Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 21 e 22 –

7

 

Capitolo 21

 

Lo sgocciolio proveniva da qualche parte lì vicino. Cercai di aprire gli occhi, ma le palpebre erano pesanti, incollate. Con la mente confusa tentai di emergere da quello stato d’intorpidimento, arrivando alla conclusione che qualcuno mi aveva drogata.

Mi facevano male le mani e quando le mossi mi accorsi che avevo i polsi bloccati da qualcosa di metallo. Ero seduta su un pavimento freddo e avevo i brividi. Strizzai gli occhi e quella volta riuscii a socchiuderli.

Spesse sbarre di metallo chiudevano quella che sembrava una cella a tutti gli effetti.

Non c’era molta luce, ma individuai nell’ambiente un materasso poggiato a terra, un lavandino, un gabinetto e una sagoma enorme addossata alla parete poco distante da me.

Mi morsi il labbro per non emettere alcun suono e non attirare l’attenzione di chiunque o qualunque cosa fosse. C’era troppo buio per poter distinguere bene i particolari, ma scrutai nell’oscurità con l’ansia che mi attanagliava lo stomaco già scombussolato per via del farmaco.

Lo stillicidio rimbombava tra le pareti di roccia, alternandosi ai miei respiri veloci.

La sagoma si mosse, facendo sferragliare le catene nel tentativo di liberarsi, prima di immobilizzarsi del tutto.

Mi aveva visto. 

Mi appiattii al muro, nonostante sapessi che non poteva raggiungermi.

– Ragazza, sei tu? –

Mi voltai di scatto, riconoscendo la voce di Ren impastata dalle droghe che dovevano avergli somministrato per catturarlo e fui travolta da un sollievo così grande da farmi accasciare su me stessa.

– Ren, stai bene? –

– Sì. Ti hanno fatto del male? –

– No, ma tu sai cos’è successo? –

Si prese del tempo per rispondere, facendomi presagire che non mi sarebbe piaciuto quello che avrebbe detto.

In realtà fu molto peggio.

– Non ho avuto il tempo di vedere le loro facce, ma penso di sapere dove ci troviamo. Questo odore è impossibile da dimenticare. –

Avevo intuito ma mi rifiutavo di crederci, era troppo spaventoso per essere vero.

– Siamo dentro il laboratorio di ricerche, non è vero? –

Il sospiro che emise nel silenzio confermò che l’incubo era appena divenuto reale.

– Perché ci hanno portati qui? Che cosa vogliono? –

– Hai letto i diari di tuo padre, no? Siamo cavie. –

Cavie.

Mai quella parola era stata capace di atterrirmi così tanto.

– Respira, ragazza, e non farti prendere dal panico. Sento l’odore della tua paura. –

Cercai di rallentare il respiro e calmare i battiti del cuore, ma come diamine potevo fare a calmarmi in una situazione simile?

– Mi sembra normale avere paura, non credi? –

Il silenzio si protrasse, colmando l’aria di pensieri terrificanti.

– Ci uccideranno, dopo, vero? –

– Sì. –

Avevo sempre pensato che sarei morta da vecchia, nella mia casa, circondata dai miei affetti o in ospedale mentre svolgevo il mio lavoro. Non avevo paura perché gli studi scientifici mi portavano a vedere la morte come un processo biologico inevitabile, senza giudizi, senza remore.

Ma ora era diverso! Dopo aver conosciuto il mondo che si estendeva oltre le mura di Nuova Terra, dopo aver conosciuto lui, ero cambiata e non volevo morire, volevo vivere appieno tutto ciò che avevo appena scoperto.

– Qualsiasi cosa accada, devono credere che io e te ci disprezziamo, mi hai capito bene? –

– Ma perché? – chiesi stupita.

– Fai come ti dico senza discutere. –

La sua voce inflessibile lasciava trasparire tutta la preoccupazione e la tensione che stava provando.

Non era certo che sarebbe successo quello a cui stava pensando, ma se fosse accaduto, lei non sarebbe sopravvissuta all’atrocità che si sarebbe materializzata in tutta la sua spietata crudezza.

Come avevano fatto a eludere la sorveglianza delle sentinelle? Le avevano uccise?

Non voleva neanche pensarci, quella notte il turno di guardia toccava a due giovani freschi d’addestramento.

O qualcuno li aveva fatti entrare al villaggio. Possibile che tra di loro ci fosse una spia?

Avevano preso anche lei, forse non sapendo chi era, o forse proprio per quello.

Solo l’idea che le facessero del male lo mandava fuori di testa. Avrebbe voluto lanciarsi contro quelle maledette sbarre per abbatterle e portarla in salvo.

Ma sapeva che sarebbe stato tutto inutile.

– Va bene, Ren. –

La dolcezza nella sua voce copriva a malapena il tremore che la scuoteva, facendolo sentire ancora più impotente.

Avvertì la presenza degli umani ancor prima che i loro stivali calpestassero rumorosamente il pavimento del corridoio. Erano quattro bastardi vestiti di nero e ciascuno di loro imbracciava un’arma sputa fuoco. Fosse stato da solo, avrebbe tentato di farli fuori a costo di morire, ma c’era lei e se avesse fatto delle mosse azzardate avrebbe rischiato la sua vita o peggio, l’avrebbe lasciata da sola in quell’inferno.

Aprirono la cella e mentre due di loro ci puntavano il lanciafiamme contro, gli altri due ci liberarono i polsi, ammanettandoli dietro la schiena. Ci spinsero fuori senza il minimo riguardo, colpendo Ren con il manico dell’arma solo per cattiveria, facendomi sobbalzare a ogni orribile tonfo che produceva il metallo a contatto col suo corpo.

Avrei voluto gridare, ma mi limitai a camminare mentre mi spintonavano, sopportando le loro risate di scherno e meravigliandomi di essere in grado di muovere le gambe, tanto erano intorpidite.

Non avevo idea di quanto dolore fisico potessi reggere, perché era chiaro che mi avrebbero seviziata. Quello che ero certa di non poter sopportare era la sofferenza di Ren.

Dio, no! Quella mi avrebbe uccisa.

Fummo condotti al di là di una porta e il terrore prese il sopravvento ghiacciandomi il sangue nelle vene quando vidi che ci trovavamo in un laboratorio con tutte le sue raccapriccianti attrezzature mediche. 

Una parete in vetro ci separava da un’altra stanza da cui un gruppo di persone in camice bianco ci osservava, dietro una postazione di computer e apparecchiature scientifiche di vario genere.

Da quel momento iniziò l’incubo.

Fui afferrata da mani rudi e violente che mi strattonarono per togliermi i vestiti. Gridai e mi contorsi in un assurdo quanto inutile tentativo di sfuggirgli, mentre indumento dopo indumento riusciva a denudarmi, esponendomi allo sguardo curioso dei mostri dietro la vetrata che non avevano il diritto di chiamarsi medici.

A Ren venne riservato lo stesso trattamento, ma lui non oppose resistenza, conscio che sarebbe stato solo uno spreco di energie. Anch’io ne ero consapevole, ma non ero riuscita a vincere l’istinto di proteggermi in qualche modo. Lui venne incatenato a un lettino, vicino a un tavolo su cui erano sistemati attrezzi chirurgici di cui purtroppo conoscevo bene la funzione.

Il cuore si riempì di angoscia nel comprendere cosa stesse per capitarci e il panico mi

sommerse, facendomi mancare il respiro e annebbiare la vista.

Fui spinta su un altro lettino provvisto di supporti laterali per le gambe, come quelli usati in sala parto e in due mi sistemarono sopra. Serrai le ginocchia con tutte le forze, strillando, respirando freneticamente per cercare di compensare la tachicardia.

Persi la mia battaglia, ritrovandomi come carne da macello in quella posizione oscena, spalancata davanti al pubblico di occhi freddi e calcolatori che si godevano lo spettacolo.

Avevo i polsi incatenati, ma tirai come impazzita, nonostante il metallo iniziasse a mordere la carne. I militari lasciarono la stanza, sostituiti da altri due che trasportavano una gabbia dentro cui si dibatteva un gorilla infuriato.

Restai paralizzata dallo shock nell’intuire la mia funzione in quel perverso esperimento, avendo letto gli appunti di mio padre che descrivevano le nefandezze di quel tipo di ricerca.

L’orrore di ciò che stava per capitarmi colpì in tutta la devastante ineluttabilità, portando il panico a livelli di guardia.

Quella era la fine. 

Solo un miracolo avrebbe potuto salvarmi e sapevo che non sarebbe arrivato.

Una voce parlò nelle casse collegate al laboratorio protetto dal vetro.

“Esperimento GU 117”.

Il militare mi strizzò l’occhio – Non preoccuparti, dolcezza, questo ragazzone si è già accoppiato con diverse donne e sa esattamente cosa fare. –

Pregai Dio di portarmi via nell’istante in cui lo vidi cominciare ad aprire la gabbia, mentre il gorilla gridava impaziente, reso aggressivo dalla droga.

Piansi disperata, scossa da tremori e singhiozzi, il corpo contratto che reagiva all’imminente abominio che stava per subire, quando la forte risata di Ren squarciò i brevi attimi di silenzio come una schioppettata.

Guardava la gente al di là del vetro con aria di divertito distacco – Ma fate sul serio? Un altro gorilla? Se proprio volete farla accoppiare con un animale, fattela montare a me. – lo stavano ascoltando con interesse e lui continuò, fissandoli dritti negli occhi – Sono unico nella mia specie, possiedo un corpo umano potenziato e sono per metà animale. Le vostre malattie non intaccano il mio sangue e se volete godervi lo spettacolo sanguinoso, perché siete dei degenerati, io sono molto meglio del gorilla drogato. Ho zanne e artigli. – aggiunse con un sorriso malvagio, perverso, mostrando loro i canini sviluppati che si allungavano e fece scattare gli artigli letali dalle dita.

– E poi non vedo l’ora di farla sanguinare. Io e lei abbiamo un debito di vecchia data da saldare. Vero, cagna? – mi abbaiò contro.

Strizzai gli occhi continuando a piangere. Sapevo cosa stava facendo, mi stava salvando la vita ancora una volta, ma questo non bastò a tranquillizzarmi, a renderlo accettabile.

La voce parlò ancora: “Tenente, liberi l’ibrido e anche la donna, vogliamo vedere le dinamiche dell’accoppiamento. E porti via la gabbia.”

Assurdo e paradossale che in un momento di irreale lucidità, l’unico pensiero che mi venisse in mente fosse che mio padre aveva davvero partecipato a quell’infamia per tanti anni.

Anni di torture inimmaginabili di cui presto o tardi tutti loro avrebbero pagato lo scotto.

Appena venni slegata, rotolai giù dal lettino, rovinando sul duro pavimento. L’urto mi fece sbattere la mascella e forse uno o due denti mi si scheggiarono, ma non importò perché in quel momento l’unica cosa che sentivo era l’incredulità. Ero come instupidita, restia a credere che tutto ciò stesse accadendo davvero.

Mi rialzai barcollando con le braccia avvolte attorno al busto e sollevai gli occhi, trovandomi faccia a faccia con Ren, che torreggiava su di me con uno sguardo spietato.

Entrambi sapevamo che doveva farlo e niente l’avrebbe fermato.

Ero in trappola e cominciai a indietreggiare, lanciandogli una supplica a fior di labbra. Lui sollevò le braccia in modo da mostrare le mani ai turpi spettatori, facendo scattare gli artigli fuori. Il ruggito  potente che esplose dalla sua gola mi fece vibrare lo stomaco, mentre rimbombava nella stanza.

Il battito schizzò alle stelle. Non potevo starmene lì impalata, così iniziai a camminare, assicurandomi che ci fosse sempre qualcosa tra di noi, come un tavolo o un lettino, ad ostacolarne l’approccio. 

La sua risata gutturale schernì la sciocca illusione di poterlo tenere a distanza con quei futili espedienti.

Stava recitando, vero? Per un secondo mi venne il dubbio.

Non potevo pensare che non mi avrebbe ferita con quel suo membro enorme, ma la sua ferocia sarebbe stata forse peggiore.

Quella gente senza scrupoli mi stava portando via tutto, rendendo l’uomo che amavo il nemico numero uno.

Nessuno dei due aveva scelta.

Io preda, lui predatore.

Lo guardai attraverso le lacrime, i denti che battevano nel tremito che la paura e lo shock rendevano incontrollabile.

Dopo, niente sarebbe più stato come prima, ma non aveva importanza, perché dopo sarei morta.

Col cuore gonfio di dolore, ripresi a camminare per distanziarlo e rimandare l’inevitabile, ma lui si era stancato di giocare. 

Con un balzo scavalcò il lettino, serrandomi il polso in una morsa crudele.

Gridai, dibattendomi come impazzita quando mi cinse la vita sollevandomi da terra.

Lo colpii con calci e pugni ma mi sembrò di sbattere contro una roccia.

Conoscevo bene la durezza dei suoi muscoli e la sua forza, la stessa con cui mi aveva tratta in salvo e con cui mi aveva trasportato per chilometri in mezzo al nulla.

Le sue dita mi afferrarono i capelli, tirandomi la testa indietro, facendomi lacrimare per il dolore, prima di scaraventarmi contro il lettino e costringermi a piegarmi in avanti, la faccia contro il telo ruvido.

Lui aveva fatto in modo di avere la vetrata alle spalle e quando si chinò mi avvicinò le labbra all’orecchio – Perdonami, Anna. Meglio il tuo disprezzo che la tua morte. –

Quel sussurro spento dal tormento fu come una scudisciata che mi riscosse dal mio inferno personale. Non avevo pensato a come potesse sentirsi lui.

Esibito come un esemplare da circo, costretto a stuprare contro la sua natura.

Per la prima volta in vita mia io odiai. Odiai la mia stessa razza con tutta l’anima.

Si avvicinò ancora – Ti farà male, ma ti prometto che prima di morire ne spedirò qualcuno all’inferno. –

Essendo di spalle al vetro, poteva nascondere i dettagli agli occhi attenti degli spettatori e pensai che fosse stato proprio quello il suo intento, quando cercò di prepararmi quanto più poteva. Voleva essere delicato, ma il tocco rude e nervoso delle sue dita ebbe l’effetto opposto: mi fece chiudere ancora di più. La cosa peggiore era quella sua gamba che bloccava le mie, impedendomi di chiuderle. Mi sembrò di impazzire.

Singhiozzai, restando immobile, rassegnata, distrutta.

Se avesse continuato a toccarmi in quel modo, si sarebbero accorti dei riguardi nei miei confronti, doveva saperlo anche lui perché presto si arrese a ciò che non poteva più essere rimandato.

Mi afferrò di nuovo i capelli, facendomi inarcare il collo al massimo e con una lunga e poderosa spinta forzò se stesso dentro di me.

Un grido sovrumano sovrastò per un tempo indefinito il battito cardiaco convulso che mi riempiva la mente, insieme al dolore straziante di quella durezza rovente che mi lacerava come un coltello affilato conficcato nelle carni. 

Ma quel grido restò bloccato da qualche parte tra la gola e il cuore o forse nella tristezza di una lacrima solitaria impigliata tra le ciglia.

Ren, un solitario dal cuore grande, aveva detto Cassandra.

Con un’altra spinta si portò più a fondo, facendomi galleggiare nel silenzio ovattato della rassegnazione.

Ren e la scelta impossibile a cui l’avevano costretto.

Mi trascinò sul pavimento dove il ritmo e la forza delle sue spinte iniziò ad aumentare, permettendogli di violare un luogo che credevo inaccessibile. 

Avevo desiderato la brutalità? Eccomi servita.

Mi stava stritolando, con la forza poderosa delle braccia e schiacciando col suo peso, mentre colpiva senza pietà il mio corpo martoriato. 

L’ultima cosa che mi aspettavo in quel momento era di sentire le sue mani afferrare le mie. Le portò sotto il mio petto, per nasconderle, e le strinse nelle sue.

Quella fu la terza volta che mi salvò la vita. 

Mi scagliò contro un ruggito che sapeva di angoscia e rimorso, poi le sue zanne si conficcarono nella mia spalla per tenermi ferma, mentre si abbandonava alla sua natura selvaggia.

Faceva un male accecante, ma continuai a cullarmi nell’assenza, in quello spazio vuoto che mi consentiva di respirare ancora.

Poi qualcosa cambiò. Fu questione di un attimo, così veloce, così squisitamente genuino che non potevo essermi sbagliata.

Non mi accorsi subito che era fatto di proposito ma accarezzò, in profondità, un fulcro delicato, indugiandovi apposta per darmi quel piacere che era stato costretto a negarmi fin dall’inizio.

La sua voce roca mi raggiunse come un’eco lontana – Godi per me, Anna. –

Il cuore smise di palpitare per angoscia e lento ma inesorabile il grembo mi si riempì di calore. Faceva ancora male ma tra me e lui si era formato un legame.

Mi sfuggì un gemito e strinsi le sue mani al petto.

– Brava ragazza – sussurrò ancora – siamo io e te da soli. Stai con me. Ma fai finta di soffrire ancora. – aggiunse con una bassa risata che soffocò immediatamente con un altro ruggito a beneficio della disgustosa farsa che stavamo recitando, facendo impennare i battiti del mio cuore che ora palpitava per lui.

Mi rilassai, cercando di non opporre resistenza ai suoi assalti, concentrandomi solo su quella complicità nata nell’orrore, senza pensare a nient’altro, mentre le nostre dita s’intrecciavano le une alle altre. 

Cominciai a tremare, incapace di controllarmi, con l’istinto di gridare quando venni travolta dall’onda devastante del piacere. 

E allora mi disintegrai in mille pezzi, in uno spazio infinito senza suono, senza tempo, solo puro, estatico godimento. 

Nessuno avrebbe capito che i nostri corpi si stavano amando, nonostante tutti gli sforzi fatti per distruggerci e annientarci, costringendoci alla violenza.

Poi però i suoi affondi ripresero a farsi dolorosi, ma non dovetti aspettare a lungo perché quando pensavo di essere arrivata al limite di sopportazione, lui si fermò, i denti ancora conficcati nella mia spalla, ruggendo piano il suo piacere.

Mi strinse le dita ancora una volta prima di scivolare via e senza il sostegno delle sue mani caddi su un fianco, esausta e tremante.

La voce parlò: “Tenente, porti la donna in cella e leghi quella bestia al tavolo.”

Gli stessi due militari di prima rientrarono con i lanciafiamme per assicurarsi la sua obbedienza e uno mi passò una veste da ospedale che indossai velocemente, prima di essere trascinata fuori per un braccio. 

Guardai Ren un’ultima volta, angosciata al pensiero di quello che gli avrebbero fatto.

Scendemmo al piano di sotto, nell’area delle prigioni e camminare mi faceva male. Il soldato mi spinse in avanti, ridacchiando, lanciandomi delle occhiate laide che mi fecero desiderare di impossessarmi della sua arma e incenerirlo con una fiammata senza pensarci due volte.

Mi chiuse dentro la cella e quando se ne andò mi sdraiai sul materasso, rannicchiandomi su me stessa, sentendo dolore dappertutto.

E se l’avessero ucciso e quella fosse stata l’ultima volta che l’avevo visto? 

La paura mi attanagliava le viscere, facendomi pensare alle cose terribili che gli stavano facendo proprio in quel momento.

Ripresi a piangere, levando al cielo una preghiera con tutta la forza che mi era rimasta.

Non morire, Ren! 

                                   

Capitolo 22

 

Passò un’eternità nel silenzio intervallato dall’odioso sgocciolio, fino al momento in cui il rumore dei passi echeggiò tra le mura come una condanna.

Mi alzai dal letto, andando a nascondermi nell’angolo più buio, raccogliendo le ginocchia al petto, il terrore che faceva di nuovo da padrone.

In tre sorreggevano Ren che avanzava trascinando i piedi. Era buio ma potei vedere ugualmente che era coperto di sangue. I militari lo spinsero senza alcuna delicatezza e uno di loro gli sputò addosso, quando si accasciò privo di sensi sul materasso.

Aspettai che quei maledetti se ne andassero e mi precipitai da lui. Cosa gli avevano fatto?

Dovevo stare calma, ripulirgli il corpo e capire se avesse delle ferite gravi.

– Ren! – lo chiamai a bassa voce per non farmi sentire, ma lui non rispose e non si mosse.

Presi un telo sistemato sul lavandino e lo bagnai. M’inginocchiai accanto al materasso e cominciai a tamponargli delicatamente il viso per lavare via il sangue.

La ferita era sulla fronte, all’attaccatura dei capelli, dove l’avevano colpito con qualcosa di affilato. La rabbia mi fece salire la bile in gola, facendomi desiderare di poterli massacrare tutti, dal primo all’ultimo, senza pietà. Gli accarezzai i capelli argentati, scostandoglieli dalla fronte, ripulendoli e

spostando il telo bagnato sulla tempia, sotto il sopracciglio dove aveva un altro brutto taglio.

Gli sollevai la camicia d’ospedale osservando il suo corpo nudo martoriato, lavando e ripulendo ogni centimetro di pelle. 

Quando mi fui fatta un’idea dei danni, lo ricoprii e restai seduta, aspettando che si svegliasse.

Gli faceva male tutto, come se fosse finito sotto gli zoccoli di una mandria di buffali impazziti.

La pelle bruciava, i muscoli dolevano e le ossa seguivano per solidarietà. No, forse una costola o due erano state fracassate.

Aveva ripreso i sensi già da un po’, ma le carezze di quelle piccole mani che lo lavavano, tastando e massaggiando delicatamente il suo corpo, erano un piacere di cui non voleva privarsi. 

Dopo quello che le aveva fatto era meschino anche solo pensarlo, ma non sapeva come lei avrebbe reagito una volta che avesse aperto gli occhi.

Lo stava toccando con molta cura, da brava guaritrice e questo gli dava l’impressione che non lo odiasse quanto si era aspettato, ma lei credeva che fosse ancora incosciente e per quanto lo riguardava quello faceva un’enorme differenza.

Si prese il tempo necessario per prepararsi al suo biasimo, pur sapendo che avrebbe fatto più male delle torture che gli avevano inflitto. Socchiuse gli occhi, osservandola fissare il vuoto con gli occhi tristi, seduta in terra accanto a lui.

Si sentì un mostro vedendo i lividi sulle braccia e l’orribile ferita alla spalla, dove i suoi denti l’avevano marchiata.

Poi le vide le gambe. Le sue cosce bianche ricoperte di sangue e seme.

Non si era neanche ripulita, aveva pensato solo a lui.

Non voleva concedersi il lusso di permettere a quella calda speranza di fare breccia nel suo cuore indurito. In ogni caso sarebbero morti in quel posto e illudersi che lei provasse per lui un sentimento vero, rendeva più difficile rassegnarsi.

La vide spostare lo sguardo e ne incrociò gli occhi sperduti.

Gli sorrise, facendosi più vicina, accarezzandogli i capelli – Come ti senti? – la voce le tremò di preoccupazione.

Avrebbe dovuto provare disgusto, invece lo guardava con apprensione.

Si meravigliò di quanto fosse stato cieco. Non aveva capito nulla di quella femmina, nel poco tempo in cui l’aveva conosciuta, pur avendola avuta sempre davanti.

Deglutì sentendo raschiare la gola – Ammaccato, ma mi riprenderò. –

– Credo che ti abbiano rotto una costola. –

– E tu… come ti senti? –

Dal cambiamento della sua espressione seppe che lei aveva capito cosa intendeva.

Chiuse gli occhi per un attimo prima di riaprirli – Ammaccata, ma mi riprenderò. – .

Allungò il braccio e le sfiorò il viso con un dito, tracciandone il profilo fino al mento – Non potrò mai trovare pace per quello che ti ho fatto. –

Anna sollevò le mani per interromperlo, ma lui gliele trattenne con una stretta gentile – Lasciami parlare. –

A quel punto si rilassò, facendogli un cenno per invitarlo a proseguire.

– Ho commesso nei tuoi confronti un crimine schifoso. Ti ho ferita, graffiata, morsa e stuprata. Non mi merito le tue cure o la tua gentilezza. –

– È stato un crimine orrendo che non hai commesso tu! – disse spalancando gli occhi, agitandosi – Ti hanno costretto a scegliere tra due alternative impossibili! Credi che non lo sappia? Smettila di dire stupidaggini e risparmia le forze. Ora che ti sei svegliato posso andare a lavarmi. –

Andò a risciacquare il telo poi la vide sollevarsi la veste per accedere meglio alla parte offesa.

Dannazione, si sentiva un lurido verme.

Si alzò a fatica e zoppicò fino a lei, fermandosi alle sue spalle. La circondò con le braccia, poggiando il mento sul suo capo, sentendola tremare. Provò l’istinto di ritrarsi ma non poteva lasciarla andare.

– Ti prego, permettimi di farlo al posto tuo. –

– Cosa? Non se ne parla neanche! –

– Lasciami fare almeno questo per te. –

Lei esitò, ma rifletté su quella richiesta, passandogli il telo bagnato con un sospiro pesante. Era restia a concederglielo ma capiva quanto fosse importante per lui e ne apprezzò lo sforzo.

La condusse sul materasso – Sdraiati, così starai più comoda. –

La ragazza era arrossita. Non poteva crederci. Ringraziò il cielo che avesse conservato la sua spontanea capacità di imbarazzarsi per ogni cosa.

– Dai, Ren, non è il caso. –

– Lo è, invece. –

Si sdraiò imbronciata, ma docile allargò le gambe, girando la faccia per non guardarlo. Si fidava ancora di lui e ciò gli fece provare un tuffo al cuore.

La toccò con la stessa delicatezza che lei aveva usato su di lui, desiderando di poter lavare via anche il ricordo di ciò che era stato. Quando ebbe finito, si chinò riverente, deponendole un bacio sulla sommità del sesso arrossato, facendola girare di scatto, scioccata. 

Chiuse le gambe, imprigionandolo in mezzo – No. –

Lui gliele riaprì il tanto sufficiente a liberarsi e la ricoprì bene – Stai tranquilla. –

Lo fissò con le lacrime agli occhi e si girò su un fianco, tendendogli la mano – Stai un po’ vicino a me? –

Il destino aveva davvero un perverso senso dell’umorismo. Dovevano morire proprio adesso che si era reso conto di quanto tenesse a lei. Non era successo all’improvviso, ma nel poco tempo che si erano conosciuti, gli eventi avevano giocato a favore di un sentimento totalmente inaspettato e nuovo per lui.

Le si sdraiò accanto, grugnendo per la fitta che il movimento gli causava e si distese sulla schiena, accogliendola quando gli si strinse addosso, poggiando la guancia sulla sua spalla.

– Perché sei venuta a casa mia? Mi avevi detto che non dovevamo per forza essere amici. –

Lei sbuffò ironica, tirando su col naso – Ho detto un sacco di stupidaggini per tenerti a distanza. Ero venuta a chiederti scusa per essere stata maleducata. –

Scoppiò a ridere – Maleducata? Io direi “stronza”, per usare il

tuo gergo preferito. –

Rise anche lei – Sì, me lo merito. –

– Perché volevi tenermi a distanza? –

Abbassò gli occhi su di lei che si coprì il viso con la mano – Perché tu mi respingevi e restarti vicino era… difficile. – disse con candore.

Colpito, sbuffò senza sapere bene come quella rivelazione lo facesse sentire. Si chiese se in fondo non avesse fatto finta di non capirlo da solo.

– Ti respingevo per dei validi motivi che adesso dopo quello che… ti dovrebbero essere chiari. –

Lei si mosse a disagio – Non mi sono affatto chiari, invece! Non dico che la tua brutalità sia stata facile da subire, ma solo per via della situazione terribile in cui eravamo. Non sono certa che mi sarebbe dispiaciuta in un altro contesto. Se avessi avuto il tempo di prepararmi o

 di giocare con te… sarebbe stata perfino intrigante. Ora che te l’ho detto cosa penserai di me? –

Ah, quelle sì, che erano le parole giuste. Avrebbero potuto persino lenire l’odio che provava contro se stesso al ricordo del suo pianto silenzioso mentre veniva violata.

Peccato solo che giungessero quando ormai era troppo tardi. 

– Penso che se l’avessi immaginato ti avrei fatta mia giorni fa, in quel capanno in mezzo al bosco. – tanto valeva essere sinceri fino in fondo, almeno quello se lo potevano concedere dato che avevano ancora poco da vivere.

Come se lei avesse intuito la direzione presa dai suoi pensieri, scoppiò in lacrime.

– Ho paura, Ren. Non voglio soffrire e non voglio che tu soffra. –

Si girò sul fianco, stringendo i denti, raccogliendola tra le braccia – Lo so, piccola, lo so. –

La cullò nel tentativo di tranquillizzarla, baciandole la fronte, scendendo a catturare le sue lacrime salate tra le labbra, sollevandole il mento per poterle baciare le guance bagnate. Non poteva infonderle il coraggio necessario a sopportare ciò che sarebbe arrivato per lei, ma sperava di darle almeno un po’ di calore.

Scese ancora, accarezzandole le labbra morbide con le sue, lentamente, lambendole con la lingua per invitarla a schiuderle. Lei lo assecondò lasciandolo entrare e fu sorpreso dalla semplicità, dalla naturalezza con cui le loro bocche si trovarono.

Non gli era mai interessato baciare le femmine, non ne sentiva il bisogno. Quando si accoppiava c’era sempre e solo il sesso, ma il bacio era una forma d’intimità più profonda e lui non si era mai sentito vicino a qualcuno come in quel momento.

Con lei era tutto diverso. Assaporare la sua bocca era la sensazione più bella che avesse mai provato, erotica, sublime e gli attraversava la spina dorsale in un lungo brivido facendolo fremere.

– Ci sono delle cose che non sai di me. –

– Cassandra mi ha raccontato quello che c’è da sapere. –

Aspettò qualche istante prima di chiedere – Non ti disgusta quello che sono e quello che faccio? –

Si riferiva al suo ruolo nella procreazione e lei lo aveva capito benissimo.

– Disgustarmi? No. Solo che non mi fa piacere, mi sembra ovvio, non credi? Però ne capisco il motivo. –

Era la femmina che non avrebbe mai sperato di incontrare. Più la conosceva, più se ne rendeva conto. 

E non sarebbe mai stata sua.

Le sollevò il viso per guardarla negli occhi, senza frenare le parole che stavano per uscirgli di bocca – Se non fossimo stati catturati e non dovessimo morire, avresti mai preso in considerazione l’idea di essere mia? Intendo solo mia, al di là dell’attrazione fisica. Avresti voluto starmi accanto ogni giorno? –

Lei gli diede un bacio veloce – Sì, e a questo punto non pensavo che fosse necessario chiarirtelo. –

– Non mi conosci nemmeno. –

– So abbastanza da accettare il rischio. E… tu, Ren? –

– Ci avrei provato. – disse emettendo un lungo sospiro.

– Però condividerti con tutte quelle donne… forse non ne sarei stata capace. – aggiunse lei con voce incerta.

Lui si staccò per guardarla – Ormai il mio compito è finito. Ho dato alla specie tante di quelle generazioni da aver perso il conto e cominciavo ad averne piene le tasche di dover ingravidare tutte quelle femmine. –

Lei arricciò la bocca in una sarcastica “o” – Che sacrificio deve essere stato per te. –

Aggrottò le sopracciglia – Ne ho goduto, è naturale, ma oltre a quello non c’è mai stato nient’altro. –

Fin quando non sei arrivata tu.

– Quindi c’era la possibilità che accettassi di legarti a una donna umana? –

– Tu non sei una “donna umana” qualsiasi. – disse per strapparle un sorriso, baciandole la bocca ancora una volta, ma non indugiò troppo a lungo, era stanco e anche lei, sopratutto lei, aveva bisogno di riposare.