Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 18,19,20 –

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Capitolo 18

 

La mattina del nuovo giorno cominciò all’insegna del lavoro e ciò mi rese possibile il distacco dai pensieri che mi avevano tormentato senza sosta da quando eravamo entrati al villaggio.

Prima di cominciare il giro di visite, fummo condotti nella grande baita, dove la maggior parte degli abitanti era già radunata, in attesa che Ren spiegasse il motivo della nostra presenza presso di loro.

L’ambiente era spazioso, occupato in parte da tavoli su cui erano disposti cesti di frutta e caraffe di infuso alle erbe. Il crepitio della fiamma che ardeva nel camino riempiva il silenzio insieme al brusio di voci.

Noi, i diversi, quelli che facevano esperimenti sulla loro razza, fummo tenuti a distanza e guardati con sospetto per tutto il tempo. 

Capivamo che per loro fosse difficile e accettavamo la loro ostilità come parte di un processo inevitabile, che speravamo potesse portare a una felice risoluzione.

Nonostante la diffidenza, le loro convinzioni poco amichevoli cominciarono a sgretolarsi quel mattino stesso, quando la voce dei “miracoli” che avevamo fatto con le nostre medicine nel curare i primi feriti in lista, si sparse per tutto il villaggio, generando uno stupore senza precedenti.

I feriti con fratture gravi, che avevano ricevuto i ricostruttori cellulari, se ne andavano a spasso sulle loro gambe, raccontando quale magia si fosse compiuta sotto i loro occhi e felici ci ringraziavano, pieni di stupore.

I miei colleghi, imbarazzati, spiegavano loro il funzionamento di quelle medicine intelligenti, smettendo di stare sulla difensiva, come avevano fatto sin dal nostro arrivo, aprendosi al dialogo per primi e l’atmosfera cominciò ad alleggerirsi, facendomi sperare che il sogno di papà potesse finalmente realizzarsi.

Mi girai nel letto verso la finestra da cui potevo vedere il cielo pulito punteggiato di stelle e a quel punto, senza più distrazioni, la mente tornò ai pensieri che avevo represso con tanto impegno.

Il tempo che avevo passato insieme a lui mi aveva regalato l’illusione che tutto fosse possibile, malgrado le nostre diversità. Stargli vicino era stato naturale come respirare, perché quando eravamo da soli non importava che appartenessimo a due specie diverse, eravamo semplicemente noi stessi.

Ma da quando eravamo entrati al villaggio e avevo visto quanto fosse diverso il suo mondo, i dubbi, o forse il buon senso, erano tornati, cacciando via le futili speranze.

La cosa peggiore era che queste considerazioni non mi aiutavano a cambiare o distruggere quel sentimento, sbocciato come un fiore raro, delicato e fragile. Aveva aperto i petali sotto il sole e quando me n’ero accorta era già troppo tardi.

Avevo voglia di sentire di nuovo le sue braccia intorno a me.

Volevo sapere cosa avrei provato con la sua bocca sulla mia e ad assaporarne tutta la passione. L’unica consolazione era il pensiero che il tempo avrebbe fatto sparire quel bisogno struggente, liberandomene.

Purtroppo i miei piani di allontanamento strategico fallirono miseramente ancora prima di iniziare.

La mattina passò veloce con le visite ai feriti rimasti e nella pausa accompagnai nella piazza del villaggio un gruppo di miei colleghi, incuriositi dal modo di vivere di questa specie che aveva rifiutato il progresso, in favore di un’esistenza in armonia con la natura. 

Lì da loro, era come se secoli di scoperte scientifiche non fossero mai esistiti. Poteva sembrare terribile ma ciò che vedevo erano solo persone felici in una comunità unita nel bisogno e nell’amicizia.

Chi aveva il diritto di dire che fosse sbagliato?

Nella parte centrale della piazza c’erano la capanna del fabbro, del falegname e della tessitura . Osservavo tutto con sbigottimento, avendo l’impressione di trovarmi dentro un libro antico.

Poi lo vidi.

La morsa allo stomaco mi ricordò che non sarebbe bastato tutto l’impegno del mondo a sradicare quello che provavo e ciò fu ancora più chiaro quando mi sentii quasi mancare, vedendolo sulla soglia di una baita con una donna.

Bionda e altissima gli sorrideva maliziosa, accarezzandogli il braccio col tocco possessivo di chi condivide il letto.

Aveva passato la notte con lei? Il solo pensiero fu sufficiente a farmi andare il sangue alla testa.

Ero già a quel punto? Non poteva essere vero.

Mi fermai voltandomi di spalle – Torno al lavoro. – comunicai ai miei colleghi prima di ripercorrere la strada lastricata con passo deciso, determinata ad ammazzarmi di lavoro pur di non pensare, per dimenticare.

Ero furiosa con lui, con me stessa, con le circostanze e percorsi l’intero tragitto marciando come un’ossessa sulla ghiaia del selciato.

La giornata orribile trascorse nella fatica che accolsi con gratitudine, anche se non era servita a cancellare quella scena che avevo davanti agli occhi ad ogni istante. Dovevo dimenticarmi le mie sciocche illusioni e tenere bene a mente ciò che lui stesso mi aveva detto a proposito delle “femmine” con cui se la spassava.

Era libero, lo sarebbe sempre stato e io non avrei mai accettato di condividerlo con altre donne. Mai!

Ma lui non era mio e se anche ci fosse stato il modo di trovare un compromesso, ero certa che lui non avrebbe mai voluto stare con me, perché non provava alcun sentimento, se non forse diffidenza al di là di una leggera attrazione fisica.

Argomento chiuso, archiviato.

Cassandra era impegnata nella preparazione della cena, mentre io, seduta davanti al camino acceso, intrattenevo Nyad col piccolo in braccio.

Il bambino era biondo come il papà e i suoi capelli somigliavano a sottili fili dorati. Gli accarezzai la guancia paffuta, facendolo sorridere, ammirando i suoi occhi azzurri pieni di curiosità.

Nyad giocava sul pavimento con alcune statuine in legno, quando Bjork entrò in casa, seguito da Ren. Mi sistemai meglio sulla sedia e distolsi subito lo sguardo.

Nyad si alzò e corse incontro ai suoi due papà. Bjork gli spettinò la testa, andando a salutare Cassandra e Ren si accovacciò alla stessa altezza del bambino per dargli qualcosa: un cavallo intagliato nel legno.

– Me l’ha dato il falegname per te. –

– Bello! Grazie! – lo studiò tutto contento prima di tornare ai suoi giochi.

Sentivo quegli occhi fissarmi, facendomi sentire accaldata e per fortuna arrivò Cassandra con un telo da cucina ancora sulla spalla a spezzare l’imbarazzo – Rimani a cena? Ho fatto lo stufato di maiale. – lo fissò sollevando le sopracciglia per sfidarlo a rifiutare.

Lui allargò le narici – Se proprio insisti. –

Erano una famiglia nel vero senso della parola. Cassandra aveva un compagno e un figlio da entrambi gli uomini, eppure non vi era traccia di tensione tra loro, cosa che non avrei creduto possibile, se non l’avessi vista coi miei occhi, respirandola in quell’atmosfera piena di calore.

Bjork versò del vino in due bicchieri, porgendone uno a Ren con cui cominciò a parlare di una certa assemblea coi membri del clan di Sylen.

Fissai la fiamma crepitante che avvolgeva i ceppi di legno nel camino, sopraffatta dallo sconforto nel sentirmi un’intrusa quando desideravo solo far parte di quel mondo che sentivo a me affine.

Il piccolo si agitò e lo portai alla madre che lo prese avvicinandoselo al seno – Ha fame e sonno. Vado in camera ad allattarlo, tu gira lo stufato, altrimenti si attacca. –

Entrai nella piccola cucina, cercando il fornello e trovandovi un mobile scavato e rivestito da pietra refrattaria, dove bruciava la brace. Sopra la rete metallica che lo chiudeva c’era la grossa pentola di ferro con lo stufato. 

Era primitivo ma assolutamente adorabile! E che profumo si diffondeva nell’ambiente, abbellito da

mensole e utensili appesi alle pareti.

Ci sedemmo tutti a tavola e la conversazione importante, in cui erano impegnati i due uomini, mi diede modo di restare in disparte. Cassandra si era accorta che qualcosa non andava, lo intuii dal modo in cui mi guardava. Mi sforzai di sorridere di più, per farle accantonare quei pensieri, nel caso ci fossero stati.

– Come procedono le visite? –

La voce di Ren mi raggiunse, nel posto buio in cui mi stavo rintanando.

Sollevai gli occhi dal piatto, incontrando il suo sguardo affilato con lo stomaco in subbuglio – Bene. Altri due giorni saranno sufficienti a terminare tutte le visite. –

Mi sforzavo di essere distaccata, ma il mio tono freddo mi fece guadagnare una delle sue occhiate truci. Sembrava infastidito da ciò che avevo detto.

– È una buona notizia, significa che potrete andarvene presto. La gente ha bisogno di un po’ di tempo per accettare quello che seguirà. –

– Capisco. Però le medicine e le visite le hanno accettate senza alcun problema. – mormorai tra me e me, dimenticandomi delle loro capacità sensoriali sviluppate.

Mi fulminò con un’occhiata carica di disprezzo, che mi ferì più di quanto fossi pronta ad accettare. Non avevo l’intenzione di essere meschina ma, troppo arrabbiata e ferita dai miei sentimenti per lui, avevo parlato senza pensare. Mi sarei presa a schiaffi per quella debolezza e per ciò che mi era uscito di bocca.

Anche Cassandra e Bjork mi guardavano con espressione contrita, facendomi sentire terribilmente mortificata.

Sospirai, sollevando le mani – Scusatemi, è stata una giornata molto pesante e non ho la mente lucida. Sono stata inopportuna. E maleducata-

Bjork annuì – Siamo tutti stanchi per via della situazione, non è il caso di farne un dramma. – mi sorrise con solidarietà – Passami lo stufato. –

Ricambiai il suo sorriso, grata del suo appoggio e gli porsi la pentola, alzandomi dalla sedia.

Ren riprese la sua conversazione con l’amico, continuando a mangiare, senza smettere di osservarmi di tanto in tanto, forse cercando di capire perché all’improvviso fossi diventata così assente e taciturna.

Se ne avesse conosciuto il reale motivo di sicuro si sarebbe fatto una grossa risata.

Finito di mangiare aiutai Cassandra a riordinare, mentre Bjork e Ren uscivano.

– Stai bene? – mi chiese lei sorridendo.

– Sì, sono solo molto stanca. –

Sapevo che non se l’era bevuta, che avrebbe voluto aggiungere qualcosa ma non lo fece e immaginai fosse per darmi la possibilità di aprirmi senza pressioni. Quando non lo feci, rispettò il mio silenzio e gliene fui grata.

Nella stanza da letto, scostai le coperte, scivolando dentro quella calda morbidezza, sdraiandomi e chiudendo gli occhi, sobbalzando al suono di qualcosa che sbatteva sul vetro della finestra.

Il cuore mi balzò in gola quando vidi Ren fissarmi e farmi cenno di avvicinarmi.

Esitai qualche istante prima di decidermi ad aprire. Quegli occhi selvaggi ruotarono verso il basso, scendendo ad accarezzare le mie forme ben visibili sotto la leggera veste di seta. Mi abbracciai il busto in un gesto istintivo, rabbrividendo al ricordo di ciò che mi avevano fatto provare le sue mani.

Il suo sguardo felino e affilato si sollevò a cercare il mio – Ti ho pestato i piedi e non me ne sono accorto? –

Non capii subito cosa volesse dire, pur cogliendo il tono sarcastico delle sue parole.

– Cosa? – lo guardai confusa.

– Mi stai evitando e quando ti rivolgo la parola diventi scostante e aggressiva. Non mi sembra il giusto atteggiamento con cui iniziare una collaborazione. –

Avvampai, rendendomi conto che era quella l’impressione che avevo dato e la cosa peggiore era che non sapevo come rimediare, senza rivelare le vere motivazioni della mia maleducazione.

L’unica cosa che potevo fare era rendere definitivo un distacco necessario e inevitabile.

– Collaborare non ci obbliga a essere amici per forza. Non ce l’ho con te, anzi ti sono molto grata per ciò che hai fatto, ma sappiamo entrambi che le nostre diversità sono insormontabili e ci porteranno a scontrarci. Sto solo prendendo atto della cosa. –

Lo fissasi dritto negli occhi morendo dentro, quando realizzai che in qualche modo l’avevo ferito, vedendolo rabbuiarsi.

Lui stava cominciando a vedermi come un’amica e io avevo appena distrutto quel

sentimento sul nascere.

Fece un sorriso amaro, guardandomi come se valessi meno di niente, conficcando una freccia intrisa di biasimo al centro del mio cuore che palpitava con dolore.

Passerà, mi dissi, cercando di convincermi che fosse necessario mettermi in salvo, perché quando lo vidi andar via senza mai voltarsi indietro, l’unica cosa che volevo fare era gridargli di non andarsene, di non credere alle bugie di una vigliacca che non aveva il coraggio di affrontare le conseguenze dei suoi stessi sentimenti.

Ren… aspetta!

Ma quella supplica echeggiò solo nella mia testa.

Mi accasciai sul pavimento e restai lì, al freddo, scossa dai singhiozzi, senza pace all’idea di ciò che doveva pensare di me. Mi aveva salvato la vita, rischiando la sua senza pensarci due volte e io l’avevo trattato come se non contasse nulla per me, come se avessi dimenticato tutto ciò che avevamo condiviso, solo perché eravamo diversi, solo perché eravamo tornati alla vita di sempre.

Neanche sul dirupo, quando ero stata sul punto di morire mi ero sentita precipitare in un abisso così spaventoso, perché quella volta Ren non sarebbe venuto a salvarmi.

Mi rannicchiai sul letto senza forze, aspettando che la stanchezza avesse pietà di me regalandomi l’oblio del sonno.

                                   

Capitolo 19

 

Era partito insieme a Bjork alle prime luci dell’alba per raggiungere l’accampamento di Sylen in tempo per l’assemblea.

– Sei più silenzioso del solito. – osservò l’amico in groppa al cavallo che trottava accanto al suo, lungo il sentiero principale della radura – Ha per caso a che fare con la tensione che c’è tra te e la ragazza umana? –

Perché doveva essere sempre così diretto? Accidenti a lui.

– Non c’è nessuna tensione, solo un’insanabile divergenza di opinioni. –

Bjork sollevò un sopracciglio – Ah, non credevo che si chiamasse così. –

– Falla finita. – lo ammonì per niente in vena di discutere sull’argomento.

– Come vuoi, ma vorrei darti un consiglio da amico. Per una volta, prima dei tuoi doveri, pensa a te stesso. –

Irritato più di quanto volesse ammettere, lo guardò in tralice – E con questo che cosa vorresti dire? –

– Voglio dire che quella ragazza ti piace. Ho visto come la guardavi ieri sera e anche quanto eri nervoso in sua presenza. –

– La guardavo perché sono un maschio. –

Bjork sbuffò ironico – Raccontati quello che ti pare, ma io ti conosco bene e non ti ho mai visto quello sguardo, neanche una volta, eppure hai avuto tante femmine, compresa la mia. –

Si sbagliava di grosso.

– Ti dà ancora fastidio che l’abbia avuta? –

Non voleva che ci fossero delle questioni irrisolte tra loro, ma soprattutto non voleva che il suo più caro amico avesse da soffrire inutilmente.

– È stato molto tempo fa, prima che arrivassi io, ma sai bene come funziona. È mia ed è ovvio che mi dia fastidio che qualcuno l’abbia posseduta prima di me. –

– Sai che non c’è mai stato niente tra di noi, niente che non fosse necessario a… –

– Lo so, amico mio, è già superato da un pezzo. Tornando a te, ho l’impressione che tu stia tenendo lontana la ragazza. –

– Non è come pensi. –

– Forse temi che possa distrarti dalle responsabilità di cui ti fai carico da sempre. –

Trasse un respiro profondo, con la voglia di dargli un pugno in faccia per farlo tacere – Dacci un taglio. –

– O forse lo fai per paura di ferirla. –

– È lei a tenermi a distanza, dannazione a te! – Sbottò con rabbia, facendo innervosire il cavallo che sbuffò scartando su un lato.

– Non vuole avere a che fare con me ed è un bene, perché è certo che la ferirei. – rivolse all’amico un’occhiata esplicativa su cosa intendesse.

Bjork scoppiò a ridere – È una femmina, Ren, anche se umana. Davvero pensi che il suo corpo non reggerebbe una galoppata più violenta del solito? Per averne avute tante, sei piuttosto ingenuo. –

Il suo ego ne rimase offeso.

– Allora dimmi ciò che ignoro, dato che sei tu l’esperto. – lo punzecchiò, ritrovando parte del buon umore perso per strada.

– Alle femmine piace un po’ di ferocia. Non credo che l’umana funzioni in modo tanto diverso. – sorrise perfidamente.

Chi ti dice che la brutalità non piaccia anche a me?

Le parole che gli aveva sussurrato con tanta passione nell’intimità di quel capanno gli tornarono alla mente, facendogli stranamente male. Prima l’aveva stuzzicato, mostrandosi docile e appassionata per poi diventare fredda e respingere la sua amicizia come se fosse spazzatura.

– È troppo delicata per godere di quel tipo di violenza. – disse stizzito.

– Mah, questo lo dici tu. E se fossi in te, cercherei di non dare per scontate le ragioni del suo atteggiamento nei tuoi confronti. Forse anche lei è testarda proprio come lo sei tu, amico. Senza offesa, eh? –

Non voleva pensarci. Quella conversazione doveva finire, subito.

– Si sta facendo tardi. – colpì i fianchi del cavallo e lo incitò al galoppo attraverso il viale alberato.

All’accampamento di Sylen i soldati li accolsero ad armi spianate, conducendoli alla baita del Consiglio. 

Ren si era aspettato di dover combattere contro il capo dei lupi. Ci aveva quasi

sperato, almeno sarebbe riuscito a scaricare l’enorme tensione che sentiva addosso, ma contro ogni aspettativa, Sylen fu collaborativo e si scusò pubblicamente per aver infranto il patto che legava le loro comunità attaccandoli, non mancando di ricordargli che lui per primo l’aveva ingannato, negandogli le due umane, ma si mostrò comprensivo quando Ren gli fece notare che l’aveva fatto per un ottimo motivo, essendoci la vita di suo figlio in gioco. 

Il lupo era un guerriero ma anche un padre e ciò scongiurò il rischio di uno scontro che, senza ombra di dubbio, sarebbe stato cruento.

Decise di passar sopra all’accaduto e di non infliggere la pena di un tributo poiché entrambe le parti in causa avevano responsabilità in egual misura.

Si lasciarono dopo aver rinnovato il loro impegno dinnanzi alla comunità.

Al loro rientro, il villaggio era immerso nel silenzio che seguiva sempre l’ora del pasto principale della giornata, quando le attività si fermavano e gli abitanti si riposavano prima di riprendere i propri compiti.

Ora che gli screzi con Sylen erano stati risolti, occorreva compiere il passo successivo: preparare la sua gente al cambiamento prospettato dal dottore e convincerli che il loro futuro come specie dipendeva da quello.

Non sarebbe stato facile persuaderli che lasciare le loro case fosse l’unica scelta possibile e per riuscire avrebbe avuto bisogno di qualcuno che spiegasse, così com’era stato spiegato a lui, i dettagli tecnici della situazione.

Chi poteva essere più autorevole della figlia dello scienziato per quel compito?

Come se il pensiero di quella femmina non lo stesse già tormentando abbastanza.

Si avviò verso la sua baita, una di quelle nascoste tra gli alberi alla base della collina, percependo la presenza di qualcuno che lo seguiva, fiutando nell’aria un profumo inconfondibile di eccitazione femminile.

Si fermò voltandosi lentamente per intercettarla e la vide poggiata a un tronco poco distante. Lo guardava con le labbra imbronciate in un sorriso seducente.

Agatha! Si era completamente dimenticato di lei e dell’impegno che aveva preso nei suoi confronti.

– Ti stavo aspettando e visto che non arrivavi… – disse avvicinandosi di qualche passo.

Ren socchiuse gli occhi – Devi scusarmi, Agatha, ma ho scordato l’appuntamento. Sono appena tornato dall’accampamento di Sylen e sono molto stanco. – cercò di non essere troppo scortese nel farle capire che non era il momento adatto per un approccio.

La femmina sorrise in un modo che lo infastidì, accorciando la distanza che li separava, assumendo un’espressione ammiccante. Fu sorpreso di riuscire a vedere l’intenzione sotto quel finto atteggiamento da maliarda che avevano quasi tutte, quando si avvicinavano a lui per ottenere ciò di cui avevano tanto bisogno.

E per la prima volta, l’idea di possedere una femmina in calore non gli fece il solito

effetto. Ce l’aveva duro, ma era solo una risposta fisiologica che non coinvolgeva il resto di lui. Non la desiderava.

Lei lo fissò con gli occhi azzurri determinati, facendo scivolare una mano sulla protuberanza che gli tendeva il davanti dei pantaloni – Montami. Penso io a farti rilassare. –

Sospirò, afferrandole la mano – Non insistere. –

Agatha s’infastidì, allontanandosi – Sono fertile solo per qualche giorno, non credo che sia un sacrificio così grande per te. –

La pressione saliva vertiginosamente, rischiando di fargli perdere l’obiettività.

Era così stanco. La solita scena si ripeteva all’infinito e lui non ne poteva più di sentirsi in quel modo. 

Le rivolse un sorriso minaccioso, raggiungendola e agguantandola per un braccio. Lei emise un gemito deliziato al rude trattamento, ma era tutt’altro che docile e sottomessa. Lo spinse con forza, afferrandogli la camicia per strappargliela di dosso.

Anna non l’avrebbe mai fatto. Lei si sarebbe arresa dolcemente al suo tocco…

Rivide l’espressione innocente ed eccitata con cui lo guardava ogni volta che la metteva in imbarazzo con la sua audacia, quel delizioso rossore che ne tradiva l’inesperienza.

Ma soprattutto rivide i suoi occhi pieni di genuina passione che l’avevano guardato come se lui contasse davvero qualcosa. Poi però l’aveva allontanato, chiarendogli in modo inequivocabile che era come tutte le altre.

Agatha gli allacciò le braccia al collo, premendosi sul suo corpo, strusciandogli il ventre sull’erezione che fremette in risposta. Aggressiva, lo morse sul collo emettendo un mugolio pieno di aspettativa. Poiché insisteva tanto, le avrebbe dato ciò che desiderava; forse scaricando la

tensione avrebbe ritrovato un po’ di pace.

La sollevò da terra e lei prontamente gli cinse le gambe attorno ai fianchi, mentre scendeva per depositarla sull’erba, frugando tra le gonne per scoprirle le cosce con gesti nervosi.

Non era divertente, non era stuzzicante, ma si sarebbe accontentato prendendosi tutto ciò che gli offriva con tanta impazienza.

Lei inarcò la schiena aprendo le gambe, quando lui portò le mani alla chiusura dei pantaloni.

Ma cosa stava facendo? Dannazione, non gli era mai capitato di sentirsi così, come un pezzo di carne da spolpare e consumare.

L’afferrò senza alcuna delicatezza, girandola, pronto ad avventarsi su di lei lasciando il comando alla sua natura selvaggia, ma poi sollevò gli occhi, individuando un’esile figura in piedi accanto a un albero.

Anna.

Li guardava immobile, gli occhi sperduti e quando si rese conto che lui l’aveva vista, scappò via correndo.

Lasciò la presa, allontanandosi da quella femmina per seguire con lo sguardo la piccola sagoma che si allontanava velocemente, con l’assurdo istinto d’inseguirla e catturarla per non farla più andar via.

Perché l’aveva guardato in quel modo? Come se soffrisse a vederlo con un’altra femmina tra le braccia. Non aveva senso.

Eppure non poteva aver frainteso il dolore che le aveva visto nello sguardo.

Dannazione a lei!

– Ma cosa ti prende? – chiese languida Agatha, ancora distesa sull’erba.

Non riusciva più neppure a guardarla senza provare disgusto.

– Vattene. Qui non c’è più niente per te. –

– Cosa? – chiese alzandosi in piedi, fissandolo confusa.

Non gli interessava che capisse, voleva solo togliersela dai piedi e senza darle alcuna spiegazione le voltò le spalle, andando dritto alla porta di casa, chiudendosela dietro. 

 

Capitolo 20

 

Mi faceva male il fianco, tanto avevo corso, ma non potevo fermarmi, non potevo permettermelo o sarei caduta in pezzi. Correvo a perdifiato, calpestando qualsiasi cosa, rendendomi a malapena conto di dove mi trovassi, sconvolta da un’emozione crudele.

Non potevo sopportare ciò che avevo visto. Avevo capito di essere arrivata al punto del non ritorno, ma non avevo realizzato quanto profondamente mi fossi addentrata in quel sentimento, finché non l’avevo visto amoreggiare con quella donna.

Dio, faceva male da morire.

Spossata dalla corsa mi piegai vicino a un albero per riprendere fiato, la mano sul tronco, il cuore in frantumi e il petto in fiamme.

– Anna! –

Mi girai e tra le lacrime misi a fuoco Cassandra che mi veniva incontro preoccupata.

Odiai che mi vedesse in quello stato, ma anche volendo non potevo più nascondermi, limitandomi a fissarla mortificata.

Lei, senza dire una parola, mi accarezzò il viso cingendomi in un abbraccio di conforto nel quale mi abbandonai, grata del rifugio che mi offriva. Senza più freni il pianto esplose in tutta la sua potenza, facendo straripare un fiume di lacrime calde.

Quando mi fui calmata, m’invitò gentilmente a sedere sull’erba e mentre riprendevo fiato mi guardai intorno. Ci trovavamo fuori dal villaggio, nella parte esterna del bosco.

– Come… come hai fatto a trovarmi? –

– Ti ho seguita. Sono andata da Ren per parlargli e ho visto… ti ho visto correre via sconvolta, così ti sono venuta dietro. – mi guardò piena di comprensione.

– Non so cosa dire. –

– Non devi dire niente, non ce n’è bisogno, forse però è bene che io dica delle cose a

te. –

Appoggiai la schiena all’albero e sospirai.

Lei che si era seduta accanto a me si abbracciò le ginocchia avvolte nella gonna – Non ti chiederò cosa provi per lui, è fin troppo evidente. –

Distolsi lo sguardo per impedirle di leggermelo in faccia, facendola sorridere per l’ingenuità del gesto.

– Sono quasi certa che lui non ti abbia detto niente di se stesso. Non lo fa mai. – ruotai il capo per confermarglielo – Mi ucciderà quando verrà a scoprire che ti ho detto queste cose, ma non voglio che perda la prima vera opportunità di essere felice. –

Non capivo dove volesse andare a parare, ma ormai aveva tutta la mia attenzione.

– Sono stanca di vedergli sprecare la sua vita, anno dopo anno. Si occupa di tenere tutti al sicuro, ma non si concede mai niente per se stesso. È fatto così, un solitario dal cuore grande. –

Un cuore tanto grande da rischiare l’osso del collo, buttandosi da un precipizio per salvare qualcun altro. Chiusi gli occhi.

– Ma occuparsi della sicurezza non è il suo unico compito. – mi guardò con la coda dell’occhio – Anna, sto per dirti qualcosa che ti sconvolgerà e che forse non capirai, ma parlerò lo stesso per darti la possibilità di riflettere e decidere quale strada percorrere. –

Mi tesi curiosa di ascoltare il seguito – Continua. – la pregai.

Lei trasse un respiro profondo prima di cominciare.

– Durante il periodo degli esperimenti, Ren fu catturato dalla squadra di scienziati di cui faceva parte anche tuo padre. –

Trasalii a quelle parole, ricordando gli scambi di parole tra lui e papà all’ospedale.

– Ma a quel tempo lui… non era come lo conosci oggi. – fece una pausa per trovare le parole giuste – Ecco, lui era… un maestoso leone albino. –

Che cosa?!

Il mondo smise di girare per attimi interminabili, mentre tutto il mio essere si concentrava per assimilare quel concetto.

Lei annuì, vedendo il mio enorme sconcerto – È così. Durante quelle torture, il suo nobile cuore sperimentò la crudeltà della tua razza, che tormentò lui e tanti altri animali, insieme ai suoi stessi simili. Successe qualcosa di misterioso dentro di lui che lo portò a disincarnarsi, a lasciare il corpo animale. La sua anima fece un patto con l’anima di un essere umano che stava subendo il suo stesso destino e così le due anime, quella animale e quella umana, si unirono a formarne una sola. Ren prese possesso del corpo umano, ma la sua parte animale, in quella straordinaria fusione, cambiò i connotati fisici del corpo, potenziandolo, rendendolo ciò che oggi tu vedi in lui. –

Davanti agli occhi apparve l’immagine dei suoi lunghi capelli bianchi e argento, dei suoi occhi animaleschi e profondi, facendo affiorare un brivido alla base della schiena.

– Ren creò la nostra razza, invitando le anime di poche fidate femmine a fare altrettanto, dando origine con loro a una nuova stirpe che abitasse questo pianeta e lo ripulisse dalla razza parassita e violenta che lo abita da millenni. –

Cominciai a incastrare i pezzi del puzzle.

– Quelle femmine hanno partorito molte generazioni, decidendo poi di vivere isolate in una zona non lontano da qui, che solo Ren sa come raggiungere. Dopo di lui altri due animali maschi fecero lo stesso, uno di essi è Sylen, mentre l’altro vive con la sua comunità dall’altra parte del pianeta.

– Sylen è un lupo, questo si capisce e l’altro? – chiesi improvvisamente curiosa.

– L’altro è un’aquila. Un maschio piuttosto attraente, ti assicuro. – aggiunse strizzandomi l’occhio.

Risi mio malgrado, affascinata da quella favola che viveva nella realtà sotto i miei occhi – E tu, Cassandra? –

– Io faccio parte dell’ultima generazione e nelle mie vene scorre il sangue di Ren, che in effetti è un mio lontanissimo parente, oltre che il padre del mio Nyad. –

Nel mio mondo tutto ciò era considerato inaccettabile, un abominio, ma nel mondo animale era del tutto naturale e senza un giudizio che decretasse cosa fosse giusto o sbagliato, era solo ciò che era, niente di più.

Quando la sorpresa iniziale passò, emerse la questione che mi riportava al punto di partenza.

– Ti ho sconvolta? – rise solare come se capisse la gran confusione che tutto ciò aveva generato nella mia testa.

– Dire sconvolta è poco, ma perché hai deciso di rivelarmi tutto questo? –

– Per aiutarti a capirlo meglio. Prima, davanti a casa sua, l’hai visto con Agatha, pensando forse che tra loro due ci fosse qualcosa di romantico o peggio che lui se la spassi con qualunque femmina gli capiti a tiro, ma non è così. Agatha è fertile in questi giorni e vuole solo un figlio generato con lui, non perché lei abbia interesse nei suoi confronti. È una questione genetica. Gli sta appresso da tanto tempo per ottenere un accoppiamento. Ren ha un sacco di figli al villaggio, ma ciò che non ha mai avuto è una femmina tutta sua. Non parlo di sesso, ma di una compagna. –

Quello spiegava tante cose, ma conoscere il suo ruolo d’inseminatore ufficiale del villaggio non rendeva le cose più semplici da sopportare, anzi forse le peggiorava.

– Come facevi a sapere dove cercarlo? – mi chiese diventando seria.

– Me l’ha detto Bjork. Ieri notte dopo cena, io e Ren ci siamo parlati e gli ho detto delle cose molto antipatiche. Mi sento un po’ stupida adesso, ma mi è sembrato il modo più veloce di mettere una certa distanza tra di noi. Mi faceva stare male stargli vicino senza… non so se mi capisci. –

Ridacchiò strizzando gli occhi – Certo, che lo capisco. Sapevo che stavi facendo finta! –

– Volevo cercarlo per chiedergli scusa e poi, beh, l’hai visto tu stessa. –

Si alzò porgendomi la mano – Vieni, torniamo a casa. –

Non potevo dormire, con le parole di Cassandra che rimbalzavano nella testa portandomi a fare mille congetture, a immaginare come doveva essere stata la vita di Ren fino a quel momento.

Come avrei fatto a estirparlo dal mio cuore?

Non mi importava niente della sua precedente identità biologica, né del ruolo che svolgeva al villaggio. 

No, non era del tutto vero, ma se non altro ne capivo le motivazioni.

Io sapevo chi era lui e questo mi bastava. Ma lui non mi voleva, non mi avrebbe mai voluta e anche questo bastava.

Dei rumori provenienti dal giardino mi distolsero dai tormenti interiori che mi stavo auto infliggendo. 

E se fosse stato lui che veniva a parlare? Mi presi in giro da sola per la stupidaggine che mi era saltata in mente.

Mi alzai dal letto, infilai i pantaloni del pigiama e mi aggirai per la casa al buio, uscendo fuori al freddo nella notte inoltrata. Mi strinsi la giacca attorno al corpo, rabbrividendo per l’aria pungente, scoprendo che non c’era nessuno e sentii quella sciocca speranza scoppiare come una bolla di sapone.

Mi voltai per rientrare, ma prima che potessi varcare la soglia, un braccio m’imprigionò il collo in una morsa dolorosa. Avvertii una puntura sulla spalla e poi il buio calò sulla coscienza come la mannaia di un boia.