Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 7 e 8 –

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Capitolo 7

 

Dopo il volo ci fu lo schianto.

L’impatto contro la durezza del terreno e le sue pietre fu devastante, tanto da togliermi il respiro.

Tutto si sfocò davanti agli occhi e sentii la voce di Jessica che gridava il mio nome, poi tutto si fece confuso, anche le loro facce chine su di me, mentre le mani della mia amica cercavano di sollevarmi.

Mi ci vollero diversi minuti per riuscire a riprendermi e a tornare in me. Era possibile che fossi svenuta per qualche secondo ed era piuttosto probabile che avessi riportato una commozione cerebrale, dato il colpo che avevo preso alla testa.

Sarei potuta morire.

Ma il destino aveva altri piani per me.

Un dolore bruciante alla gamba mi riportò velocemente alla realtà del momento e all’urgenza di controllare che non ci fossero altre complicazioni. Mi sollevai il pantalone e scoprii un graffio lungo il polpaccio che arrivava fin dietro il ginocchio.

Non era poi così grave e, anche se in condizioni normali l’avrei disinfettato subito, in quel frangente lasciai perdere e cercai di sollevarmi in piedi.

– Come ti senti? – Chiese Jessica con apprensione.

– Frastornata, ma sto bene. –

Incrociai gli occhi dell’uomo col cappuccio e mi fu chiaro che fosse preoccupato di non riuscire a continuare la missione. Non potevo biasimarlo, dopotutto ne andava della vita di suo figlio.

Gli restituii uno sguardo determinato – Riprendiamo il viaggio. –

Lui annuì col capo – Puoi proseguire? –

Sollevai il mento e mi misi in piedi – Sì. –

Riprendere la cavalcata fu più doloroso del previsto, ma strinsi i denti e sopportai in silenzio, grata che il viaggio non incontrasse altri intoppi.

Quando arrivammo a destinazione, l’alba aveva già cominciato a schiarire i contorni di alberi e cespugli, penetrando il tetto di foglie tra i tronchi, rimettendo i colori al loro posto.

Tutti ci aspettavamo di vedere le rovine di un vecchio ospedale nella radura che si allargava davanti a noi, ma al suo posto c’era una struttura nuova di zecca, che si ergeva sul terreno erboso e che ricordava nella forma una grossa lumaca di ferro. Guardarla mi fece accapponare la pelle, perché intuii cosa si svolgesse lì dentro.

Mi girai a guardare gli altri e dalle loro espressioni capii di non essere l’unica a provare quella sensazione.

Scendemmo dai cavalli che si misero subito a brucare l’erba, mentre noi ci avvicinavamo

furtivamente all’ultimo gruppo di tronchi che si affacciava sulla pianura.

– Ren, cosa ne pensi? – chiese il tipo col ciuffo.

Lui aveva gli occhi fissi sulla struttura e l’odio che emanava creava un’aura così oscura attorno al suo corpo teso, che faceva venir voglia di allontanarsi il più velocemente possibile per non esserne travolti.

Mi avvicinai a Jessica che fissava quella lumaca d’acciaio, ruotando la testa – Non la

vedo affatto bene. – bisbigliò piano.

Come un fiume in piena che straripa dal suo argine dopo la tempesta, la sua rabbia non trovò più nulla a frenarne la poderosa portata e fuoriuscì come un’eruzione vulcanica.

La vista di quella costruzione umana scura e spaventosa gli fece ribollire la mente su pensieri che non avevano niente a che fare con la pietà e tutto a che vedere col sangue e le uccisioni.

Ammazzare, dilaniare, divorare strappando e lacerando senza fermarsi, fino a sentire il sapore delle ossa che si sgretolavano. Strinse i pugni, mentre lasciava che la sua natura animale prendesse il sopravvento.

Ne aveva bisogno, perché lì dentro, in quell’orrenda casa della morte c’era Nyad. Poteva sentirlo grazie a una connessione profonda che lo legava al sangue del suo sangue.

E lui, quant’era vero il suo odio, se lo sarebbe ripreso. Subito.

Sentì un rumore, un fruscio tra il fogliame e sollevò la mano per far tacere Arwin, spostando lentamente gli occhi verso il punto da cui proveniva per

individuare il movimento.

Maledizione, Sylen!

Preso com’era dai suoi pensieri e dalla preoccupazione non l’aveva fiutato, mentre era sulle loro tracce.

Rilassò il corpo irrigidito per la tensione e guardò il signore della comunità dei lupi avanzare con il suo seguito verso di loro.

I suoi occhi freddi andarono sulle due umane, diventando lame celesti, sottili e crudeli.

Fece cenno ai suoi uomini di fermarsi dietro di lui – Grazie di averci guidati fin qui, ma avresti potuto prenderti il disturbo di avvisarci, anziché fare le cose in gran segreto. – disse sarcastico.

Le due ragazze si avvicinarono l’una all’altra, terrorizzate, e ne avevano tutte le dannate ragioni. Per Sylen l’unico essere umano utile era quello morto e squartato.

– Non avevo tempo per i convenevoli. –

– Cosa ci fanno queste due cagne umane ancora vive? – chiese scoprendo le zanne e socchiudendo gli occhi feroci.

Ren non aveva alcuna intenzione di permettere al bastardo di interferire coi suoi piani e avanzò verso di lui, snudando a sua volta i denti, indirizzandogli contro un ruggito d’avvertimento.

– Fatti da parte. Questa cosa non ti riguarda. –

Non voleva scontrarsi con lui, non di nuovo, non in quel momento.

Sylen, che non era affatto uno stupido, ritrasse le zanne e lo fissò piegando la testa

su un lato.

– Dammi un buon motivo per ascoltarti. – sibilò pronto ad attaccare.

La situazione poteva volgere a suo favore, quindi perché non sfruttare l’aiuto di uno dei più spietati assassini che conosceva?

– Le umane sono venute con noi per aiutarmi a rintracciare i dannati scienziati e riprendermi mio figlio. – negli occhi di Sylen passò un lampo di comprensione – Pensavamo che l’istituto fosse abbandonato, ma è chiaro che ci sbagliavamo. –

– Riesci a sentirlo, tuo figlio? –

– Sì. –

Sylen annuì con la testa – Ti aiuterò a liberarlo, ma a una condizione. –

Lo ascoltò, intuendo cosa stava per dire.

– Parla. –

– Dopo mi consegnerai le umane. –

Arwin scoppiò a ridere piano, chiaramente divertito da quella possibilità.

– Considerale già tue. – fu la sua fredda risposta.

Se voleva andare fino in fondo, tanto valeva giocare il tutto per tutto.

Le umane furono circondate da un gruppetto di soldati, che le tennero sotto stretta sorveglianza per evitare che scappassero. Nel frattempo loro cominciarono a preparare un piano per introdursi nell’istituto.

Le guardie all’esterno del perimetro non li videro arrivare, mentre si avvicinavano furtivamente, acquattati nell’erba alta. Con tutti quegli aggeggi tecnologici a loro disposizione, erano indifesi come poppanti quando dovevano misurarsi con creature che la natura aveva reso cacciatori senza pari.

In silenzio come erano arrivati, eliminarono uno dopo l’altro quegli insignificanti involucri di carne, preparandosi a irrompere all’interno.

S’impadronirono delle armi umane e procedettero verso l’ingresso blindato, aprendo le porte con le chiavi magnetiche rubate ai corpi riversi a terra, tra l’erba macchiata di sangue.

Una volta all’interno, Ren abbandonò volutamente il controllo, lasciando campo libero all’animale, incitandolo alla violenza e ben presto il ruggito dentro di lui sovrastò la voce della razionalità, facendolo tornare alle origini.

Gli umani presi alla sprovvista, tentarono con ogni mezzo di proteggere gli ingressi, sparando all’impazzata, gridando ordini, ma prima ancora di avere il tempo di capire cosa li avesse colpiti, il sangue cominciò a colorare le pareti con schizzi vermigli e a ricoprire i pavimenti lucidi, finché ogni rumore cessò.

Avanzarono nei corridoi bui come oscuri demoni vendicatori, ricoperti di sangue e brandelli di carne, silenziosi come la notte, assassini nati.

Si divisero, impadronendosi delle sale di controllo, annientando ogni forma di vita umana che si parasse loro davanti, passando poi alla perlustrazione delle camere di tortura e delle celle.

Raggiunse velocemente le scale che conducevano dritte all’inferno, scendendole con rapidi balzi. Non c’era fine all’orrore dipinto sui visi della gente rinchiusa in quelle prigioni incastonate in mura di pietra e, con lo sguardo tinto di rosso, si spostò di cella in cella, cercando Nyad, sperando di non essere arrivato troppo tardi.

Ogni tanto le sue orecchie sensibili captavano urla e ringhi bestiali, che gli facevano immaginare il massacro ai piani alti nei più vividi dettagli.

Quasi invidiò i suoi compagni che potevano vendicarsi e lasciarsi andare al piacere dell’uccisione di quei maledetti, ma il suo animo pianse insieme ai suoi fratelli rinchiusi in fetide celle dietro a sbarre di metallo, le caviglie incatenate.

Da una parte c’erano le donne e i bambini, tutti appartenenti alla “discendenza”, e dall’altra animali di tutti i generi.

Si avvicinò alle sbarre e incrociò lo sguardo triste e spento di un gorilla anziano.

“Ti prego, liberaci.”

Non erano parole a formarsi nella sua mente, ma semplici concetti.

“Vi libererò, puoi starne certo. Dimmi, ci sono altre celle oltre a queste?”

“Non lo so. Dopo che mi hanno catturato, mi sono risvegliato qui dentro.” Emise uno sbuffo, facendo scattare la testa, quasi a confermare ciò che gli stava dicendo.

Ren si spostò per guardare dentro le altre celle e si rivolse ai suoi fratelli.

– Sarete liberati tutti, non temete. Sto cercando mio figlio, un bambino di cinque

anni. –

I suoi occhi si spostavano di volto in volto, cercando in quella folla il viso tanto amato. Centinaia di occhi lo fissavano con compassione e il suo cuore cominciò a temere il peggio, quando nessuno rispose.

No, non poteva essere arrivato tardi. Non poteva accettare che fosse stato tutto inutile.

– Signore, qui c’è un bambino, ma sta molto male, venite. –

– Dove? Lasciatemi vedere! – Afferrò le sbarre con le mani, spingendovi la faccia in mezzo per vedere al buio, affinando la sua vista felina.

La gente si spostò, permettendogli di vedere nell’angolo lontano un giaciglio di paglia con una piccola sagoma rannicchiata sopra.

Fiutò l’odore di sangue e vide nitidamente i tagli aperti sulle piccole braccia.

Annaspò in cerca d’aria e reso cieco dal bisogno di entrare, cominciò a lanciarsi contro le sbarre nel folle tentativo di allargarle, la pena che piano lasciava il posto alla furia.

In quel momento promise a se stesso che chiunque avesse fatto parte di quel piano perverso, avrebbe smesso di respirare. Gliel’avrebbe fatta desiderare lui, la morte, prima di fargliela incontrare nel modo più doloroso possibile.

– L’hai trovato? – chiese Arwin avvicinandosi al suo fianco – Spostati, lasciami provare con questa.-

Vide che teneva in mano un’arma umana e si spostò per lasciargli fare un tentativo.

Lo sparo disintegrò la catena che chiudeva il cancello, dandogli accesso alla segreta. Si precipitò dentro, mentre le persone si riversavano all’esterno, e raggiunse il piccolo.

Si accovacciò su di lui, toccandolo, cercando le ferite per capire quanto fosse grave.

– Nyad, apri gli occhi, sono io! – Gli diede qualche buffetto sul viso, ma lui non reagì.

La pelle delicata era così calda e sudata che doveva esserci per forza qualche problema interno e lui non poteva farci niente. Maledizione!

Ci doveva pur essere qualcosa da fare. Se l’avesse riportato in quelle condizioni al villaggio, sarebbe quasi certamente morto, sempre che avesse superato il viaggio. La sua gente non possedeva i mezzi necessari per impedire alla natura di fare il suo corso e per loro era sempre stato giusto così.

Solo che quella volta, non era stata la natura a causare la sofferenza di suo figlio e lui non era disposto a consegnarlo alla morte senza lottare.

Forse c’era il modo di evitarlo.

Lo prese tra le braccia e si sollevò – Arwin. –

L’amico gli si avvicinò, lo sguardo fisso sul piccolo come se già vedesse l’inevitabile epilogo.

– Distrai Sylen, prendi tempo, fai qualsiasi cosa, ma non permettergli di seguirmi, non prima che io mi sia allontanato dalla radura. E, Arwin, proteggi l’umana, quella che lascerò qui. –

– Cosa? Come… Ren, aspetta! – cercò di fermarlo mentre lui cominciava a correre per il corridoio verso l’uscita.

Strinse a sé Nyad lanciandosi in velocità attraverso la pianura, tuffandosi dentro l’erba incolta.

Arrivò vicino al gruppo che circondava le donne.

– Voi, lasciate perdere le umane e raggiungete il vostro capo, credo che abbia

bisogno di aiuto. –

– Abbiamo l’ordine di non muoverci da qui fino al suo ritorno. – disse uno di loro.

– Molto bene, vorrà dire che quando tornerà gli dirò che vi siete rifiutati di andare in suo aiuto quando ne aveva più bisogno. Sono certo che capirà. –

Li vide esitare per qualche momento, mentre si scambiavano occhiate allarmate.

Non a caso Sylen si era guadagnato una certa reputazione.

Bravi, soldatini, levatevi dai piedi.

Gli uomini ruppero la formazione e corsero verso la struttura come se avessero un esercito di bufali inferociti alle calcagna.

Non c’era un attimo da perdere. Le umane lo guardarono sospettose, con le espressioni che la dicevano lunga su quanto fossero spaventate e arrabbiate.

– Il bambino sta male. – disse mettendo Nyad in braccio alla figlia del vecchio che lo

prese senza esitare.

– Dobbiamo fare in fretta e andarcene prima che ritorni Sylen. Ecco, tienilo stretto. –

Le afferrò l’esile vita e la issò senza sforzo sulla sella del cavallo, mentre la rossa si avvicinava quasi correndo – Mi lasci qui alla mercé di quel mostro? Non puoi farlo, dopo tutto quello che ho fatto per te! –

– Cosa? Tu lo conoscevi? –

– Anna, ti spiegherò poi. –

– No, spiegami adesso! –

Le loro sciocchezze avrebbero dovuto aspettare.

Prese le briglie con una mano, mentre si dava lo slancio per salire in groppa. – Ci sarà Arwin a proteggerti, non ho altra scelta. –

La ragazza davanti a lui cominciò a farfugliare – Non posso tenermi alla criniera, col bambino in braccio! –

– Ti tengo io. Tu pensa solo a non farlo cadere. –

Le strinse un braccio attorno, allacciandola a sé e diede un colpetto ai fianchi dello stallone per incitarlo a partire.

Capitolo 8

 

Ero arrabbiata. No, quella parola non si avvicinava neanche lontanamente a descrivere come mi sentivo.

Furiosa! Sì, lo ero! Per la situazione pericolosa in cui ero stata messa, per come lui era piombato nella mia vita, stravolgendola nel giro di qualche ora, per la facilità con cui aveva stretto un accordo, dandoci via come merce avariata, come se avesse avuto tutto il diritto di decidere della mia vita, della nostra vita!

E poi mi aveva messo tra le braccia il suo bambino morente, costringendomi a sperare che non morisse, costringendomi a pregare di essere in grado di salvarlo.

Ero furiosa con lui per avermi costretto a salire su quel cavallo e per la forza con cui mi stringeva a sé, forzandomi a un contatto così intimo col suo corpo duro e muscoloso.

Lo odiai, ma soprattutto odiai me stessa per la reazione sconvolgente che mi stava esplodendo dentro a causa di quell’intima vicinanza.

Come potevo sentirmi in quel modo in un momento simile? Ma era impossibile restare indifferente all’energica frizione del suo corpo massiccio che sbatteva ritmicamente sul mio, un corpo virile e vigoroso che mi avvolgeva con braccia e gambe forgiate per la battaglia.

Dio, no, mi rifiutavo categoricamente di farmi travolgere da quell’emozione pericolosa e inopportuna.

Strinsi il piccolo, come a volermi proteggere dai miei stessi pensieri e lo guardai con

apprensione.

– Devi fermarti! Voglio controllare il bambino! –

– Siamo ancora troppo vicini. –

– Sì, ma lui ha bisogno di cure immediate! – il mio tono suonò tagliente come vetro.

– Lo so. Ora fai silenzio. – tagliò corto lui.

Fui sul punto di dirgliene quattro, ma mi fermai in tempo; ero troppo su di giri e quello non era certo il momento di riversargli addosso tutta la rabbia che provavo nei suoi confronti, così mi morsi la lingua e non dissi nulla. Ciò che accadde nella mia testa però fu tutt’altra cosa. Non sapevo neppure di conoscerle certe parole che la mente cominciò a vomitare senza sosta.

Dovevo pensare al bambino, ma che fare?

Il cavallo correva da diverso tempo ormai quando un capogiro mi prese alla sprovvista, facendomi quasi perdere la presa sul bimbo. Non avevo dormito la notte prima e le ore passate a cavallo mi avevano sfinita.

– Hey, ferma il cavallo, ho bisogno di riposare. –

– Siamo quasi arrivati. –

Sia ringraziato il cielo , pensai sistemandomi meglio; avevo il braccio così intorpidito che rischiavo di lasciarlo scivolare.

Finalmente tirò le briglie e l’animale si fermò.

Lui saltò giù e poi aiutò me. Legò il cavallo ad un albero in modo che potesse raggiungere l’acqua del fiume che passava in quel tratto di bosco e che era abbastanza ampio da dividerlo in due zone distinte, prima di prendere il bambino.

– C’è una grotta, qui vicino. –

Lo seguii lungo il pendio che costeggiava il fiume fino alla piccola insenatura.

Superammo il tratto coperto d’acqua ed entrammo all’interno asciutto e buio. Lui aprì il braccio lateralmente, impedendomi di proseguire – Aspetta. –

I suoi occhi perlustrarono quell’oscurità e le sue narici dilatate si prepararono a fiutare tracce di pericolo.

– Possiamo entrare. –

Era umido là dentro, ma non ci saremmo trattenuti abbastanza a lungo da dovercene preoccupare.

– Metti il bambino in terra, cercherò di visitarlo. Non sono ancora un medico, ma

farò del mio meglio. – gli dissi trattenendo un conato, non mi sentivo affatto bene.

Lui visibilmente preoccupato fece come gli avevo chiesto, sistemando il piccolo con cura sopra la sua mantella, osservando con occhi vigili tutto ciò che facevo.

Il bimbo non aveva mai ripreso conoscenza da quando avevamo lasciato la struttura e questo non era un buon segno. Scottava di una febbre altissima, indice di infezione, ma i graffi che aveva sulle braccia non sembravano infetti. Gli sollevai la maglietta lacera e sporca, scoprendo il piccolo torace e rabbrividii nel vedere che gli era stata praticata un’incisione, forse con un bisturi, data la precisione del taglio, e che la ferita quasi cicatrizzata era piena di pus.

Ren spalancò gli occhi velati di furia e pena, sollevandoli lentamente a incontrare i

miei.

– Tu gli salverai la vita. Me lo devi, per aver risparmiato il tuo vecchio quando non

meritava alcuna pietà. –

Si arrogava il diritto di parlarmi in quel modo, nonostante lo stessi aiutando di mia spontanea volontà, dopo avermi quasi consegnato nelle mani di quel Sylen, perché, per come la vedeva lui, il solo fatto di non aver ucciso mio padre gli conferiva la carica di giudice e boia.

Capii che ci saremo sempre trovati su argini opposti del fiume, che non saremo mai stati amici, così come le nostre diverse razze. C’era troppo odio, troppa diversità.

Non era capace di provare sentimenti come la gratitudine, non nei miei confronti e decisi che avrei fatto quel che dovevo solo perché il bambino era innocente, non certo per lui.

Arrogante bastardo.

Lo fissai dritto negli occhi, sollevando il mento – E se non dovessi riuscirci? –

– Morirai. – rispose semplicemente, fissandomi a sua volta perché leggessi nel suo sguardo la verità di quelle parole.

“Questo è tutto da vedere” dicevano i miei occhi.

“È già deciso.” dicevano i suoi.

– Renditi utile. – dissi – Strappa un pezzo di stoffa qualsiasi e bagnalo con l’acqua del fiume, perché la ferita va pulita, almeno finché non decidiamo cosa fare. –

Lui emise un brontolio in segno di avvertimento, strappò un pezzo di mantella dall’angolo e dopo avermi lanciato un’occhiata assassina si voltò incamminandosi verso l’uscita della caverna.

Approfittai della sua assenza per controllarmi la gamba che mi bruciava terribilmente. Sollevai il jeans e ciò che vidi confermò che i miei timori si erano avverati: il graffio al polpaccio che mi ero procurata nella caduta da cavallo si stava infettando. Eppure mi era sembrato così innocuo. Già, ma nella foresta dell’orrore quella parola aveva ben poco significato. Riabbassai velocemente il pantalone e cercai di spremermi le meningi alla svelta per trovare una soluzione a quella

assurda situazione.

Pensai a Jessica, sentendo la morsa della paura all’idea di ciò che stava passando in quel momento. Era ancora viva? Doveva esserlo! Non accettavo alternative. Ma ripensando a quella creatura, Sylen, non potevano che sorgere mille dubbi a riguardo. Rabbrividii solo a ricordarne l’aspetto e a quel proposito, mi resi conto che era l’unico come Ren, mentre gli altri avrebbero potuto essere scambiati per umani.

Perché quella differenza ?

Me l’ero già chiesta quando avevamo incontrato l’uomo col ciuffo nella foresta, ma ora che sapevo che Ren non era unico nel suo genere, la curiosità aumentò ancora di più.

Ad ogni modo quelle elucubrazioni andavano rimandate a quando mi fossi trovata sana e salva tra le mura di casa.

Lui tornò e la caverna sembrò all’improvviso più piccola quando ne riempì lo spazio con la sua mole. Presi la stoffa bagnata che mi porse e cominciai a lavorare sulla ferita, sotto i suoi occhi attenti.

Povero piccolo. Gli accarezzai il viso, senza riuscire a capacitarmi che ci fossero persone in grado di fare quello a un bambino.

Sospirai, tergendomi la fronte sudata mentre pulivo e risciacquavo con ciò che avevo a disposizione. Quando ebbi finito, riabbassai la maglia e guardai Ren.

– C’è un solo modo di salvarlo. –

Avevo catturato la sua attenzione.

– Dobbiamo portarlo in ospedale, a casa mia. –

Fu in procinto di opporsi, glielo lessi in faccia e in quell’espressione pronta a dare battaglia.

– Se ti importa di tuo figlio, stammi a sentire! –

Lui arricciò il labbro ma senza scoprire le zanne, gli occhi così minacciosi che trasalii, mio malgrado. Tuttavia non avevo alcuna intenzione di farmi intimidire ancora.

Sospirai – Ha la febbre altissima e rischia di andare in setticemia. –

– Cosa vuol dire? – chiese con un basso mormorio.

– Vuol dire che l’infezione avvelenerà il suo sangue se non si blocca in tempo. Deve essere visitato da un medico vero, in una struttura ospedaliera dove può ricevere le cure giuste e se tu sei così testardo da rifiutarti solo perché ci odi, beh, mi dispiace dirtelo, ma lo farai morire. Sì, dopo mi ucciderai, ma questo non te lo riporterà indietro. –

Mi guardava combattendo una battaglia interiore che potevo solo immaginare, anche se, a dirla tutta, non mi interessava neppure capirlo. In quel momento volevo solo finirla una volta per tutte.

– Ho con me una medicina. – continuai – Serve a contrastare l’infezione, ma senza sapere di che tipo è potrebbe anche essere inutile. Questo farmaco aiuterà ad abbassare la febbre e a guadagnare tempo, ma dobbiamo decidere in fretta. –

Lui guardò il bimbo e per un attimo mi sembrò di vedere un lampo di dolcezza nei suoi occhi adombrati, ma fu così fugace che pensai di averlo solo immaginato.

– Va bene. Andiamo. –

Dopotutto sapevo che era una creatura intelligente e la sua decisione me lo confermò.

Presi la pastiglia, l’unica che avevo nella tasca dei jeans e la feci andar giù nella gola del bambino, poi mi sollevai da terra – Possiamo andare. –

Cavalcammo per un po’, ma poi ci fermammo per far riposare il cavallo e per controllare Nyad. Sbandai appena, mentre camminavamo per raggiungere delle rocce su cui sederci quando un tuono squarciò il silenzio, preannunciando l’arrivo di un temporale.

Oh no! Ti prego, ti prego!

Un altro contrattempo a ritardare il ritorno a casa. Anch’io avevo bisogno di prendere l’antibiotico modificato, ma ne avevo portato solo uno, nella convinzione che sarei tornata in breve tempo. Nonostante ciò, non mi pentii di averlo dato a Nyad, neppure per un istante.

– Dobbiamo cercare un riparo. Ripartiremo dopo la pioggia. – mi comunicò pragmatico, mentre si sollevava in piedi col bimbo in braccio.

Lo seguii fino a un gruppo di cespugli che fornivano una sorta di tetto con le loro foglie intrecciate e vi entrai, rannicchiandomi dopo di lui. Quando ci sedemmo all’interno di quello spazio angusto, mi passò il bambino – Tienilo mentre vado a prendere il cavallo. –

Toccai la fronte madida di sudore e notai con sollievo che stava diventando meno calda. Chiusi gli occhi e lo abbracciai, provando sollievo e una strana tenerezza.

Quando mi scostai, due grandi occhi verdi impauriti e sperduti mi guardavano

riempendosi di lacrime.

Restai impietrita, senza sapere cosa fare. Per lui ero un’estranea, della stessa razza che gli aveva fatto del male, che lo aveva torturato, ma la sua reazione mi prese alla sprovvista.

Mi si strinse addosso, circondandomi il collo con le piccole braccia, scoppiando in un pianto disperato e singhiozzante.

Dopo un attimo d’esitazione ricambiai il suo abbraccio e lo cullai, cercando di rassicurarlo – Ssh, piccolo. Va tutto bene, sei al sicuro.-

Al potente rombo dei tuoni si aggiunse il lento scrosciare della pioggia che cominciò a riversarsi copiosa, quasi piangesse solidale.

Ren si chinò in avanti per entrare nello stretto rifugio, ma si fermò a metà strada nel vedere la scena che gli si presentava davanti. Lo guardai da sopra la spalla del bambino, mentre gli accarezzavo i corti capelli neri, leggendo la sorpresa sul suo viso.

– Nyad! – sussurrò con emozione.

Il bambino mi lasciò, voltandosi per lanciarsi su di lui – Padre! –

Restai a guardarli mentre si tenevano abbracciati, sentendomi di troppo.

Il bimbo sembrava minuscolo tra quelle braccia possenti, che lo stringevano con struggente delicatezza. Ren teneva la guancia poggiata sulla piccola testa e gli occhi chiusi nell’emozione intensa.

Sembrava che non volesse più smettere di piovere, costringendoci a stare tutti e tre in quello spazietto angusto. Nyad, nonostante stesse meglio, era esausto e debilitato e non gli ci volle molto per raggomitolarsi accanto al padre e addormentarsi di nuovo, aiutato dal suono dell’acqua che batteva ritmica sulle foglie.

Mi faceva male la testa e avevo i brividi di freddo, segno che la febbre stava salendo.

Non mi accorsi di essermi addormentata fino a quando la testa non cozzò lateralmente contro la sua spalla. Mi riscossi subito, incrociando il suo sguardo vigile.

– Scusa, non l’ho fatto apposta, è solo che ho molto sonno e… –

Lui mi catturò il mento tra due dita e socchiuse gli occhi, mentre imprigionava il mio sguardo col suo. Il cuore perse un battito nella sorpresa di quel gesto.

– Credi che sia stupido? Perché non mi hai detto che stai male? –

– Perché non sono affari tuoi! –

– E invece sì, che lo sono, dato che mi servi viva e sana per portare Nyad

in ospedale. –

Lui sì, che aggiungeva nuove sfumature alla parola “insopportabile”.

Ma in fondo il disprezzo era reciproco e personalmente l’avrei spedito dritto tra le fiamme dell’inferno.

Gli lanciai perfino dei coltelli immaginari, sperando che lo facessero secco.

– Sei proprio uno stronzo. –

– Che cos’hai? – tornò all’attacco, sorvolando sull’insulto.

– Ti ho detto che non sono affari tuoi. – sibilai a denti stretti, sentendo la testa girare come una trottola.

– Parla, ragazzina, se non vuoi che ti metta sulle mie ginocchia e ti sculacci a dovere. –

Avvampai furente, con l’istinto di graffiargli tutta la faccia, sorprendendo me stessa, mentre venivo travolta da una valanga di emozioni, prima fra tutte l’incredulità.

Chi si credeva di essere, per parlarmi come se fossi stata una scolaretta disubbidiente?

Tremando d’indignazione lo fissai iraconda, ottenendo in risposta uno sguardo acceso e minaccioso, che mi fece sentire accaldata e confusa.

Il cuore cominciò a galoppare furiosamente nel petto.

– Non oserai. –

– Mettimi alla prova. – la punta scintillante di una zanna fece capolino dalle labbra stirate in un sorriso perfido e malizioso, gli occhi socchiusi e intensi.

Deglutii con sforzo, dopotutto non era il caso di tentare la sorte solo per gratificare il mio orgoglio ferito dalle sue provocazioni.

Incrociai le braccia sul petto, girando la faccia dall’altra parte per non guardarlo.

– È il taglio che mi sono fatta cadendo da cavallo. Si è infettato e ora ho sicuramente la febbre. Ma stai tranquillo. – aggiunsi guardandolo – vivrò

abbastanza da farvi entrare nella città. –

Lui annuì – Bene. –

Oh, sul serio? E perché sembrava ancora più divertito, vedendo la mia espressione oltraggiata dalla sua ennesima e voluta provocazione?

– Mostrami la ferita. – ordinò come se si aspettasse obbedienza istantanea.

– No. –

Quella fu la prima volta in cui capii a mie spese che Ren non era il tipo da ripetere le cose una seconda volta.

Senza darmi il tempo di reagire, mi afferrò la caviglia, circondandola con la grossa mano e con uno scatto tirò la gamba verso di sé, facendomi perdere l’equilibrio.

Mi ritrovai lunga distesa, con la schiena sul letto di foglie secche e la gamba sollevata all’altezza del suo petto.

L’imbarazzo m’imporporò la faccia – Ma cosa fai? Toglimi le mani di dosso! –

Scalciai dimenandomi, riuscendo a sgattaiolare via e a rotolare fuori dal riparo, ma solo perché lui si era distratto il tanto giusto da permettermelo.

L’acqua mi colpì impietosamente nello stesso momento in cui vidi i suoi occhi puntarmi da dentro la nicchia. Una attimo dopo era fuori, sotto la pioggia con me, la mia caviglia nuovamente stretta nella morsa della sua mano.

Annaspai, cercando di scappare, di fuggire dalla sensazione violenta che mi aggredì in reazione alla sua irruenza. Scalciai di nuovo e mi tirai su col busto per colpirlo anche con le mani, che lui con troppa facilità riuscì a immobilizzare con la mano libera.

Non potei contrastarlo a lungo, debilitata com’ero e sapevo che anche se non lo fossi stata, nulla avrei potuto contro la sua forza.

Mi lasciai cadere sull’erba bagnata, chiudendo gli occhi e lui mi liberò i polsi.

Sentii le sue mani sollevare il jeans, scoprendo la ferita che bruciò quando venne bagnata dalle gocce fredde.

Socchiusi gli occhi e lo guardai tra le ciglia. La pioggia aveva bagnato completamente i suoi capelli e li divideva in ciuffi separati sul viso ottenebrato da qualcosa d’indecifrabile.

Dio, se era attraente!

Lo detestai ancora di più per quello, per essere così particolare e così dannatamente diverso.

I suoi occhi ferini mi scrutarono, incrociando i miei e vi lessi un oscuro messaggio fatto di promesse scandalose, di cui non ebbi il coraggio di sondare troppo a fondo il contenuto.

Era la febbre a farmi delirare e a farmi pure immaginare le cose, tra la vista offuscata e la testa che mandava ondate pulsanti di dolore.

– Falla finita! – gracchiai esausta.

Continuò a fissarmi come se non avessi parlato e socchiuse lentamente le palpebre mentre avvicinava la gamba alla bocca.

Il cuore palpitò ferocemente quando la sua lingua cominciò a scivolare per tutta la lunghezza del taglio.

L’incredulità si perse dentro il fremito potente che mi scosse tutta come un’onda d’urto.

Quella carezza vellutata e bollente sulla pelle già accaldata fece crollare una diga di inibizioni che non sapevo neanche di aver costruito e tutto ciò che stavo provando mi si riversò addosso.

– Che… che cosa fai? Smettila subito! – squittii.

Lui diede un’altra lenta leccata dal basso verso l’alto, allargando le labbra in un sorriso malizioso e irriverente, gli occhi che mandavano bagliori di divertimento.

– Ti sto disinfettando la ferita. – il respiro caldo mi solleticò la pelle.

– Sì, ma ora basta. – supplicai con occhi e voce.

– Non sarà che ti stai eccitando? –

Oh mio Dio!

Arrossii vergognosamente e gli lanciai un’occhiata indignata.

– Co-cosa? Neanche per sogno! – volevo scomparire in quello stesso istante e ripresi a scalciare per liberarmi.

Lui strinse la presa – Fai la brava e lasciati leccare. – la voce bassa e roca, quasi erotica, mi vibrò nel corpo e andò a insediarsi nel centro del mio grembo, facendomi bagnare tra le cosce.

Maschio…

I suoi occhi continuarono a fissarmi con aria di soddisfazione tutta maschile, nel leggermi in faccia l’imbarazzante reazione.

In che razza di situazione mi ero andata a cacciare!

Rimasi ipnotizzata a guardarlo mentre continuava a muovere la lingua sulla ferita, inebetita nella scoperta di quanto sapesse essere sensuale la sua bocca.

Quando infine mi lasciò andare, fui incapace di muovermi per diverso tempo, scossa dal tremore e da quelle onde di sottile piacere che riverberavano ancora.

Ren tornò dentro il riparo e io dovevo fare altrettanto, se volevo tornare a casa ancora viva.

Casa, il mio rifugio, la mia salvezza!

Una volta al sicuro, avrei scacciato ogni pensiero inopportuno, ogni desiderio, ogni voglia che lui aveva acceso dentro di me col suo tocco rude e mascolino.

L’avrei aiutato col bambino e poi sarebbe uscito dalla città e dalle nostre vite.

Dalla mia vita.

Mi sollevai a fatica, dolorante, febbricitante e barcollai fino al riparo, rovinando al suolo senza alcuna grazia.

Dovevo essermi addormentata senza accorgermene.

– Ho fame! – disse la vocina di Nyad.

Non mi sentivo pronta ad affrontare una nuova battaglia, così tenni gli occhi chiusi, fingendomi ancora addormentata.

– Abbi solo un po’ di pazienza, Nyn. Appena smette di piovere, accendo un bel fuoco e vado a caccia. – rispose la sua voce addolcita dall’amore di padre.

Almeno in quello dimostrava umanità e sensibilità.

– Chi è questa signora? –

Signora? A me?

– Un’umana che ci sta aiutando. Ci porterà a casa sua, così un dottore umano potrà visitarti. –

– No! Non voglio altri dottori! – piagnucolò il piccolo, facendomi stringere il petto per la pena.

Sentii un fruscio e capii che lui si stava muovendo.

– Nessuno ti farà del male, mai più, perché io non lo permetterò. Ti ho mai raccontato menzogne? –

– No. –

– Ti fidi di me? –

– Sì, mi fido, ma i dottori sono cattivi. –

Lui emise quella specie di sbuffo con le narici – Sì, è vero, ma non questi.

La signora umana è stata gentile con te, sì o no? –

– Sì, lei sì. –

– Ecco, quei dottori sono proprio come lei. –

E questo doveva bastare a farmelo odiare di meno?

In realtà lo fece. Ma solo un po’.

Lo scrosciare violento dell’acqua sul fragile tetto del riparo divenne un lieve sgocciolio che presto cessò del tutto.

– Ha smesso! Ora puoi andare a caccia? – chiese un Nyad improvvisamente allegro.

– Sì, ma prima accendo un fuoco che tenga lontani gli animali, mentre sarò via. –

Stava andando via, lasciandoci indifesi? Poteva essere un guaio bello grosso. Tuttavia anche il mio stomaco reclamava cibo e doleva nell’attesa, ma il mio zaino era rimasto attaccato alla sella dell’altro cavallo, insieme a tutte le barrette energetiche che avevo portato.

Aprii gli occhi e vidi che entrambi erano usciti. Il piccolo sedeva poco distante e lui si era inoltrato nella vegetazione.

Quando tornò, aveva le braccia cariche di rami e rametti ancora provvisti di foglie.

Poggiò vicino al riparo il carico pesante, che trasportava come fosse fatto di soffice paglia, si chinò sulla catasta di legna e cominciò a pulire i rami.

Sollevò gli occhi intercettando i miei senza neppure doverli cercare e io ricambiai la sua occhiata ostile con sollecitudine.

Non mi farò intimidire da te.

Si dedicò al suo compito, concentrato e serio e quando finì prese due pietre che fece sbattere l’una sull’altra, riuscendo a creare alcune scintille che presto divennero un timido fuoco alla base della legna.

Si mise in piedi e mi rivolse lo sguardo – Non sei capace di governare un fuoco, vero, ragazzina? –

Quanto odiavo che mi chiamasse così!

– No, non sono capace e mi chiamo Anna, se la cosa non ti dispiace. –

Sulle sue labbra comparve un sorriso affilato che non ebbe vita lunga, sostituito da una piega severa – Non mi interessa come ti chiami, ma solo che tu sia in grado di proteggere Nyad quando non ci sarò. –

Non l’aveva detto sul serio! Mi sarei tappata le orecchie e avrei sbattuto i piedi in terra come una bambina per la frustrazione.

Avrei voluto prenderlo a schiaffi. Non avevo mai avuto simili reazioni in vita mia, simili impulsi.

Ero la studiosa io! Ero quella calma che riusciva a mantenere il sangue freddo anche nelle situazioni disperate. Ero la meticolosa, la razionale.

E ora sembravo un’irragionevole ragazzetta immatura.

Dovevo ritrovare al più presto la mia compostezza interiore e trovare il modo di non lasciargli campo libero, mentre faceva a pezzi la mia calma.

– Sai cosa ti dico? Vai al diavolo! Ma prima di andarci, fammi vedere come si tiene acceso questo dannato fuoco. –

Alla faccia della calma che dovevo mantenere.

Lui scoppiò in una bassa risata, facendomi segno di avvicinarmi con la mano.

Mi sollevai in piedi e mi accorsi che la gamba non mi faceva più male. Anche i brividi e il mal di testa erano spariti. Che fosse riuscito davvero nel suo intento di disinfettare la ferita?

Come richiamate da quel pensiero, le immagini del “come” l’aveva fatto riaffiorarono con prepotenza negli occhi della mente, facendomi avvampare in un istante.

Mostrai la mia faccia indifferente e mi avvicinai a lui, stringendomi le braccia attorno.

Ren prese un rametto da cui non aveva tolto le foglie e si accovacciò agilmente sulle ginocchia, tendendo i pantaloni di pelle marrone sulle cosce possenti. Avvampai di più, mentre ne osservavo morbosamente tutti gli squisiti dettagli, chiedendomi ancora una volta come potessi trovare

certi particolari così eccitanti.

Quella parola doveva uscire dal mio vocabolario alla stessa velocità con cui vi era entrata.

Lui sventolò il rametto con degli scatti del polso, senza far arrivare troppa aria.

– Devi fare così. Non lasciare che la fiamma si spenga e se vedi che si abbassa, mandale aria. Hai capito? – chiese, guardandomi scettico, mentre si sollevava in piedi.

– Sì, non sono mica un’idiota. Dai qui. – gli presi il rametto dalla mano – Dove stai andando? –

– A caccia. –

Con disinvoltura cominciò a sfilarsi la camicia e quando scoprì l’ampia distesa di muscoli perfettamente definiti del suo petto, dimenticai perfino il motivo per cui mi trovassi lì.

Come animati di vita propria i miei occhi scivolarono su quei pettorali gonfi e possenti, per proseguire verso il basso e seguire le linee di uno spettacolare arabesco di addominali, che imploravano di essere accarezzati dalla mano di una donna.

Il corpo di un dio e lo sguardo perverso di un demone.

Volevo vedere di più e scesi a fissare il rigonfiamento…

Fermati qui! Non puoi spingerti oltre, non puoi e basta.

Intrigata da quella vista, ci misi un po’ di tempo a riportare lo sguardo in alto, verso i suoi occhi che guardavano Nyad.

Non mi ero neanche accorta che i due stavano parlando, tutta concentrata nel mio esame della sua anatomia maschile.

Scossi la testa per tornare in me, prima che lui si accorgesse della direzione che stavano prendendo i miei pensieri.

– Ehm… di preciso che cosa mangeremo? – chiesi per spezzare la tensione.

Lui si voltò – Carne di cervo. Ce ne sono alcuni proprio qui vicino. Nyn, stai con la signora e non ti allontanare per nessun motivo. Intesi? –

Il bimbo fece andare su e giù la testolina, gli occhi velati dalla febbre.

Ren mi guardò come se stesse valutando attentamente se fidarsi o meno a lasciarmi in custodia il bambino e io presi atto della sua preoccupazione.

Sospirai, inghiottendo il mio orgoglio – Io e Nyad ce ne staremo nascosti dentro il riparo fino al tuo ritorno, non stare in pensiero per lui. Ma cerca di fare presto. –

Non avendo alternative se non quella di procurare il cibo, lui decise di rischiare e così, dopo un ultimo sguardo al piccolo, se ne andò di corsa, come se allontanarsi gli costasse più di quanto volesse mostrare.