

Arrivati a destinazione, non aspettai che mi aiutasse a scendere e mi lanciai quasi di sotto, pur di sfuggire alle sue grinfie, non rovinando a terra solo per un colpo di fortuna e anche se fosse accaduto, sarebbe stato meglio che prolungare quel contatto sconvolgente un minuto

di più.

Nessuno fece caso al mio aspetto stravolto o furono bravi a farmelo credere. Mi ricomposi, avvicinandomi alle recinzioni con Jessica che aprì il cancello col suo badge. Ci dirigemmo subito a passo spedito verso l’ospedale, sotto gli occhi attoniti e spaventati di coloro che incontravamo

per strada, ma nessuno ci fermò per chiedere spiegazioni; si limitarono ad allontanarsi il più velocemente possibile con gli occhi colmi di disapprovazione.

Senza ulteriori indugi, entrammo nella struttura al centro della piccola città, percorrendo corridoi, prendendo diversi ascensori prima di arrivare al reparto di pediatria, dove io e Jessica spiegammo il problema di Nyad al medico di guardia.

Conoscevo Mason ed ero sollevata di aver trovato lui in reparto perché era un raro esempio di umanità e dolcezza coi più piccoli. Li capiva e li sapeva tranquillizzare con i suoi sorrisi contagiosi e il suo aspetto dinoccolato che lo rendeva buffo agli occhi dei bimbi.

Ci ascoltò con attenzione e, dopo aver fissato con sgomento Ren e il suo viso, che definire particolare sarebbe stato un eufemismo, rivolse lo sguardo a Nyad, che lo guardava con diffidenza, nascosto dietro la lunga gamba di Cassandra.

Mason si accovacciò per arrivare alla sua altezza e gli sorrise conquistando la sua fiducia come aveva imparato a fare dopo anni di esperienza. Lo convinse a seguirlo permettendo a Cassandra di andare con loro e noi restammo ad aspettare.

Arwin si guardava attorno con occhi astiosi, ma sembrava rassegnato a dover prolungare quel viaggio dovendo accettare la vicinanza col nemico. Un nemico che per una volta stava tendendo una mano. Chissà se questo avesse una qualche importanza per lui.

Feci di tutto per non incrociare lo sguardo di Ren e anche se era da codardi, persistetti nel proposito, mentre andavamo a sederci in sala d’aspetto.

Jessica sbadigliò – Ho bisogno di dormire almeno due giorni prima di riprendere a lavorare. –

Non le risposi, ero troppo amareggiata per fingere che fosse tutto a posto e troppo su di giri per pensare lucidamente. Anch’io ero esausta.

Una collega ci vide e si precipitò a sincerarsi delle nostre condizioni, essendo sparite all’improvviso, ma quando vide i due che erano con noi e i suoi occhi misero bene a fuoco Ren, indietreggiò.

La capii e le spiegai chi era, ma lei continuò a restare sulla soglia, prendendomi la mano – Ci sono novità, tuo padre si è svegliato. –

Dio, ti ringrazio!

– Come sta? –

– Lo vedrai tu stessa. Ha chiesto di vederti, ma adesso sta dormendo. –

E io non c’ero. Mi si strinse il petto per il senso di colpa. Volevo correre da lui, ma non potevo andarmene prima che la visita di Nyad fosse conclusa, così mi armai di pazienza, confidando nel fatto che dormisse pacificamente e che il suo riposo sarebbe durato ancora per un bel pezzo.

Dovevo controllare la ferita alla gamba, che nonostante il “trattamento” ricevuto da quella lingua irriverente, aveva bisogno di essere disinfettata con un medicinale vero. Ma poteva aspettare ancora un po’.