Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 16 e 17 –

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Capitolo 16

Il rifugio in questione si rivelò essere un capanno per gli attrezzi, forse di qualche boscaiolo, piccolo ma sufficientemente ampio da permettere a entrambi di sdraiarci sul pavimento sporco. L’aria gelida e polverosa all’interno non lasciava dubbi sul tipo di nottata che ci aspettava, senza avere neanche la possibilità di accendere un fuoco.

E a quel punto si presentò un altro problema che non poteva più essere ignorato: dovevo svuotare la vescica e Dio solo sapeva come avrei fatto a espletare il mio bisogno con la gamba ferita e inutilizzabile.

L’unica cosa che potevo fare era chiedere aiuto a lui, ma il solo pensiero mi faceva desiderare di sprofondare negli abissi della terra per non rivedere mai più la luce del sole. 

Avrei provato una tale vergogna che l’imbarazzo provato nell’essermi dovuta spogliare sarebbe stato niente al confronto.

L’alternativa? Farmela addosso.

Non c’era alcun dubbio sul fatto che nel tempo che stavamo passando insieme avrei perso la faccia, insieme alla dignità, ma l’urgenza era troppo impellente per poterla ignorare come avevo fatto nelle ultime ore, aiutata dal sonno che mi aveva fatto guadagnare tempo prezioso.

Lui mi depositò a terra e si mise subito a controllare la porta e la finestra nell’ambiente che si faceva più buio a ogni minuto.

– Ren. –

Spostò degli attrezzi, saggiando la robustezza della porta, prima di girarsi verso di me. 

Abbassai gli occhi – Io… ecco… – 

Che razza di figura stavo per fare! Come facevo a dire quelle semplici parole senza sembrare ridicola?

Mi guardava aspettando che parlassi, nel frattempo che racimolavo il coraggio necessario a dire – Mi serve di nuovo il tuo aiuto. –

– Dimmi. –

Sollevai lo sguardo verso il suo, ringraziando la penombra che gli impediva di vedere il rossore diffuso sul mio viso mortificato, prima di ricordarmi che i suoi occhi felini erano in grado di fendere l’oscurità.

– Ecco… dovrei fare due gocce. –

Le sue sopracciglia bianche si sollevarono – E ci hai messo tutto questo tempo a dirmelo? Andiamo, ti porto al fiume. –

Dimenticavo con chi avevo a che fare.

Dovette fare solo pochi metri prima di raggiungere la riva e quando arrivammo a destinazione l’imbarazzo mi aggredì più forte di prima e lui, che aveva ormai imparato a riconoscere i segnali che mi tradivano, mi venne in aiuto – Ti ho già vista tutta, ricordi? –

Seduta sull’erba umida, tirai giù i jeans, levandoli e lo guardai – Come facciamo? –

Lui pratico come al solito, si chinò passandomi le mani sotto le ginocchia e, sollevandomi in una posizione così scandalosa da sentire il fuoco della vergogna imporporarmi la faccia, si avvicinò al fiume e si accovacciò, reggendomi in modo da lasciarmi sospesa a pelo d’acqua.

Mi aggrappai alle sue braccia, poggiando la fronte sul suo petto, mentre mi liberavo con immenso sollievo.

Nella quiete della sera che diventava notte, il profumo degli aghi di pino e il vento che accarezzava le fronde rigogliose degli alberi, il mio cuore perse diversi battiti, mentre intrecciava nastri colorati di speranza, dove speranze non c’erano.

Il suo petto cominciò a vibrare e intuendone il motivo, sollevai di scatto gli occhi. Non potevo crederci! Stava di nuovo trattenendo una risata!

– Stai ridendo? –

Il mio sguardo scandalizzato fece fallire il suo tentativo di controllarsi e scoppiò a ridere, con gli occhi verdi che brillavano di divertimento.

– Ti fa ridere che mi debba mortificare in questo modo? Hai idea di quanto mi costi farlo? –

Mi fissò senza smettere di sorridere – Non è questo, è l’espressione che hai in faccia in questo momento. Tu e il tuo assurdo senso del pudore che ti fa vergognare anche delle cose più naturali che esistano. – 

Per tutta risposta, aggrottai la fronte. 

– Come immaginavo. – aggiunse, facendomi sorridere mentre poggiavo nuovamente la fronte al suo petto, stringendo i suoi capelli tra le dita.

Dopo quell’assurda parentesi tra contingenza e ilarità, tornammo al capanno.

Sdraiato al buio in quell’umido ripostiglio, rimase ad ascoltare il respiro di lei, aspettando che diventasse regolare nel sonno, ma quella ragazza sembrava intenzionata a non dormire affatto.

Chissà perché nella sua testa continuava a chiamarla così. Che fosse attraente, nonostante l’abbigliamento poco femminile che indossava, lui l’aveva già notato, ma, dannazione, quando si era spogliata, scoprendo quel corpo da piccola sirena, aveva quasi dato di matto.

Non era una ragazzina, era una donna che gli aveva acceso il sangue, costringendolo ad affrontare la verità che raccontava una storia di coraggio e resistenza, determinazione in una situazione che avrebbe messo in ginocchio persino un maschio addestrato della sua specie.

E, dopo tutto il disprezzo che le aveva riversato addosso, si era fidata di lui, eseguendo alla lettera tutte le sue indicazioni e quando gli aveva chiesto aiuto per allineare l’osso della gamba, non aveva potuto credere che fosse capace di una tale forza d’animo, di affrontare il dolore che senza dubbio doveva essere stato straziante. 

Aveva detestato farla soffrire, come aveva adorato quel rossore che le era salito alle gote quando i suoi occhi ne avevano accarezzato il corpo nudo, esposto come in offerta, un corpo su cui avrebbe tanto voluto allungare le mani, a dispetto del ferreo

autocontrollo che si imponeva, specialmente quando lei gli aveva fissato il sesso con un desiderio rivelatore.

I suoi pensieri furono interrotti dal suono inconfondibile di singhiozzi trattenuti. Stava piangendo, cercando di non farsene accorgere, dimenticando ancora una volta che il suo non era un udito umano.

Aspettò che smettesse per non metterla in difficoltà, rispettando il fatto che non voleva essere sentita.

Ma quei singhiozzi silenziosi gli facevano male al cuore e senza soffermarsi troppo sui motivi di una cosa tanto assurda, decise che ne aveva abbastanza.

– Cosa c’è? – sussurrò nell’oscurità, percependo la sua sorpresa, mentre la osservava raggomitolarsi sul pavimento.

– Niente, dormi. –

Piccola testarda.

– Avanti, non farmi insistere. –

Lei sospirò, emettendo piccoli respiri spezzati – Mi fa male la gamba. Ma non credo che una leccatina sarà sufficiente, in questo caso. – questo lo fece sogghignare – E poi ho freddo. –

Non poteva fare niente per alleviarle il dolore, ma per il freddo sì, che poteva fare qualcosa.

La sentì trasalire quando le si sdraiò dietro, coprendo entrambi con la sua mantella – Non è calda come una coperta, ma aiuterà. –

Era intirizzita e tremava per i brividi quando le avvolse le braccia attorno, stringendola a sé. Nessuno dei due disse niente e per qualche minuto si limitarono a starsene lì, immobili, in quell’intima vicinanza.

Iniziò a sfregarle le braccia, una lieve frizione per donarle ancora più calore e la sentì sospirare di sollievo, mentre si abbandonava, rilassandosi.

Un brivido erotico gli attraversò i lombi quando la morbida rotondità delle sue natiche andò a poggiarsi sull’erezione sensibile, facendogli desiderare di afferrarle quei globi tondi e sodi con le mani e spingersi dentro di lei con impeto.

Pensieri pericolosi, ma impossibili da scacciar via, non quando tutto il suo corpo bramava quel contatto, quell’intimità.

Chiuse gli occhi, col mento poggiato sulla sommità della sua testa e iniziò a far scivolare la mano, risalendo la curva del fianco, lentamente, infilandola sotto la maglia per cercare il contatto con la pelle nuda.

Lei ansimò forte, ma restò ferma lasciandolo fare. La pelle liscia ed elastica si contraeva sotto le sue dita a ogni carezza, chiedendo di più, facendogli sospirare un’imprecazione.

Con un solo gesto aggirò l’ostacolo del pezzo di stoffa e le coprì il piccolo seno con la mano, saggiandone la morbidezza, boccheggiando per il desiderio. L’erezione palpitò, scossa da un fremito potente, quando catturò il capezzolo turgido tra due dita, richiamandone l’immagine nella mente. Se la ricordava bene, quella piccola punta rosa, tutta da leccare e succhiare…

Quella femmina era fuoco puro nelle sue vene.

Mai, neanche una volta nella sua lunga vita gli era capitato di provare una simile brama, una frenesia che lo stringesse nelle spire di una tale lussuria.

La piccola mano di lei andò a coprire la sua sul proprio petto, afferrandola, facendosela scivolare addosso verso il basso. 

Quasi dimenticò che doveva trattenersi. Al diavolo i buoni propositi. 

Appena lei chiarì bene le sue intenzioni, guidando la sua mano appena sotto il bordo dei pantaloni, lui prese il comando, raggiungendo il sottile tessuto che le copriva il sesso. Insinuò la mano sotto, esplorandola per cercare con le dita l’umido calore.

Lei gridò un gemito, aprendo leggermente le gambe dandogli libero accesso e lui, col cuore che batteva feroce nel petto, accarezzò quella seta bagnata tra le pieghe.

Ah, cosa avrebbe dato per assaggiarla!

L’odore di quel miele gli riempiva le narici tanto che poteva quasi sentirne il sapore sulla lingua. Avrebbe dovuto fermarsi, perché sapeva cosa gli capitava quando arrivava al punto del non ritorno, ma lei, ignara del pericolo e di cosa stesse stuzzicando, cominciò un lento e sensuale movimento di bacino, inarcata contro la sua mano per incoraggiarne le carezze, mentre si dondolava, strusciandosi proprio nel punto giusto.

Non avrebbe mai immaginato che la piccola umana, sempre così controllata fosse capace di un simile ardore, di un tale fuoco!

Un fuoco che dorme sotto la superficie e che saprei come risvegliare…

Eccitato dal movimento, inebriato dalla passione, le spinse un dito dentro, soffiando, alla sensazione di quel velluto caldo, così stretto che solo l’idea di affondarvi il membro era sufficiente a farlo venire nei pantaloni.

Lei s’inarcò ancora gemendo più forte, quando infilò un secondo dito e cominciò a spingere fino in fondo con movimenti ritmici della mano. La sentì contrarsi e un ruggito cominciò a risalirgli nella gola, segno che stava per oltrepassare il limite.

La stuzzicò con le dita sfregandole l’erezione tra le natiche, sentendola uggiolare di piacere e non si fermò, sentendosi a sua volta prossimo all’orgasmo.

Era così eccitato che bastava quella frizione!

Il piccolo corpo cominciò a tremare violentemente, i muscoli interni che gli stringevano le dita, contraendosi, facendogli desiderare la stessa morsa attorno al sesso, così tanto che gli sfuggì un potente gemito gutturale, mentre spingeva sempre più forte dita e bacino.

Lei gridò, afferrandogli la mano e muovendosi per accompagnarne il movimento, facendolo venire con un’esplosione di godimento così intenso da renderlo momentaneamente cieco.

Entrambi sconvolti, respirarono a grandi boccate per un po’ prima che lui sfilasse piano le dita, risucchiandole in bocca per assaporarne la dolcezza.

Quel sapore gli invase i sensi, scendendo fino all’inguine, prolungando il piacere ancora per qualche istante.

Scattò in piedi e corse fuori dal capanno, non fidandosi delle proprie reazioni, conscio della capacità che aveva quella femmina di fargli perdere un controllo che doveva assolutamente mantenere se non voleva farle del male.

Si spogliò in riva al fiume e si tuffò nell’acqua gelida.

Indugiò a lungo prima di rientrare, in modo da calmarsi e poterle stare vicino senza doversi allontanare, privandola così del calore di cui necessitava, ma già sapeva che sarebbe stata una tortura tenere le mani a posto, quando l’unica cosa che voleva era mettersela sotto e mostrarle la sua vera natura.

Ed era anche l’unica cosa che non poteva fare. Mai.

Le si sdraiò accanto, guardando il soffitto con un braccio sotto la testa. Lei per un po’ non si mosse, quasi aspettasse qualcosa. Volse il capo per guardarla e nel buio scorse i suoi occhi grandi ed espressivi scrutarlo con l’ardore che solo il desiderio faceva brillare in quel modo.

Voleva di più e, dannazione, lui voleva darglielo! Tanto da restarne sconvolto.

Ma non sarebbe accaduto.

Chiuse gli occhi nel tentativo di invitarla a fare lo stesso, tutto purché la smettesse di fissarlo con quella malizia che gli stuzzicava gli istinti più bassi.

Soffocò un’imprecazione quando la mano delicata di lei si protese nella ricerca e andò a poggiarsi sul suo petto, cominciando una lenta discesa verso il basso. La bloccò prima che arrivasse dove era diretta, trattenendo il respiro per la potente eccitazione che quel tocco gli stava risvegliando.

Perché vuoi negarti il piacere?, sghignazzava l’animale, incitandolo a prendersi tutto ciò che poteva. Ma sapeva che era sbagliato.

Lei tornò alla carica, per niente scoraggiata e gli accarezzò una guancia – Prima fai lo spudorato e ora respingi le mie carezze? –

Quel sussurro insinuante gli provocò un brivido lento.

– Non sarai diventato timido tutto in una volta? –

Ignara, piccola incosciente.

Rise piano – Non lo capisci, vero, ragazza? –

– Capire cosa? – la mano scese sul collo e le dita sottili gli accarezzarono la nuca, alimentando i brividi.

– Che stai facendo un gioco pericoloso. Prima sono stato vicino un tanto così dal saltarti addosso e devi ringraziare che non sia successo. –

Lei schiuse le labbra e la paura offuscò per un attimo il suo sguardo languido, ma, al di là di essa, vide chiaramente il desiderio brillare più intenso di prima.

Non era spaventata, anzi sembrava non vedesse l’ora di essere preda, risposta che risuonava in modo sublime col suo sentire.

– E cosa sarebbe successo di così brutto se l’avessi perso, quel controllo? –

Lo sguardo malizioso accompagnava il movimento ipnotico delle dita che s’intrecciavano ai suoi capelli, catturandolo in una rete di sottile seduzione.

Le bloccò il polso e con uno scatto la rovesciò sulla schiena, salendole sopra a carponi, inchiodandole le mani ai lati della testa.

La puntò con gli occhi del predatore che era e sorrise senza dolcezza, deliziato dal grido di sorpresa che fuoriuscì dalle sue labbra tese.

– Quando monto una femmina divento feroce e brutale, ma le femmine della mia specie sono robuste e lottano con le unghie e con i denti. A loro piace, capisci? –

Il silenzio si protrasse per qualche attimo, creando tra loro una corrente di pensieri incoerenti.

– Sembra che tu lo faccia con… ehm, diverse femmine. –

Quella constatazione lo colse alla sprovvista. Non era ovvio?

– È così, infatti. –

Vide l’esatto momento in cui il desiderio fu sostituito dall’incertezza nei suoi occhi lucenti.

– Oh, io pensavo che tu e Cassandra… pensavo che foste una coppia. –

Già, avrebbe dovuto immaginare che fosse giunta a quella conclusione; in fin dei conti gli umani avevano quella logica contorta che lui non voleva neanche capire.

– Pensavi male. –

– Tornando a quello che hai detto prima… chi ti dice che la brutalità non piaccia anche a me? – la carica erotica racchiusa in quelle parole lo fece quasi capitolare.

Si abbassò su di lei e arricciò le labbra il tanto sufficiente a mostrarle le zanne che si allungavano, godendosi la reazione violenta riflessa nelle pupille dilatate che lo fissavano. 

L’avrebbe spaventata, facendole vedere da vicino la sua natura animale.

– Ho sentito quanto sei stretta e delicata. – trattenne il brivido evocato dalle sue stesse parole – Ti farei molto male, questo è sicuro. Se fossi in te la smetterei di provocare. –

Fece saettare la lingua tra i denti, accarezzandosi la punta di una zanna e con sgomento la vide seguire quel movimento con occhi avidi, mentre ripeteva lo stesso movimento con la sua piccola lingua rosa.

L’istinto di afferrarle la gola e farla diventare la preda che tanto bramava essere fu quasi soverchiante e lo mise a dura prova. Con un debole ruggito frustrato rotolò via da quella tentatrice.

Dopo qualche minuto di silenzio lì al buio, pensò che si fosse arresa e avesse deciso di dormire, ma si sbagliava.

– Ren. –

– Mh. –

Udì un debole fruscio seguito dalla sensazione di calore, irradiato dal corpo femminile che gli si era avvicinato.

Ma che diavolo! Era impossibile!

– Dormi. –

– Io vorrei… –

Cosa vorresti?

– Vorrei le tue mani rudi su di me, vorrei sapere cosa si prova a essere immobilizzata e… –

Mi piacerebbe immobilizzarti e…

Non le fece terminare la frase; era stanco di trattenersi a ogni costo.

Le afferrò la gola con una mano, stringendo abbastanza da bloccarle in parte il respiro e avvicinò il viso al suo – E se ti ferissi in modo grave? O peggio, ti uccidessi col mio ardore? –

Lei annaspò, il petto che si sollevava e si abbassava in rapidi movimenti convulsi – Io… non lo so… ma… per una volta nella vita… vorrei non sentirmi sempre così dannatamente al sicuro! –

Quella rivelazione lo colpì dritto al centro. La capiva, anche se non sapeva spiegarsene il motivo, perché lei con quelle semplici parole, che non dicevano quasi nulla, aveva invece detto tutto.

La lasciò andare e la guardò a lungo, cercando di capire cosa dovesse fare con lei, perché in quel momento aveva l’impressione di essere in balia di correnti che lo trascinavano in tante direzioni diverse.

Emise uno sbuffo, sorridendole mentre con un dito accarezzava la linea del suo naso delicato, costellato di lentiggini.

– Chi l’avrebbe mai detto? La principessina così controllata e prudente. – rise prendendola in giro, guadagnandosi una spinta che lo fece ridere ancora più forte.

Restarono in silenzio a guardare il soffitto, il buio reso ancora più fitto da alcune nuvole di passaggio che oscuravano la luce lunare. 

Si prese il suo tempo e scelse con cura le parole – Sto facendo una fatica enorme a trattenermi dallo strapparti i vestiti di dosso e farti mia su questo pavimento lurido fino a farti sanguinare. Non lo faccio solo perché uso la ragione e se fossi saggia cominceresti a farlo anche tu. Non ti voglio sulla coscienza. Devi metterti in testa che quello che vuoi non può e non deve accadere. –

Era impazzito! Non c’era altra spiegazione a quella follia. Stava respingendo una femmina che gli incendiava il sangue come nessun’altra e solo perché era umana e aveva paura di ferirla.

Da quando era diventato così altruista? E poi perché si sentiva così male sentendola allontanarsi in risposta alle sue schiette parole?

Era una sensazione lacerante e incomprensibile che lo lasciava confuso.

La sentì trarre un respiro profondo – Hai ragione. Non so cosa mi sia preso. Sarà stato tutto quello che ci è successo, la caduta, l’adrenalina, il dolore o forse solo l’essere stata così vicina alla morte. Però c’è anche il fatto che io non ho mai conosciuto uno come te. Sei così diverso dagli uomini della mia razza e non intendo solo fisicamente. –

– In che senso diverso? – chiese incuriosito.

– Gli uomini sono così inquadrati negli schemi, condizionati dall’educazione e i rapporti finiscono per essere freddi, basati su aspettative e obblighi. In una parola, sono noiosi da morire. La nostra società è come una gabbia, solo che le sbarre non si vedono. –

E lei chiaramente avrebbe tanto voluto uscirne. Gli fece stranamente piacere sentire che si sarebbe voluta liberare da quella fitta rete di convenzioni che lui trovava inaccettabili.

– Tu invece sei spontaneo, istintivo e quando sono con te, mi sento libera di dire esattamente ciò che penso, senza dovermi preoccupare dei giudizi, perché per te non esistono. Ti invidio tanto, sai? Tu puoi essere sempre te stesso. –

Un calore inaspettato gli si diffuse al centro del petto, facendogli venire una voglia matta di abbracciarla.

– Anche tu potresti esserlo, nessuno te lo impedisce. –

– Non è così semplice quando vivi in una comunità come la mia. –

– Sì, che lo è, se smetti di metterti dei limiti da sola. –

Lei si girò sul fianco, rivolta verso di lui, la mano sotto la guancia per sostenere la testa – Perché non hai una compagna? –

Ruotò gli occhi a intercettare i suoi.

Perché nessuna mi è mai interessata abbastanza. E nessuna ha mai voluto conoscermi veramente.

– Non ci ho mai pensato. Non credo che mi piacerebbe essere legato a qualcuno, sono troppo abituato a stare da solo. E tu perché non hai un uomo che si prende cura di te? –

– Per lo stesso identico motivo, anche se ti sembrerà strano. Sono abituata a lavorare e vivere secondo i miei ritmi. E poi non accetterei mai un uomo che volesse impormi delle cose, tipo regole che non mi appartengono. Solo l’idea mi fa rabbrividire. –

Sorrise nell’oscurità, scoprendo che capiva fin troppo bene ciò che intendeva. Non gli sfuggì il tremore che la scuoteva; si accorse che nel frattempo la temperatura si era abbassata di qualche grado e, facendo appello al suo buon senso, decise di porvi rimedio.

– Io… – continuò, interrompendosi quando si sentì circondare lentamente dalle sue braccia – Oh! – ansimò piano, scossa da un fremito improvviso.

– Rilassati – la blandì – cerco solo di farti stare al caldo. La mantella non è sufficiente a scaldarti. Fai la brava e lasciami i sensi in pace, ci siamo capiti? –

Lei ridacchiò mentre ammorbidiva il corpo, facendolo aderire al suo – Promesso. –

– Continua a parlare, così forse ti verrà sonno. –

Attese, pensando che il momento fosse passato e lei avesse rinunciato a parlare, poi la sentì trattenere il respiro e rilasciarlo in una lenta espirazione – Io non voglio vivere una vita senza passione, senza rischi, una vita dove giorno dopo giorno si ripetono sempre le stesse cose in un ciclo senza fine, fino alla morte. Una vita così sarebbe inutile. –

Parole sagge, troppo forse per la sua giovane età. Chiuse gli occhi, rilassato e accarezzato dalla sua voce dolce, immerso nel tepore generato dai loro corpi.

– Che vita vorresti? – chiese, sussurrando tra i suoi capelli.

– Una in cui posso scoprire ciò che non conosco ancora, sperimentare le sensazioni nascoste sotto la superficie, vedere ciò che ancora non vedo, vibrare e poi lanciarmi in caduta libera come hai fatto tu da quel dirupo. –

Rise, colpito da tanto appassionato trasporto. Scopriva solo in quel momento che la ragazza, no, la donna umana, la principessina colta e saputella era in realtà uno spirito libero che ancora non sapeva di esserlo.

– Voglio confidarti una cosa. – continuò.

Si accomodò meglio, attirandola nella nicchia creata per lei, preparandosi ad ascoltare il seguito.

– Hai presente Ryan, l’autista del camper? –

– Il biondino. –

– Sì. È stato il primo e unico uomo con cui sono stata. –

Un fastidio quasi rabbioso gli era risalito al petto direttamente dalle viscere, infastidendolo e lasciandolo ancora più confuso. Non era proprio da lui una simile, assurda reazione.

– Ero giovanissima e anche se all’inizio era sembrato entusiasmante con lui io non ho mai provato… –

Non hai mai provato quello che ti ho fatto provare io solo sfiorandoti.

– Era noioso. Anche il sesso. Soprattutto il sesso. Non posso credere che ti sto dicendo tutte queste cose! Domani alla luce del sole farò finta di non aver aperto bocca. –

– Stai scherzando, vero? – rise – Te lo ricorderò io solo per farti diventare la faccia rossa di vergogna. –

Lei gli diede un colpetto, soffocando una risata nel suo petto.

Ascoltò il suo respiro diventare a poco a poco più regolare e rimase a sentirla sprofondare nel sonno, deciso a seguire il suo esempio, ma prima di dormire si chinò su di lei e le depositò un bacio leggero sulla fronte.

                                            

Capitolo 17

 

Mi svegliai tutta ammaccata e dolorante per la scomodità di quel letto improvvisato sulle fredde assi del pavimento. In compenso un meraviglioso tepore mi aveva tenuta al caldo e quando realizzai che mi trovavo ancora nel cerchio delle braccia di Ren, mi stiracchiai pigramente facendolo svegliare all’istante.

I suoi occhi verdi si aprirono e mi scrutarono assonnati. La luce dell’alba accarezzava i suoi lineamenti, facendolo assomigliare a una creatura da fiaba, con quei capelli che ricadevano scompigliati sul viso, coprendo in parte gli occhi dal taglio allungato.

Trattenni il fiato, osservando le sue fattezze straordinarie, sentendomi audace quando si accorse che lo fissavo e sollevò un sopracciglio in risposta.

La luce del giorno ci esortò ad alzarci e anche se sapevo che era inevitabile dover mettere fine a quella parentesi, sospesa nella realtà come un sogno ad occhi aperti, lo feci col cuore pesante, certa che un momento simile non avrebbe più potuto ripetersi.

Ci avvicinammo al fiume ancora una volta, per rinfrescarci e poi senza ulteriori ritardi, riprendemmo il cammino.

Ren era concentrato ad ascoltare i rumori provenienti da qualche punto in lontananza e non ebbi bisogno di spiegazioni per capire che qualcosa lo preoccupava, ma non ne fece parola e continuò a camminare a passo sostenuto, senza mai guardarsi indietro.

Un piccolo colpo di fortuna ci permise di mettere sotto i denti qualcosa per il pranzo e pur restando della mia idea riguardo all’uccisione di piccoli esseri innocenti, quando Ren catturò un coniglietto troppo giovane e inesperto per avere scampo, fui grata di quel pasto, non avendo altro di commestibile a portata di mano.

A metà del pomeriggio cominciavo a non poterne più di stare aggrappata alla sua schiena, con quel dolore incessante cui cercavo invano di non pensare.

– Resisti, non manca molto. – disse, forse intuendo o percependo il mio disagio.

Espressi la mia frustrazione con un verso poco femminile che lo fece ridere e sopportai in silenzio i piccoli sobbalzi dovuti alle sue lunghe falcate.

Quando intravidi i camper nella radura ai piedi della collina, pensai che fosse così che doveva sentirsi il viandante che scorgeva il miraggio di un’oasi nel deserto, perché una meravigliosa sensazione di sollievo mi travolse portandomi quasi alle lacrime.

Mi diedi un piccolo slancio in avanti e gli strinsi le braccia attorno al collo, poggiando la guancia alla sua – Quello che tu hai fatto per me, Renyon, non lo dimenticherò mai. Grazie, micione. – sussurrai al suo orecchio, schioccandogli un bacio sulla guancia, nell’euforia del momento.

Lui si irrigidì, ma qualsiasi cosa stesse per dire o fare venne interrotta dall’arrivo del nostro gruppo al completo.

Fummo accolti da grida di gioia, abbracci e una raffica di domande a cui lui cominciò a rispondere, raccontando ciò che era accaduto.

I miei colleghi mi aiutarono a sistemarmi nel lettino del camper e mi diedero le capsule dei ricostruttori cellulari intelligenti, una sorta di squadra costituita da micro robot, che si beveva come una medicina e che, una volta in circolo, andava a riparare il danno specifico, dove ce n’era bisogno. 

Occorrevano solo poche ore per guarire completamente, ma la parte danneggiata rimaneva debole per qualche giorno fino al totale recupero.

Presi anche gli antidolorifici prima di sdraiarmi supina mentre l’ortopedico mi visitava la gamba malconcia e sopportai le fitte di dolore, fiduciosa che sarebbe passato presto.

Mi addormentai non appena mi ritrovai nell’assoluta mancanza di dolore, sensazione che mi fece rilassare sul morbido materasso, rendendomi impossibile resistere alla stanchezza e quando mi risvegliai il camper era ancora in movimento in mezzo a quel verde onnipresente, che cominciava a stancarmi anche la vista.

Mi misi seduta quando una collega, con cui avevo scambiato a malapena due parole in qualche momento del passato, mi raggiunse per controllare se mi sentivo bene. Parlammo per un po’, se così si poteva definire quel susseguirsi di domande a cui rispondevo restando sul vago, per non rivelarle ciò che volevo tenere per me. Non volevo parlare, non volevo neppure pensare a ciò che era successo laggiù, in quel posto… con lui. Avrei voluto gridarle di chiudere quella sua boccaccia, vergognandomi di averlo anche solo pensato, d’altro canto ero grata della distrazione che mi impediva di restare da sola coi miei pensieri.

Al mio ennesimo sospiro però lei si accorse della mia stanchezza e decise di lasciarmi in pace. Amen.

Il villaggio occupava una piccola valle tra due colline ricoperte dai boschi, attraverso cui scorreva un largo fiume dalle correnti impetuose.

Le piccole baite sparse qua e là non si vedevano nel primo tratto del sentiero in mezzo alla foresta. Si iniziava a scorgerle nel punto preciso in cui i tronchi degli alberi cominciavano a diradarsi, lasciando spazio ai cespugli e fiori di campo, che ornavano la valle come un incantevole giardino attraversato da volute di nebbia.

Non c’erano recinzioni a proteggere il piccolo paese, ma la posizione stessa contribuiva a tenerlo nascosto; alcune baite infatti, come scoprii dopo un esame più attento, erano nascoste in mezzo agli alberi che punteggiavano la base dei colli.

Quel paesaggio mi lasciò senza fiato e nell’ammirarne la bellezza incontaminata, provai un certo rammarico al pensiero di Nuova Terra con le sue costruzioni artificiali e fredde, molto diverse da quelle deliziose casette in legno che sembravano parte del paesaggio e che lo completavano, armonizzandosi a tal punto da non disturbare la perfezione che madre natura aveva dipinto con grande maestria.

Parcheggiammo i camper al limitare del bosco e uscimmo tutti all’aria aperta, dopo aver preso il materiale e caricato gli zaini in spalla. Potevo camminare di nuovo con le mie gambe, anche se zoppicavo, ma ero così felice di essere autonoma e non dover dipendere da nessuno che non me ne curai affatto.

Le vedette sistemate in punti strategici scesero dalle loro postazioni, venendoci incontro e l’atmosfera cambiò di colpo, facendo crepitare la tensione nell’aria. 

Salutarono Ren con un cenno del capo e studiarono noi con occhiate ostili.

Ren spiegò il motivo della nostra presenza al villaggio e nel mentre ci avviammo attraverso il prato.

Che profumo di fiori e natura pervadeva l’aria! Mi sembrava di essere su un altro pianeta, in un mondo totalmente diverso.

Raggiunte le prime case si cominciarono a scorgere anche i primi abitanti, che incuriositi si fermavano a osservarci nelle stradine bianche di congiunzione, dando presto vita a una discreta folla.

Straniera in terra sconosciuta per la prima volta nella vita.

Cassandra si avvicinò per spiegarmi che Ren avrebbe fatto una breve riunione che aggiornasse gli abitanti su ciò che ci apprestavamo a fare e mi disse che nel frattempo potevamo sistemarci negli alloggi a noi riservati, vista l’ora tarda e l’impossibilità di cominciare a visitare i feriti dislocati nelle rispettive baite. Lei si offrì di ospitarmi in casa sua e io accettai volentieri, curiosa più che mai di vedere come fossero arredate quelle abitazioni.

Appena entrata fui accolta da un profumo d’arrosto, legna bruciata e arancia, diffuso in un ambiente ampio e rustico, con grosse travi a vista che sorreggevano il soffitto spiovente su ambo i lati.

Dentro un largo camino in pietra era acceso un fuoco che rendeva l’atmosfera ancora più accogliente. Anche i mobili disposti nei vari ambienti erano in legno, costruiti più per essere funzionali che belli, ma erano belli, anzi bellissimi, nella loro robustezza fregiata da lavorazioni a intarsi.

Sul tavolo al centro della stanza c’era un enorme cesto in vimini ricolmo di frutta di stagione e alle pareti erano appesi grandi arazzi lavorati a mano.

Da una delle stanze che si affacciavano nell’ambiente centrale uscì un uomo, anche se colosso era la parola adatta a descriverlo. 

Avevo letto un libro che parlava di un popolo venuto da freddi paesi nordici, che aveva conquistato la gran parte di un territorio chiamato Europa.

Biondi e altissimi guerrieri che avevano portato devastazione per miglia e miglia. Quell’uomo sembrava uno di loro.

Aveva lunghi capelli legati sulla nuca e spettacolari occhi azzurro mare, la bocca circondata da un pizzetto dorato. Vestito di pelle e cuoio, aveva una bellezza rude e un aspetto che lo faceva assomigliare all’homo sapiens; tuttavia non ci si poteva ingannare sulla vera specie di appartenenza e guardandolo negli occhi vi si scorgeva qualcosa di indefinibile, qualcosa che mancava nello sguardo degli appartenenti alla mia razza.

Mi fissò dalla sua spaventosa altezza fino a quando Cassandra non lo ebbe tranquillizzato, blandendolo con una fugace spiegazione, poi il colosso diresse la sua attenzione oltre la mia spalla e scoppiò in una calda risata, accovacciandosi, prendendo al volo Nyad che gli corse incontro.

– Eccolo, il mio ragazzo! –

– Papà! –

Papà? Oh…

Compresi in quel momento che Cassandra aveva una sua famiglia e che… i pensieri ebbero una battuta d’arresto quando catturai l’immagine dell’uomo che afferrava Cassandra, stringendosela addosso con le braccia poderose e le aggrediva la bocca con un bacio infuocato, così carnale e appassionato da farmi arrossire per l’imbarazzo. 

Cercai di rivolgere lo sguardo altrove e se fossi stata da qualche altra parte, in un’altra situazione, avrei potuto sentirmi offesa da quell’apparente mancanza di rispetto, ma in quel mondo così diverso, tutto ciò faceva parte del loro modo di essere. 

Loro erano così, spontanei e privi di inutili inibizioni.

Non stava a me giudicare cosa fosse giusto o sbagliato, ma di una cosa ero certa: avrei voluto possedere anche solo la metà della loro disinvoltura.

Ren era così.

Sapevo che il mio pensiero sarebbe volato presto in quella direzione, così mi sforzai di distogliere la mente, prima che si addentrasse troppo nel terreno paludoso delle emozioni.

I due si sciolsero dall’abbraccio e una Cassandra con due occhi luminosi e languidi mi sorrise, poggiandomi una mano sulla spalla.

– Lui è Bjork, il mio compagno e padre del mio secondo figlio che ora sta dormendo beatamente. Lei è Anna. –

Sentito il mio nome, l’uomo mi scrutò meglio e spalancò gli occhi nella comprensione – Anna! Benvenuta a casa nostra, sono molto felice di conoscerti. Cassie mi ha detto cosa hai fatto per Nyad. –

Non sapevo cosa dire, ma prima che potessi formulare anche un solo pensiero coerente, mi ritrovai sollevata dalle braccia di quel gigante che mi stava stritolando in un abbraccio mortale e mozzafiato.

– Sì, d’accordo, anch’io sono felice di fare la tua conoscenza. – annaspai in difficoltà.

– Le stai facendo male! Mettila giù. – rise Cassandra.

Finalmente allentò la presa e mi lasciò andare col sorriso divertito che aleggiava sulle labbra – Scusami. –

Non si poteva certo dire che non fossero espansivi e calorosi! Intanto ringraziai i santi del paradiso per essere ancora tutta intera.

Bofonchiai una risatina imbarazzata e mi feci guidare da loro verso una delle stanze dove un lettone enorme riempiva quasi tutto lo spazio che divideva con una cassettiera e un piccolo armadio posto accanto alla porta.

Da una finestra aperta sul giardino circostante entrava l’aria fresca della giornata che volgeva al termine.