Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 23,24, epilogo –

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Capitolo 23

Riemersi dalle nebbie dell’incoscienza, svegliata da un frastuono di grida e ordini sbraitati.

Ren mi stava scuotendo per le spalle – Sveglia, sta succedendo qualcosa. –

Aprii gli occhi confusa, sollevandomi di scatto. Fuori dalla cella e lungo il corridoio si era riversata una folla di prigionieri liberati, tra spari e grida.

Un ululato cupo risuonò al di sopra del fracasso e un sorriso diabolico si allargò sulle labbra di Ren.

– Sylen. –

Come, cosa… Potevo sperare in un’àncora di salvezza?  

Mi alzai per avvicinarmi alle sbarre e capire meglio la situazione, ma la sua mano mi trattenne, afferrandomi il braccio – È pericoloso. –

Prima di avere il tempo di rispondergli che avremmo dovuto farci vedere o non ci avrebbero trovati, fece tremare le pareti di roccia con un ruggito potente, tanto da farmi battere i denti.

– Adesso ci troveranno. – commentò con aria soddisfatta.

Sollevai le sopracciglia – Potresti avvertire prima di farlo. Eviterei il trauma. –

Sghignazzò – Hai la pellaccia dura, sopravviverai. –

Ci mettemmo vicino alle sbarre con le schiene poggiate al muro, nel caso fossero volati proiettili.

Prima di quanto mi fossi aspettata, qualcuno venne a liberarci. Due soldati di Sylen costrinsero uno dei militari dell’istituto ad aprire la cella con le chiavi, minacciandolo con zanne e artigli, ringhiandogli vicino al collo per terrorizzarlo e io non provai alcuna compassione per quell’uomo, anzi mi ritrovai a sperare che lo sventrassero lì dove si trovava, ma una volta che fummo liberi di andarcene, la sua sorte divenne l’ultimo dei miei pensieri.

Nell’intero istituto era scoppiato il caos, dopo che tutte le celle erano state aperte e uomini e animali furono liberi di scappare e di fare scempio degli aguzzini. I militari usavano ogni mezzo per difendersi, sparando contro la folla inferocita. 

Nella corsa verso l’uscita dovetti scavalcare diversi cadaveri carbonizzati, altri dilaniati in modo orribile.

Ren mi teneva saldamente la mano e mi trascinava mentre si apriva un varco nella bolgia. Riuscimmo a raggiungere il piano superiore e ad arrivare ai parcheggi delle navette a propulsione che conoscevo bene, nonostante a Nuova Terra fossero ormai in disuso.

I soldati della comunità dei lupi erano scatenati e ormai avevano preso il sopravvento, decimando i militari, ridotti a un piccolo gruppo determinato a resistere pur di non arrendersi all’inevitabile.

– Ren, dobbiamo prendere uno di questi veicoli. –

Lui si voltò a guardare la porta da cui eravamo usciti, voleva rientrare per aiutare i suoi amici a combattere.

– So che vorresti farlo. –

Lo capivo. Io stessa avrei voluto dare il mio contributo alla battaglia.

Si girò a guardarmi e aprì la bocca per parlare ma fu interrotto dall’arrivo di Sylen. Aiutava un ragazzo ferito, sostenendolo con un braccio attorno al busto. La ferita sembrava grave e una chiazza cremisi macchiava l’addome, allargandosi su una camicia d’ospedale identica alla nostra.

Lo sguardo glaciale del signore dei lupi mi trafisse, ma l’odio nei confronti della mia razza era attenuato dalla preoccupazione.

– Tu sei una guaritrice. –

Non era una domanda. Sollevai il mento e lo guardai senza timore – Sì, lo sono. –

Il ragazzo emise un lamento di dolore, barcollando sulle gambe che lo reggevano per miracolo.

– Aiuta mio figlio. –

Non chiese per favore, ma il suo tono conteneva una supplica che non potevo ignorare, considerando quanto dovesse costargli affidarlo alle cure di un essere umano.

Ren lo aiutò, reggendo il ragazzo dall’altra parte – Cos’è successo? – gli chiese digrignando i denti, ricordandomi che anche lui era ferito e stava sopportando un dolore atroce.

– Kuna è stato rapito nella notte con l’inganno ed è stato portato qui dai luridi parassiti umani. Vedo che voi avete subito lo stesso trattamento. – aggiunse guardando i nostri tristi camici.

Dunque Sylen e la sua gente avevano attaccato la struttura per un’operazione di salvataggio. Se non fosse stato per loro, saremmo morti e per questo gli dovevamo la vita, ma ora non c’era tempo per i convenevoli.

– Stavamo per rubare uno di questi mezzi per andare al villaggio di Ren dove ci sono i miei colleghi e le attrezzature mediche che possono curare la sua costola fratturata. –

– Io voglio restare qui a combattere. – sentenziò l’interessato col tono di chi non ammette repliche.

Sospirai – Lo so, ma in queste condizioni non sei d’aiuto a nessuno. –

Sylen annuì – La femmina ha ragione. I miei uomini hanno già preso possesso di quasi tutto l’edificio e il tuo aiuto è superfluo. – si voltò verso di me, fissandomi negli occhi ancora una volta – Portate mio figlio con voi e curatelo, se potete. Finiamo noi il lavoro sporco. –

Ren guardò l’amico – Sei sicuro? –

– Sì, andate e… – mi fissò minaccioso, con sguardo pieno di diffidenza, facendomi arrivare il messaggio forte e chiaro.

– Se dovesse succedergli qualcosa, verrai personalmente a cavarmi il cuore dal petto, sì, lo so, ma adesso tuo figlio ha bisogno di cure. –

Il suo ghigno divertito alle mie parole mi fece sorridere, ma il momento fu spezzato dal basso ruggito di Ren che fissava Sylen sghignazzando, non tanto felice delle sue attenzioni nei miei riguardi.

Feci gli occhi al cielo alla dimostrazione di quanto in quel frangente fossero più affini agli uomini di Neanderthal che ai Sapiens.

Mi misi subito alla guida, accendendo il motore e partimmo a razzo, lasciando Sylen immobile sul prato a fissarci.

Quando guardai nello specchietto retrovisore un’ultima volta, vidi quel guerriero voltarsi e correre verso la porta che l’avrebbe riportato nel mezzo dello scontro.

Non pensavo che sarebbe stato così difficile parlare di ciò che era successo durante l’interminabile notte all’istituto di ricerca, ma superato il disagio iniziale, le parole fluirono come se non vedessero l’ora di venir fuori.

Cassandra e Donna sedevano vicino al camino acceso, rapite dal mio racconto drammatico, appena cinque giorni dopo l’accaduto.

Donna era arrivata con due colleghi per occuparsi di Kuna, le cui condizioni avevano richiesto l’intervento di attrezzature particolari che i camper non avevano. I medici avevano deciso che sarebbe stato un azzardo trasportarlo a Nuova Terra, sia per la sua situazione clinica, ma anche perché essendo figlio di Sylen, il suo ricovero all’interno della città avrebbe potuto creare un vero e proprio incidente diplomatico con la comunità dei lupi, che aspettava solo un pretesto per attaccare.

Donna si stava occupando di lui a tempo pieno, ma era così stanca che aveva dovuto prendere un pomeriggio libero per staccare almeno qualche ora.

Potevo vedere lo sfinimento sul suo viso tirato e nelle occhiaie scure. Il capellino dell’uniforme giaceva sul pavimento accanto a lei mentre ascoltava incredula tutto ciò che mi era capitato nel breve periodo in cui non c’eravamo viste.

Cassandra era silenziosa e ascoltava le mie parole con trepidazione e angoscia, sostituite infine dal sollievo.

– Che incubo. Spero che Sylen li abbia fatti a pezzi tutti, quei bastardi. – disse ruotando il capo.

– Lo spero anch’io. Se penso a quanta gente hanno torturato… –

– Non pensarci. – m’interruppe Donna – È intollerabile e l’unica cosa che conta è mettervi fine, in un modo o nell’altro. –

– Ho chiesto a Ren di passare. Spero non ti dispiaccia. – disse Cassandra imbarazzata.

La fissai senza riuscire a dire una sola parola ma lei mi lesse in faccia la profonda emozione.

– Non l’hai ancora incontrato da quando siete arrivati, non è vero? –

– Non ne ho avuto il tempo e lui era impegnato con i preparativi del trasloco. –

Donna sorrise, intrigata da quel nuovo aspetto della mia vita. I suoi occhi azzurri mi scrutarono inviandomi taciti messaggi e quando Cassandra si allontanò per andare a prendere il caffè, socchiuse le palpebre – Non vedo l’ora di conoscerlo, questo Ren. –

Spalancai gli occhi – Sarà divertente vedere la tua faccia. –

Un sopracciglio biondo si sollevò impertinente – Ragazzaccia, vivere tutte queste avventure senza dirmi niente. –

Sospirai e lei tornò improvvisamente seria – Stai bene sul serio? Me lo diresti se non fosse così, vero? –

– Certo, stupidina. –

Dopo un attimo ci lanciammo l’una nelle braccia dell’altra, stringendoci.

– Non sai quanto sono stata in pensiero. – disse tra i miei capelli.

– Lo so. Mi dispiace. –

Ci allontanammo piano e lei mi accarezzò il viso, contraendo le labbra carnose in un broncio che divenne presto un sorriso incoraggiante.

Quando lui bussò alla porta il cuore mi balzò in gola nell’attesa di rivederlo. Cassandra andò ad aprire e prima ancora che lui varcasse la soglia di casa lo imprigionò in un abbraccio.

Ren la strinse, ridendo mentre lei lo rimproverava bonariamente – Non farmi più uno scherzo del genere, hai capito? –

L’allontanò strizzandole le braccia con le mani– Anch’io sono contento di vederti. –

Lei gli sorrise, dandogli una pacca sul petto – Vieni, ho fatto il caffè. –

Donna lo fissava con un’espressione a metà tra lo sconcerto e la curiosità condita da un pizzico di timore e malcelato stupore quando si avvicinò, abbassandosi per sedere insieme a noi.

– Ciao. – lo salutai con una certa timidezza.

Lui si chinò e mi poggiò le labbra sulla guancia, muovendole lentamente per baciarmi – Ciao. –

Mi ricomposi quando Cassandra gli passò la tazza di caffè e mi sistemai meglio sulle gambe – Ren, lei è Donna, la mia amica e collega che si sta prendendo cura di Kuna. –

Lui la fissò con i suoi occhi inquietanti. Soffocai la risata con un colpo di tosse, vedendola irrigidirsi e le sorrisi comprensiva, sapevo bene l’effetto che faceva trovarselo davanti per la prima volta.

– Come sta il ragazzo? – le chiese con gentilezza, capendo il suo disagio.

La mia amica gesticolò nervosamente con le mani – Oh, per il momento è stabile ma ancora non si può dire. –

Lui annuì con l’espressione assorta – Ho mandato un messaggio al padre e penso che ci dobbiamo aspettare una sua visita a breve. –

Donna sbiancò – Il padre è… –

– Come me. – le confermò concludendo la frase per lei.

Cassandra, per niente intenzionata a indorare la pillola, aggiunse – È come lui, ma di diversa specie. –

– E sarebbe? – 

Fece la sommaria imitazione di un ululato che fece impallidire la mia amica ancora di più e si guadagnò un’occhiataccia di Ren.

– Stai tranquilla, Sylen sa che vi state occupando di Kuna nel miglior modo possibile. – le disse lui per calmare gli animi.

– Me lo auguro. – rispose lei lasciandosi andare contro il muro, portando la tazza alla bocca.

– E poi non è uno stupido. – aggiunse Cassandra – Sa bene che un attacco a voi non porterebbe niente di buono. –

Ero d’accordo, attaccare noi, che potevamo essere dei validi alleati contro l’organizzazione ancora a piede libero, sarebbe stato non solo stupido, ma anche controproducente.

Bjork rientrò a casa con i piccoli e Donna recuperò il suo cappellino da infermiera, alzandosi da terra – Mi piacerebbe molto restare, ma devo tornare dal mio paziente. –

L’accompagnammo alla porta e dopo un breve saluto a Bjork e una carezza ai bambini se ne andò.

Avevo sperato di poter trascorrere un po’ di tempo da sola con Ren, ma qualcuno venne puntualmente a chiamarlo per interpellarlo riguardo alcune questioni inerenti al villaggio.

Mi si avvicinò, cingendomi la vita con un braccio, sollevandomi, e si chinò a baciarmi il collo facendo scaturire un brivido che mi percorse la schiena.

– Vieni al lago domattina presto. – la sua voce roca vibrò sulla pelle, solleticata dal suo respiro caldo.

Cercai di non perdere l’equilibrio quando mi lasciò andare e poi lo vidi andare via, turbata dall’impazienza di averlo finalmente per me.

Cassandra mi fece l’occhiolino, mentre prendeva il piccolo in braccio e salutava il suo compagno e prima che anch’io tornassi al mio lavoro si avvicinò a me tutta sorridente – Segui il tuo cuore. –

Non si stancava mai di ammirare la luce del primo mattino che accarezzava i contorni di boschi e monti come un impalpabile velo, tempestato di polvere d’argento.

Si era svegliato molto presto e si era precipitato al lago con un unico pensiero in testa: incontrare lei per capire se le parole che gli aveva detto in quella squallida prigione avevano un significato o se erano state influenzate dal timore della morte imminente.

Seduto davanti alla riva, osservava i riflessi lucenti di un sole ancora timido sulla superficie dell’acqua.

Oh no! Non ancora!

Nell’aria aleggiava l’odore di Agatha.

Non si voltò, chiedendosi perché quella femmina facesse finta di non capire quando lui era stato piuttosto chiaro nell’allontanarla.

Sapevo che avremo parlato e sapevo che quel momento sarebbe stato cruciale per la mia vita, in un modo o nell’altro.

Il mio cuore era pieno di speranza e trepida attesa quando giunsi in prossimità del posto stabilito.

Ma quando arrivai non lo trovai da solo. Di nuovo.

Nella morsa della delusione mi nascosi dietro il tronco di un albero. 

Mi aveva mentito! Non aveva nessuna intenzione di lasciare le vecchie abitudini. E io che ci avevo quasi creduto.

Chiusi gli occhi, combattendo contro l’istinto di andarmene, ma poi presi un bel respiro profondo e decisi di dare ascolto alla voce che sussurrava alla mia coscienza. Dopo tutto, Ren meritava una possibilità, meritava che gli dessi fiducia e non saltassi a conclusioni azzardate.

Attesi, ascoltando ciò che accadeva poco più in là, preparandomi psicologicamente a soffrire a causa della mia stessa ingenuità.

– Come stai? Ho saputo cosa ti è successo. –

– Mi sono ripreso, grazie. –

Si fece più vicina – Posso sedermi qui con te? – chiese a bassa voce.

– Certo che puoi. –

Era testarda e non aveva alcuna intenzione di lasciar perdere.

– Sei di cattivo umore anche quest’oggi? –

– No, anzi tutto il contrario. – sorrise, sicuro che lei avrebbe abboccato all’amo del suo gioco.

– Mi fa piacere sentirtelo dire. –

Come si era aspettato, si sporse verso di lui e gli poggiò una mano sulla gamba.

Se la scostò di dosso, rivolgendole uno sguardo neutro, pregustando il divertimento – Agatha, mi sembra di averti già detto che non sono disponibile o mi sbaglio? –

– Ma quello era l’altro giorno. Hai detto di essere di buon umore oggi, no? –

Si alzò in piedi, seguito subito da lei e le dedicò un sorriso impertinente – Allora sarò più esplicito: l’unica femmina che ho voglia di montare è quella nascosta dietro quell’albero laggiù. –

Avvampai dalla testa ai piedi, irrigidendomi come l’albero in questione.

– Questa è l’ultima volta che vengo a cercarti, Ren. –

– Lo spero bene. Trovati un compagno che ti ingravidi e fatti una famiglia. –

Lei si voltò, andandosene tutta impettita.

Chiusi gli occhi sbalordita per la durezza della risposta che le aveva dato, ma sollevata come non mai. Lasciai quel riparo sicuro e iniziai a camminare verso di lui che se la rideva alla grande.

– Sapevi che ero qui sin dall’inizio! –

Ero furiosa, ma anche felice.

– Ti dimentichi troppo facilmente con chi hai a che fare. –

– Certo che sei proprio uno stronzo! –

Mi lanciai contro di lui spingendolo, facendolo ridere ancora più forte.

– E se non fossi arrivata, avresti fatto la stessa cosa? – chiesi non troppo sicura di voler conoscere la risposta.

– Tu che dici? – i suoi occhi mi sfidarono a rispondere.

– Io… non lo so. –

– Eppure ti ho detto cosa penso. Non ti fidi? –

Arretrai di qualche passo, sentendomi in bilico tra supposizioni e speranze – Non so se quello che mi hai detto in quella cella vale ancora, dato che adesso siamo tornati alla vita normale. –

– Vale ancora, per me. E per te, Anna? –

L’intensità del suo sguardo bruciò l’ultimo barlume di razionalità rimasto.

– Sì, ogni singola parola. –

Lo vidi avanzare e d’istinto indietreggiai per fronteggiare l’emozione violenta nell’attesa di ciò che stava per capitare e le pulsazioni del cuore impazzirono nel vedere la luce maliziosa accendersi nelle sue iridi feline.

– Razza di spudorato. – bofonchiai divertita.

– Sai bene come sono fatto. Prendere o lasciare. –

– Non ti renderò la cosa facile. –

– Anna… – mormorò

– No, dico sul serio, tu… –

– Anna – m’interruppe di nuovo e ad animare i suoi occhi incupiti non c’era più l’uomo, ma l’animale che ne governava lo spirito indomito.

Quando percepì che me n’ero accorta, il suo sorriso divenne affilato e minaccioso – Corri. – 

Capitolo 24

 

Donna si girava e rigirava nel letto.

La stanchezza accumulata dopo ore e ore di lavoro non le permetteva di rilassarsi e dormire. Si era già alzata diverse volte, lasciando il calduccio di quel comodo letto nella stanza adiacente a quella del suo paziente, inoltrandosi nella confortevole penombra della baita.

Mise a bollire dell’acqua sulla brace ancora viva, chiedendosi come facesse quella gente a vivere senza tutte le comodità del mondo moderno di cui lei era tanto grata.

Si strinse la vestaglia di lana attorno al corpo intirizzito, sospirando nell’attesa di bere una tazza di tè. No, non era tè, era sidro, un intruglio di erbe dal retrogusto amarognolo che non disdegnava, ma niente a confronto con le sue preziose e insostituibili tisane.

Si riscaldò con quella bevanda calda e poi decise di andare a controllare la temperatura dell’uomo.

Preparò il termometro e lo portò vicino alla tempia, notando con piacere che la febbre era scesa. Si sentì sollevata, significava che il suo corpo stava reagendo bene all’antibiotico.

Gli avevano fatto degli esami del sangue prima di sottoporlo alla terapia, ma quella specie era diversa sotto tantissimi aspetti e la possibilità di una reazione avversa era stata presa in seria considerazione.

Sbadigliò nel tragitto verso camera sua, superando la finestra da cui entrava la pallida luce della luna che si diffondeva nel piccolo ambiente. Si sporse per guardare fuori, certa che il panorama del villaggio e della vallata fosse mozzafiato sotto quell’argentea luminescenza. 

Si avvicinò al vetro abbracciando con lo sguardo quello spettacolo, ma all’improvviso si ritrovò a fissare la faccia più spaventosa che avesse mai visto.

Due feroci occhi celesti la puntavano minacciosi.

Trattenne solo in parte un grido di terrore, paralizzata sul posto, incapace di muovere un solo muscolo o di distogliere lo sguardo.

Quando pensava che il panico stesse per sopraffarla, le tornò alla mente la conversazione avuta nel pomeriggio con Ren riguardo al padre del suo paziente.

Non poteva essere altri che lui.

Col cuore in fibrillazione, si costrinse ad aprire gli occhi che aveva chiuso d’istinto, ma a quel punto non c’era più nessuno, là fuori, a fissarla. Impossibile che avesse rinunciato.

Un colpo alla porta d’ingresso le fece gelare il sangue, confermandole che quella creatura non aveva nessuna intenzione di andarsene. Boccheggiò, spremendo le meningi per trovare una soluzione che non fosse aprirgli la porta, pur sapendo che non esisteva. Inoltre se avesse voluto entrare chi gli avrebbe impedito di rompere un vetro e introdursi ugualmente in casa?

E sia. Era saggio ciò che stava per fare? No, non lo era.

Accese la lanterna sul tavolo della sala principale e si avvicinò alla porta, allungando la mano tremante verso il chiavistello. Dopo aver aperto indietreggiò, seguendo l’istinto irrefrenabile di mettersi a distanza di sicurezza. Era sempre stata un’ottimista per natura ma riconosceva quanto fosse ridicolo pensare di mettersi al sicuro in quel modo.

Lunghi capelli neri scendevano su un viso dai lineamenti ferini, tanto terrificante da non riuscire a guardarlo per più di pochi secondi. Tutto in quella figura trasudava minaccia, dalla postura all’imponente statura.

I due uomini accanto a lui erano grossi, sì, ma niente di paragonabile al loro capo che sembrava un antico e mitologico guerriero, nato nell’epoca sbagliata.

L’uomo avanzò per entrare e Donna indietreggiò in risposta, tenendo gli occhi bassi per non incrociarne lo sguardo freddo, crudele. Con le belve non si doveva mai mostrare paura, ma lei non riusciva a ostentare un coraggio che non aveva.

– Voglio vedere mio figlio. –

Quella voce rude, quasi rauca, la fece sussultare.

Una goccia di sudore freddo serpeggiò sulla schiena, mentre col braccio indicava la strada – È… da quella parte. –

Senza aspettare oltre, il trio si diresse a passo deciso verso la stanza, passandole davanti senza degnarla di uno sguardo, ma quando stava per tirare un sospiro di sollievo, lui le afferrò un braccio trascinandola con sé, costringendola ad accompagnarli.

– Lasciatemi. So camminare anche da sola. –

Quegli occhi terrificanti ruotarono verso di lei, mandando lampi di avvertimento.

– Scherzavo, ovviamente. – le uscì insieme a un risolino isterico.

Quella mano la lasciò solo una volta arrivati davanti al letto.

– Sei tu la guaritrice che lo sta curando? –

Sbatté le palpebre – Guaritrice? Oh no, io sono solo l’infermiera che sta assistendo il suo… guaritore. Medico, cioè. –

L’uomo sembrò riflettere qualche istante, poi disse – Parlami delle sue condizioni. –

No, decisamente non sapeva niente delle buone maniere.

– Quando è arrivato era in serio pericolo di vita, ma è stato operato e l’emorragia è stata fermata. Ora è sotto terapia antibiotica. –

Nel vedere l’espressione confusa e non poco irritata del suo spaventoso interlocutore, si affrettò a spiegare in parole semplici – Perdeva molto sangue, ma è stato ricucito e sistemato. Ora sta prendendo delle medicine, che servono a combattere un’infezione pericolosa. Non è ancora guarito ma si sta riprendendo molto velocemente, grazie al suo fisico resistente. –

La freddezza di quegli occhi non accennò a stemperarsi, neanche nell’udire le buone notizie.

Fece un cenno ai suoi sgherri che lo seguirono fuori dalla stanza e Donna andò loro appresso, sperando che se ne andassero.

Quando raggiunse la porta, l’uomo si voltò per rivolgerle un’ultima occhiata tagliente – Tornerò domani. –

Suonava quasi come una minaccia, ma per il momento le importava solo che se ne andasse.

La creatura si richiuse la porta alle spalle senza attendere risposta e lei restò immobile a respirare l’atmosfera che si alleggeriva, cominciando a rilassarsi. 

Sospirò tutto d’un botto e, dopo aver richiuso il chiavistello, si diresse con passo fin troppo veloce verso la cucina, una tazza di caffè bollente l’avrebbe aiutata a trascorrere le ore che mancavano al suono della sveglia.

                                                

Epilogo

 

Ren cercava di assecondare la lenta camminata del vecchio scienziato aggrappato al suo braccio. Orgoglioso com’era, si era più volte rifiutato di lasciare l’inseparabile bastone che ormai non bastava più a sorreggere il suo corpo indebolito.

La sua gente si era ribellata all’idea di passare l’esistenza nei cunicoli sotterranei di quella città sconosciuta, solo perché non c’erano abitazioni sufficienti ad ospitarli e per quel motivo si erano impegnati tutti quanti nella costruzione di un’ala nuova all’interno della città delle cupole, una

zona interamente loro che contenesse le baite in legno, le loro case.

Ren aveva approvato quella richiesta e se n’era fatto portavoce, presentandola come una condizione “non negoziabile”.

Il sentiero che stavano percorrendo conduceva proprio da quella parte.

– Sai che potremmo dover lasciare Nuova Terra da un momento all’altro. – la nota disperata nella voce del dottore gli ricordò quanto avesse sacrificato quell’uomo per costruire quello che era diventato tutto il suo mondo.

– Ad ogni modo, finché ci sarà possibile restare qui, è bene farlo alla luce del sole, non crede anche lei? –

– Ma certo, chi vorrebbe vivere sepolto sotto terra? –

– Se può farla sentire meglio, tutto è pronto alla partenza, nelle stazioni e all’interno delle grotte. I veicoli sono equipaggiati nel caso fossimo costretti a una fuga improvvisa. –

– È un inizio. –

Il vecchio osservava le baite appena ultimate e sorrise nel vedere i lampioni che illuminavano l’intera zona, sistemati qua e là.

All’inizio nessuno voleva cambiare il proprio modo di vivere, permettendo al nuovo di contaminare le vecchie abitudini e c’era stata un’accesa discussione a riguardo, ma davanti alle argomentazioni con cui Antonio aveva fatto presente che “un’adeguata illuminazione poteva aiutare a prevenire attacchi alla sicurezza interna del perimetro”, l’assemblea aveva cominciato ad avere dei dubbi e dal dubbio all’accettazione il passo era stato breve.

Quando furono quasi arrivati, il vecchio si fermò, sollevando la testa per guardarlo – Non credo che avrò il tempo di vedere i miei nipoti crescere, ma me ne vado sereno, sapendo che saranno amati e protetti. –

Ren sentì una strana emozione stringergli il petto, ma non riuscì a tradurla in una risposta coerente.

Come se avesse intuito i suoi sentimenti, il vecchio gli batté energicamente la mano sul braccio, riprendendo a camminare senza aggiungere altro.

Arrivati davanti alla baita che aveva costruito e iniziato ad abitare insieme ad Anna, il dottore sollevò il bastone e diede qualche colpo alla porta di legno.

Anna aprì, salutando il padre con un bacio, aspettando che Cassandra lo sorreggesse per accompagnarlo dentro casa.

– E a me niente bacio? – protestò scoccandole un’occhiata piena d’ironico disappunto.

Lei si sollevò in punta di piedi e lo baciò, allacciandogli le braccia al collo, lasciandosi sorreggere quando le circondò la vita arrotondata dalla gravidanza avanzata.

Bjork badava al piccolo mentre Cassandra aiutava Anna a sistemare le pietanze in tavola e Antonio cercava d’insegnare un gioco chiamato “scacchi” a Nyad che lo guardava con la fronte corrugata dalla concentrazione. Non aveva dubbi sul fatto che il furbetto avrebbe dato del filo da torcere all’anziano dottore.

La cena fu accompagnata da chiacchiere e risate che resero l’atmosfera ricca di promesse per il futuro. Tutto profumava di famiglia.

“Famiglia”. Mi piace il suono di questa parola.

Osservò Anna che rideva a una battuta, accarezzandole il pancione con lo sguardo, pregustando il momento in cui avrebbe potuto farlo anche con le mani nell’intimità della loro camera da letto, mentre le sussurrava all’orecchio parole che non avrebbe mai pensato di poter dire a qualcuno.

Tutto rincominciava dal principio.

La sua vita era stata scombussolata, stravolta e poi era arrivata lei che aveva ricomposto pezzo su pezzo.

Non poteva conoscere il loro futuro.

Era una sfida, la più grande e loro due l’avrebbero affrontata insieme.

 

Fine