Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 13, 14, 15 –

18

 

 

 

Capitolo 13

 

Ren si svegliò con un’erezione colossale, circondato dall’odore femminile che impregnava quella nuvola soffice di tessuto in cui era sepolto. 

Quel letto era così comodo che gli aveva permesso un sonno ristoratore e senza interruzioni.

Si stiracchiò, le lenzuola aggrovigliate tra le gambe, sentendosi riposato e in forze come non gli capitava da giorni.

Amava dormire nudo senza la fastidiosa costrizione di indumenti sulla pelle, ma restare avvolto in quel morbido cotone che profumava di donna e innocenza, risvegliava il suo istinto alla caccia e al possesso. Distese le labbra in un pigro sorriso, mentre portava alle narici un lembo di quella stoffa tentatrice, immaginando di compiere un atto osceno per lasciarle il proprio odore nel letto, sicuro che lei l’avrebbe trovato riprovevole, come era certo che la principessina, nella quiete ovattata di quella bella camera, avrebbe tremato per il desiderio represso. 

Soffocò una risata, imponendosi di scattare fuori da quel tepore prima di compiere davvero l’atto in questione.

Ci volle quasi tutta la mattina per reclutare i tre medici e i cinque infermieri che si sarebbero uniti al viaggio e ultimare i preparativi delle scorte di medicinali e cibo per il viaggio.

Sarebbero partiti con due grosse macchine che assomigliavano a piccole case su ruote e, malgrado fosse perplesso sull’uso di quei veicoli per attraversare la foresta e i suoi sentieri stretti, a tratti impervi, capiva che quegli umani non sarebbero sopravvissuti se avessero viaggiato a piedi. Sarebbero stati vittime della loro stessa inesperienza. Senza contare che ci avrebbero messo troppo tempo. Meglio i camper, più sicuri e facili da difendere in caso di pericolo.

In una delle due piccole abitazioni avrebbero viaggiato lui, Cassandra e Nyad, Arwin, la ragazza e uno degli infermieri che avrebbe guidato il mezzo. Nyad finì la sua medicazione nel primo pomeriggio e loro poterono cominciare quella strampalata avventura.

L’autista era un giovane silenzioso, col sorriso di uno che non ha un pensiero al mondo. Non aveva mostrato alcun segno di paura, quando si erano incontrati, né lui l’aveva fiutata; aveva solo uno sguardo insistente che avrebbe potuto esser scambiato per morbosità, quasi la sua faccia fosse qualcosa da studiare. 

Una parte di lui detestava quell’esame sfacciato, ma essendo quell’umano innocuo e gioviale, decise che tutto sommato non c’era niente di male.

Lo guidava perché non sbagliasse strada, ma a parte quello, non parlarono granché mentre attraversavano il primo tratto di bosco, diretti al fiume che avrebbero costeggiato per qualche chilometro. Continuava ad avere dei dubbi su ciò che si accingevano a mettere in atto. L’idea di tutti quegli umani al villaggio gli sembrava così inverosimile e azzardata che sperava, per la loro sicurezza, che i suoi avrebbero capito, perché se fossero diventati aggressivi l’incontro poteva degenerare facilmente nell’uccisione, cosa inaccettabile in previsione del piano per il futuro. 

Se avesse fiutato odore di guai, sarebbe dovuto intervenire e sperava che non si arrivasse a tanto, lo sperava davvero.

Tornò col pensiero alla mattina appena trascorsa, ricordando come Jessica l’avesse presentato a tutto il gruppo di dottori e guaritori, la maggior parte dei quali erano rimasti imbambolati a fissarlo con le facce cristallizzate, ben guardandosi dal proferire una sola parola. Tuttavia, dopo che Jessica aveva finito di spiegare, era rimasto sorpreso quando diversi di loro si erano fatti avanti senza batter ciglio. 

Anche la ragazza che si dava tante arie e che non vedeva l’ora di sbarazzarsi della situazione, non solo non si era tirata indietro, ma si era offerta per prima, dando il buon esempio al resto del gruppo.

Ancora una volta si era sentito confuso davanti a quel complicato insieme di controsensi che era quella ragazza, ma era inutile farsi delle domande a cui non era certo di voler dare delle risposte.

Nyad non la smetteva un attimo di raccontare nel dettaglio la sua visita, senza omettere che era stato coccolato dalle infermiere, che gli avevano riempito le tasche di caramelle e che erano diventate le sue nuove amiche umane.

Riflettei sulla capacità innata dei bambini di vivere il momento presente senza preconcetti, senza rancori creati da inutili e stupide guerre, dando valore solo alla gioia che nasce dalla condivisione.

Che mente meravigliosa, tutta da plasmare e dipingere con i colori dell’esperienza.

Avrei voluto possedere almeno la metà di quell’ottimismo, specialmente in quel momento. 

Prima della conversazione con papà ero così sicura che presto avrei potuto riprendere la mia vita da dove l’avevo lasciata, con l’assoluta certezza che, dopo il tempo necessario a far sbiadire nella memoria gli avvenimenti di quei giorni, tutto sarebbe tornato come prima. 

Invece no. Non potevo dimenticare e non potevo allontanarmi dalla realtà, né lo volevo, perché farlo sarebbe stato incredibilmente egoista da parte mia, in un momento in cui quelle persone avevano più bisogno di aiuto. La mia coscienza m’impediva di mettere al primo posto il mio assoluto bisogno di mettere quanta più distanza possibile tra me e quella creatura, che turbava troppo la tranquillità su cui avevo costruito tutto il mio mondo.

Sapevo di cosa avevo paura, non avrei fatto finta di non rendermene conto, ma avrei cercato di non farmi sopraffare, lasciando spazio alla scelta di aiutare, potendo usare gli anni di studio che avevano segnato la mia vita per metterli al servizio di chi ne aveva un reale bisogno.

Arwin non aveva cambiato la sua espressione arcigna, quasi il suo orgoglio gli impedisse di abbandonare quell’atteggiamento che ormai non aveva più senso. Ogni tanto s’inseriva nella conversazione, cercando l’inizio di un dialogo, anche se a monosillabi.  

Dopo le chiacchiere subentrò la stanchezza che mi fece sprofondare nel sedile e osservare il paesaggio del bosco col suo verde opprimente sempre uguale, una monotonia visiva che mi fece appisolare per qualche minuto.

Pensai a Ryan e Ren seduti l’uno accanto all’altro, che chiacchieravano come se fossero due vecchi amici e mi tornò in mente quel periodo della mia vita in cui avevo pensato che il mio futuro fosse insieme a quel compagno di scuola dal temperamento mite, che in quel momento guidava il camper.

Eravamo stati insieme per tre anni e la nostra era stata la storia delle prime volte, il primo bacio, il sesso…

Mi ero presa una cotta per quel ragazzo biondo, intelligente e simpatico con cui facevo coppia fissa tra i banchi di scuola, o nelle interminabili ricerche di laboratorio. A quell’età ero felice con ciò che avevamo, nell’entusiasmo e nell’impazienza di bruciare le tappe della scoperta reciproca e durante il primo anno andò bene così, senza aspettative. 

Ma già dal secondo anno, l’euforia era scivolata presto nella noia e prima che ce ne rendessimo conto ci eravamo ritrovati a non avere più interessi in comune, con due caratteri incompatibili per diverse ragioni.

Il sesso era stato tiepido fin dall’inizio, tanto noioso da convincermi che tutto si riducesse a un atto meccanico incoraggiato dalla biologia e che non ci fosse niente di interessante. 

Quell’idea che si era fatta certezza negli anni aveva ricevuto un duro colpo da quando avevo provato il contatto sconvolgente con il corpo possente di Ren, assistendo a una reazione così violenta e spontanea da lasciarmi senza parole, senza più quella presunzione di aver

capito tutto riguardo al funzionamento di certe cose. Era stato così naturale, così giusto! 

E quando con la sua sfacciataggine mi aveva provocato con parole esplicite, anche la mia mente mi aveva tradito, preferendo immergersi nell’atmosfera di prorompente sensualità che quella creatura riusciva a creare con la sua sola presenza.

Un nemico mortale, un sogno proibito, da cui era necessario allontanarmi, anche col pensiero.

Lui mi odiava, mi chiamava ragazzina e aveva una compagna e un figlio.

Impossibile era la parola che mi sarei dovuta marchiare a fuoco nel cervello masochista, che aveva cominciato a spingermi in una direzione indesiderata e pericolosa.

Il camper fu sballottato diverse volte da alcune scosse di terremoto, ma Ryan era un bravo guidatore e non ne risentimmo troppo. 

Purtroppo era anche l’unico che sapesse guidare il camper e ben presto ebbe bisogno di riposare, avendo già percorso innumerevoli chilometri. Mentre lui dormiva, tutti noi ne approfittammo per sgranchirci le gambe e uscire all’aria aperta, dando a me la possibilità di allontanarmi per una veloce perlustrazione del luogo.

Il rumore di una cascata risuonava nell’aria, colmandomi di meraviglia e mi diressi quasi saltellando verso le rocce per poterla vedere da vicino, avvicinandomi al dirupo per osservare quella maestosa muraglia d’acqua, che si riversava nel largo fiume da un’altezza vertiginosa.

Che spettacolo! Nessun libro olografico, neanche il più realistico poteva far vivere l’emozione di stare sulla vetta, dove lo sguardo si perde nell’immensità del cielo.

La terra ebbe uno scossone, poi iniziò a tremare violentemente come un cavallo imbizzarrito che sgroppa nel tentativo di disarcionare chiunque si trovi sopra e il suolo franò sotto i miei piedi, facendomi precipitare nel vuoto.

                                            

Capitolo 14

 

Una paura come non ne avevo mai provato prima mi assalì, facendomi credere che sarei morta di lì a pochi istanti e poco prima di perdere i sensi, pensai che me ne andavo col rimpianto di non aver realizzato neanche la metà delle cose che mi ero ripromessa di fare.

Quando riaprii gli occhi, un forte dolore alla testa mi confermò che ero ancora viva, mentre cercavo di capire cosa fosse successo.

Ero sdraiata scompostamente sul ciglio dello strapiombo, su una sporgenza rocciosa così piccola che sarebbe bastato anche solo uno starnuto per cadere e il fiume sottostante era troppo lontano per sperare in un atterraggio morbido.

Guardai in alto. Ero caduta per parecchi metri e mi fu subito chiaro che non sarei stata in grado di tornare su, non essendoci insenature o appigli di alcun tipo in quella ripida parete. Cercai di sollevarmi, ma una fitta lancinante alla gamba mi fece immobilizzare, facendomi subito pensare a una frattura. 

Dovevo chiamare aiuto, anche se sapevo che nessuno sarebbe potuto scendere a soccorrermi e

nel camper non c’erano le attrezzature adatte.

La morsa della paura divenne come un boa dalle spire micidiali che mi impedì di pensare lucidamente e allora gridai con tutto il fiato che avevo in gola.

Sentii delle voci poi tutti si affacciarono con prudenza, individuandomi e restando fermi ad osservare la scena. 

Vidi nelle loro espressioni la consapevolezza che quello sarebbe stato il posto in cui sarebbe finita la mia vita.

Dovevo cominciare a farmene una ragione.

Iniziarono a discutere tra loro, ragionando su come raggiungermi e cosa usare per creare un’imbracatura; tutti parlavano e si guardavano attorno per cercare, studiare, risolvere.

Tutti tranne Ren.

Lui mi fissava, coi suoi capelli bianchi argento che gli incorniciavano il viso, coprendogli in parte gli occhi concentrati nell’osservazione del punto in cui mi trovavo. Vidi gli altri ammutolire quando si allontanò dal dirupo. Ryan e Cassandra rimasero, ma mentre lui mi guardava dicendomi addio, come se sapesse esattamente quale fine mi aspettava, lei mi sorrideva incoraggiante, mascherando l’apprensione.

Poi anche loro due mi lasciarono da sola.

Non andatevene, vi prego!

Singhiozzai senza riuscire a trattenermi, nelle orecchie il rombo di quella cascata che col suono assordante delle sue acque mi ricordava quanto le nostre vite fossero brevi e insignificanti se paragonate allo scorrere dei suoi flutti. 

Per un terribile momento la mente si svuotò di ogni pensiero, lasciando solo un impersonale, distaccato senso d’ineluttabilità.

– Ragazza! –

La sua voce mi scosse dal torpore in cui stavo scivolando senza accorgermene.

Mi staccai dalla parete e guardai in alto continuando a singhiozzare e, per quanto fosse assurdo avere un simile pensiero in un momento come quello, odiai farmi vedere da lui in quello stato. 

Una cosa ridicola cui dare importanza in punto di morte.

– Sei ferita? –

– Sì, credo di essermi rotta la gamba. – e l’ultimo briciolo di dignità se n’era appena andato insieme all’eco di un singhiozzo.

– Devo trovare qualcosa per calarmi giù, ma devo allontanarmi. –

– No! Non te ne andare! – visto che ormai avevo perso il contegno, tanto valeva lasciarsi andare – Ti prego! –

Restò serio e concentrato, l’espressione cupa – Non me ne vado. Mi allontano solo per cercare quello che mi serve. Potrebbero esserci altre scosse, perciò devi stare attaccata alla parete, se ti è

possibile, per evitare di cadere giù, hai capito? –

– Sì. –

– Brava. – sparì dalla visuale, ma riapparve subito dopo – Stai tranquilla, sono nei paraggi. –

– Va… va bene. –

Mi lanciò un’occhiata piena di forza, come se a modo suo volesse incoraggiarmi e inaspettatamente riuscì a far rinascere la speranza che credevo perduta. Poi se ne andò.

Feci come mi aveva detto e mi mossi strisciando il fondo schiena sulla pietra, trascinando la gamba per potermi poggiare sul fianco della parete e non farmi cogliere impreparata. 

I terremoti non erano eventi rari, ma Nuova Terra era costruita con una tecnologia antisismica e non c’era posto più sicuro quando la terra tremava, al contrario di quella sporgenza che poteva sbriciolarsi da un momento all’altro.

Aspettai con pazienza, nonostante il panico pronto a stringere la morsa dei suoi tentacoli attorno a me. Indeboliva la mia capacità di discernimento e quello era un ottimo modo per morire più in fretta. Era difficile, quasi un’impresa, ma dovevo mantenere il sangue freddo a tutti i costi.

Ci mise un’eternità ma alla fine Ren tornò, sporgendosi per cercarmi con lo sguardo.

– Sto venendo a prenderti. –

All’improvviso temetti per la sua vita. Non poteva farcela e per quanto fossi terrorizzata e volessi sopravvivere, non serviva che morissimo in due.

– È troppo rischioso, forse è meglio se resti dove sei. Non sottovalutare il pericolo. –

– E tu, ragazzina, non sottovalutare me. –

Detto ciò lasciò cadere una liana che mi raggiunse, scendendo ancora per qualche metro più in basso.

– Sei davvero pazzo. – sussurrai tra me e me, mentre lo guardavo calarsi, reggendosi con la forza delle braccia muscolose tese e gonfie nello sforzo, le gambe flesse e i piedi che lo aiutavano nella discesa a piccoli balzi.

Un pazzo a cui fui infinitamente grata.

Quando si fu avvicinato abbastanza, poggiò i piedi sull’appiglio e si accovacciò, volgendo lo sguardo verso di me – Vedi la corda che ho attorno al petto? Legati questa estremità attorno al corpo. – me la passò e feci come mi diceva. – Bene, adesso devi salire sulla mia schiena e stringermi le braccia al collo. –

Mi trascinai fino a lui, sfruttando la gamba sana per riuscire a salirgli sopra, sentendo esplodere scintille di dolore fino all’anca. Gridai, ma non mi arresi fino a quando non fui nella posizione giusta e affondai il viso nei suoi capelli.

– Brava ragazza. Sarà movimentato, quindi reggiti forte. –

– Va bene, Ren. –

Non sapevo da dove prendesse tutta quella forza, ma cominciò a scalare quel ripido muro con un’agilità tale da farmi dubitare che sentisse realmente il peso del mio corpo da trasportare.

I suoi capelli accarezzavano il mio viso come un drappo di seta profumato. Inalai quell’odore selvatico, quasi afrodisiaco, chiudendo gli occhi e affidandogli la mia vita senza riserve, cullata dagli scatti possenti delle sue braccia che ci stavano portando in salvo.

Una scossa violenta ci fece ondeggiare, sbattendoci sulla roccia che si sgretolava, facendo piovere pietre.

La frana non ci avvisò prima di caderci addosso.

– Reggiti! – gridò lui per farsi sentire al di sopra del frastuono.

E dopo essersi dato uno slancio potente con le gambe, Ren lasciò la presa sulla liana, lanciandosi nel vuoto.

 

 

Strillai così forte che solo per miracolo il cuore non mi balzò fuori dalla gola insieme ai timpani.

– Ma sei impazzito? –

Lo agguantai con disperazione, sicura che sarei morta d’infarto molto prima di toccare l’acqua.

Lui si raddrizzò per per cadere in posizione verticale – Allineati a me! Farà un male del diavolo ma possiamo farcela. –

Non discussi e cercai di fare come aveva detto, cominciando a recitare le poche preghiere che ricordavo.

L’impatto fu devastante, tanto da farmi uscire l’aria che avevo cercato di trattenere nei polmoni, tutta in un unico singulto doloroso, prima di sprofondare nel mezzo delle acque tumultuose. 

Mi accorsi solo di sfuggita delle mani che mi afferravano, tirandomi per riportarmi in superficie.

Le stilettate di dolore alla gamba non furono niente in confronto a quelle provocate dall’acqua ghiacciata, che come tante coltellate miravano a scorticarmi la pelle. Fu troppo da sopportare e il mio sistema nervoso collassò, concedendomi un atto di generosa pietà nel farmi perdere i sensi.

Quando rinvenni però, quelle lame erano ancora conficcate nella mia carne, ma il dolore era meno intenso. Brutto segno. Significava che il sangue aveva cominciato a confluire negli organi interni per preservare le funzioni vitali e ciò poteva voler dire soltanto che stavo andando in ipotermia.

La mandibola si muoveva da sola, facendomi battere i denti per il gelo che sentivo fin nelle ossa, ma se non altro potevo respirare. Ren mi teneva con un braccio in modo che la testa restasse fuori dall’acqua, mentre con l’altro nuotava sfruttando la corrente, tenendoci lontani dagli scogli che affioravano lungo gli argini.

Individuata una sponda a livello dell’acqua su cui potevamo facilmente arrampicarci, si spinse in quella direzione e nel contrastare la corrente impresse agli arti una forza che mi lasciò ancora una volta sbalordita.

Arrivati in prossimità della riva, con uno slancio del braccio mi issò sull’erba, salendo subito dopo, adagiandosi sul soffice tappeto per riprendere fiato.

– Sei ancora tutta intera? –

Il dolore e il freddo non mi permettevano neanche di respirare – Sì, m-ma la

gam-ba mi fa m-malissimo. –

– Dobbiamo trovare un riparo dal vento e asciugarci. –

Si chinò su di me passandomi delicatamente le braccia sotto le gambe e mi sollevò piano, facendo peggiorare il dolore con quel movimento. Mi lasciai trasportare, poggiando la testa sulla sua spalla – D-dove sono gli altri? –

– Ci aspettano a qualche chilometro da qui. Era troppo pericoloso restare dentro il bosco e non sapevo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per portarti in salvo, così ho detto ad Arwin di guidare l’umano in un posto più sicuro. –

– Ho b-bisogno degli a-antidolorif-fici che ho n-nella borsa. –

– Mi dispiace, ragazza, ma dovrai sopportare per qualche giorno, il tempo che ci servirà a raggiungerli. –

Sentire quella terribile verità mi fece quasi scoppiare di nuovo a piangere, ma la situazione era quella e dovevo ringraziare di essere ancora viva, pensiero che in quel momento non mi fu di alcuna utilità.

Dovevo controllare la gamba e raddrizzare le ossa se fosse stato necessario, ma lui aveva ragione, prima dovevamo asciugarci perché nonostante il vento non fosse forte, a contatto con la pelle bagnata era gelido.

– Grazie, R-ren, per avermi s-salvato la v-vita. –

Lui non rispose, continuando a passo spedito lungo l’argine del fiume e il suo silenzio disse molto più delle parole che forse non riusciva o non voleva esprimere, ma che io potevo sentire sospese tra noi.

Come l’avevo giudicato male! Avevo pensato che fosse una creatura violenta e odiosa, solo per il suo aspetto ferino, per i suoi modi sgarbati e ostili, pur sapendo che aveva le sue buone ragioni per comportarsi così. 

Mai, neanche una volta, mi ero soffermata a pensare che forse quelle erano solo alcune delle tante sfaccettature della sua personalità. Mai avrei pensato che fosse il tipo che rischiava la vita per salvare quella di qualcuno che detestava nel profondo. Ciò che aveva fatto per me era così nobile e generoso che mi fece sentire tutto il peso della superficialità con cui avevo vissuto fino a quel momento.

Ancora una volta aveva dimostrato di essere migliore di me.

– Possiamo t-trovare una g-grotta? – chiesi timidamente.

– No, con queste scosse rischieremmo di restare sepolti sotto una frana. –

– Ho f-freddo e s-sonno. – avevo paura di non poter fare niente per impedire l’inesorabile decorso dell’ipotermia.

– Lo so, ho freddo anch’io, ma smettila di frignare, ragazzina, e resta sveglia o

ti sveglierò io a suon di schiaffi. –

Brontolai una risata, capendo e apprezzando il suo tentativo di farmi arrabbiare – S-schiaffi? Pensavo che av-vessi m-metodi più creativi di passare il t-tempo. –

I suoi occhi si abbassarono a intercettare i miei e vidi gli angoli delle labbra sollevarsi in un sorriso un po’ perfido – Che fai, provochi? Stai attenta a ciò che dici. –

Gli poggiai una mano sul petto, sentendolo vibrare per la risata che tratteneva a fior di labbra, una risata che faceva eco alla mia.

                                            

Capitolo 15

 

Trovammo uno spiazzo erboso ai margini della foresta, in un tratto in cui gli alberi si diradavano. Mi posò a terra e lo guardai mentre raccoglieva rami e foglie, coi brividi violenti che mi assalivano a ondate, chiedendomi cosa avesse in mente quando sistemò dei rami conficcandoli nel terreno.

Accese il fuoco che presto divenne un enorme falò – Dobbiamo spogliarci e mettere ad asciugare i vestiti. –

Aveva ragione da vendere, lo sapevo bene, eppure non potevo accettare di spogliarmi, mostrandomi a lui completamente nuda. Semplicemente non potevo.

Ma dovevo, se non volevo morire assiderata.

Pur sapendo di doverlo fare non riuscivo a muovermi, sentendomi come paralizzata da tutte le remore che assillavano il mio cervello intorpidito.

Quanti problemi, quanto imbarazzo solo per la nudità.

– Io n-non c-ci riesco. – squittii piena di vergogna.

Lui appese la camicia su uno dei rami vicino al fuoco – Certo che ci riesci, avanti, sbrigati che stai congelando. –

Il calore di quel fuoco era così rilassante, così rigenerante.

Lui non sapeva neppure cosa fosse l’imbarazzo, si spogliava come se non ci fosse nulla di male, ma per me era diverso!

Mi si formò un groppo in gola quando si abbassò i pantaloni con gesti rapidi e si sollevò, mostrandomi il suo corpo nudo in tutta la sua gloriosa bellezza.

Era da togliere il fiato.

Nessun essere umano poteva essere così bello, così perfetto.

Appese i pantaloni a un altro ramo girandosi per farlo, permettendomi così di ammirare la squisita definizione che modellava la schiena e quell’indiscusso capolavoro che era il suo sedere.

Cercai di non fissargli il membro, arrossendo violentemente osservandone rapita i dettagli, dalle

dimensioni alla soffice e corta peluria bianca che gli copriva il pube.

Oddio, non potevo entrare nel vortice dei pensieri peccaminosi che iniziarono ad affollare la mente o rischiavo di cadere preda degli istinti che in quel momento avrebbero prevalso sulla ragione.

Era un uomo nudo e basta, non era la prima volta che ne vedevo uno.

Ma è la prima volta che vedo lui!

Ero così assorta nei pensieri da non accorgermi subito che mi stava fissando con gli occhi socchiusi. 

Mi riscossi, incontrandone lo sguardo incupito – Sei ancora vestita. Hai bisogno di un aiutino? – sogghignò.

– No, grazie, posso fare da sola. –

Avanti che sarà mai? 

Alla fine, con mani poco salde, strato dopo strato, cominciai a togliere quegli indumenti fradici che avevo appiccicati addosso, fino a restare coperta solo dalla biancheria di cotone.

Lui mi fissava godendosi lo spettacolo con occhi accesi, nell’osservare ogni centimetro di pelle che scoprivo.

– Ti dispiacerebbe voltarti? –

Lui sollevò un sopracciglio – E perché mai? Ti vedrò comunque quando avrai finito. –

Aveva ragione di nuovo e allora tanto valeva far finire in fretta quel supplizio.

Slacciai il reggiseno poggiandolo sull’erba e mi sdraiai a terra, coprendomi il petto con un braccio mentre sfilavo le mutandine cercando di non muovere la gamba. Doverlo fare sotto l’esame attento dei suoi occhi avidi fu, nonostante l’imbarazzo, una terribile, intrigante tortura che mi accese la fantasia, malgrado il momento inopportuno.

Nuda come un verme, mi trascinai sul prato per sistemarmi più vicino al fuoco, mentre lui raccoglieva i miei vestiti e li metteva ad asciugare accanto ai suoi.

– Ren, ho bisogno di aiuto con la gamba. –

Lui mi si sedette vicino, allungando le braccia per rivolgere i palmi verso la

fiamma – Cosa posso fare? –

– Devi aiutarmi a raddrizzare l’osso e a steccarlo. – dissi tutto d’un fiato – Riusciresti a trovare due bastoncini robusti? Mi serve che siano dritti, nel limite del possibile. –

Senza lamentarsi del fatto che lo stessi disturbando mentre si scaldava, si alzò allontanandosi per rovistare nella piccola catasta di ramoscelli e tronchi che aveva raccolto.

Sarebbe stato doloroso, ne ero consapevole, ma andava fatto e così gli indicai l’osso leggermente inclinato della gamba destra – Vedi questo? Devi allineare

le due estremità, facendo pressione con le dita. –

Lui corrucciò la fronte – Sei sicura di volerlo fare? –

– Non ho scelta. –

– Bene, allora. –

Si accovacciò sulle mie gambe e io cominciai a sudare freddo nell’attesa della sofferenza che sarebbe arrivata presto.

Presi un bel respiro profondo, quando mi afferrò la gamba – Al mio tre premi forte. Uno,

due…Ahhh! – 

Un urlo disumano mi uscì dalla gola, quando premette i pollici, facendo esplodere un dolore così lancinante che per poco non vomitai sul prato.

Caddi con la schiena a terra, lasciandomi andare a un pianto liberatore – Non avevo ancora finito di contare! –

– È più veloce, quando non te l’aspetti. – sogghignò il bastardo.

Mi osservava con interesse mentre usavo i bastoncini per steccare, usando i

lacci delle scarpe per bloccarli – Sono davvero impressionato. Non pensavo

che avessi il fegato di farlo. –

– Sì, lo so, pensavi che fossi una stupida incapace. –

– Qualcosa del genere. –

Lo fulminai con un’occhiata – Simpatico come al solito. –

– È la verità. Ma in realtà non ho mai pensato che fossi stupida, solo incapace. –

Sospirai, accettando la sua disarmante sincerità e allungandomi verso il fuoco per trovare consolazione almeno in quel tepore.

– Beh, grazie tante. – bofonchiai senza riuscire a essere troppo risentita.

Nonostante la pelle si stesse asciugando, il freddo continuava a tormentarmi, insieme al pulsare doloroso della gamba.

Restammo seduti davanti alla fiamma scoppiettante tenuta in vita da Ren, che ogni tanto sistemava la legna con operosa sapienza data dalla sua vita all’aperto, quella stessa vita di cui io non sapevo niente e a cui, come avevano ampiamente dimostrato gli avvenimenti, non ero affatto preparata.

– Perché ti nascondi con le braccia? – domandò spezzando di colpo i miei pensieri.

– Cosa? –

– Ti stai coprendo il petto col braccio. –

Avvampai alle sue puntuali, sfacciate osservazioni – Certo che mi copro. Cosa ti aspetti, che me ne stia tutta nuda qui accanto a te come se niente fosse? – che faccia di bronzo!

– E perché no? –

Mi voltai a guardarlo allibita, senza scorgere secondi fini nei suoi occhi ridenti; era chiaro che per lui non ci fosse nulla di male. Io però ero cresciuta con un senso del pudore e non sapevo bene come affrontare quella bizzarra situazione.

Sospirai – Perché… non sta bene, ecco perché, non è appropriato, non si fa. Insomma, che cosa ti devo dire? –

Lui fissò il fuoco con le braccia allacciate alle ginocchia – Appropriato, non si

fa, voi umani vi impegnate sul serio a rendervi la vita complicata. Perché create tutte queste restrizioni, queste regole? Io non capisco. Se vivessi come voi, sarei già morto di noia, o di tristezza. –

– Quindi meglio una vita senza regole dove ognuno fa quello che vuole, così, senza freni? Ti rendi conto di quanto sarebbe pericoloso? Di quanta sopraffazione ci sarebbe? –

– Mi sembra che nel vostro mondo la sopraffazione ci sia comunque. – un punto per Ren – Si può vivere liberamente anche senza mancare di rispetto agli altri, concetto che la tua razza non ha ancora imparato. –

Mi zittì, non lasciandomi armi per controbattere, se non forse la sincerità dei miei sentimenti a riguardo – Non siamo tutti uguali, sai? Nella mia città noi conviviamo in pace. Certo, a volte si litiga, è normale, ma la vita è abbastanza libera. Io non conosco la vita fuori dalle recinzioni e non saprei cosa dire, ma ho letto tanti libri di storia e un’idea me la sono fatta. –

– Continui a coprirti il petto. –

Sul serio?

– Sì, e continuerò a farlo. –

Lui rise piano, un suono che solleticò delle corde inaspettate, facendomi accelerare il battito – Ma così non posso guardarlo. –

Chiusi gli occhi all’ondata di calore che mi pervase – Tu non devi guardarlo! Non… non lo fare e basta. –

– Tu il mio membro l’hai guardato eccome! Dimmi, ti è piaciuto quello che hai visto? – adesso sì che i suoi occhi brillavano di malizia.

Non potevo reprimere quella sensazione erotica che mi avvolgeva sempre quando diventava così sfrontato e sensuale. Quel tipo di erotismo era nuovo per me, come se tutto si svolgesse su altri livelli rispetto a quelli che conoscevo. Entrava sotto pelle, insinuandosi dentro col calore alimentato dalle sue parole audaci.

Non c’era scampo da quel tipo di sensualità animale in perfetta simbiosi con

quella umana, era un’arma di seduzione micidiale.

Mi morsi il labbro – Perché fai così? –

– Mi piace farti arrossire. –

Meno male che lo ammetteva!

– Rispondi alla domanda, se hai il coraggio. – mi stuzzicò ancora.

I suoi occhi mi sfidarono a stupirlo, incitandomi a lasciarmi andare per una volta nella vita e pensai che dopotutto quella situazione era come sospesa nel tempo, una parentesi staccata dalla realtà e ciò mi diede la scusa per allentare i freni.

Sollevai il mento, girandomi a guardarlo – Sì, mi è piaciuto guardarlo e lo guarderò ancora. –

Le sue labbra si piegarono in un sorrisetto compiaciuto che per poco non mi fece scoppiare a ridergli in faccia.

– Fra poco i vestiti saranno asciutti, ma abbiamo ancora un po’ di tempo. Fammi guardare i tuoi seni. –

Mi portai le mani al viso, coprendomi coi gomiti, reprimendo un brivido di eccitazione e una fitta di vergogna – Perché li vuoi guardare? Non sono niente di eccezionale. –

– Scoprili. – insistette con voce bassa e vibrante.

Lentamente misi giù il braccio, esponendomi al suo sguardo che si abbassò ad accarezzare le mie curve. Sentii la pelle in fiamme, alimentate dal desiderio nei suoi occhi diventati famelici. Cominciai a respirare a fatica.

– Ho sempre pensato che fossero troppo piccoli. – borbottai sottovoce, assurdamente preoccupata del suo giudizio.

Lui si abbassò, avvicinando le labbra al mio orecchio, mentre il rombo assordante del mio cuore sovrastava il tono caldo della sua voce – Sembrano fatti apposta per la mia bocca. –

Un fiotto caldo mi riempì il ventre di calore liquido.

Si alzò in piedi interrompendo il momento, dopo aver emesso un sospiro simile a un lamento e si avvicinò agli abiti per controllarli – Sarà meglio riprendere il cammino. –

Mi passò gli indumenti, che mi affrettai a indossare sulla pelle accaldata e poi spense il fuoco, servendosi della terra, prima di caricarmi sulla schiena e incamminarsi lungo il fiume.

Asciutta e riscaldata poggiai la guancia sulla sua spalla, tentando di resistere al dolore che non dava tregua, cullata dall’andatura spedita e scivolai piano nel sonno, stremata nel corpo e nello spirito.

Quando mi svegliai, Ren stava ancora camminando dentro il bosco. Il sole ormai tramontava, rendendo urgente la ricerca di un riparo per la notte imminente. Il freddo era pungente a quell’ora della sera e l’umido entrava nelle ossa, facendomi sognare di poter scorgere il camper all’orizzonte e poter finalmente trovare sollievo negli antidolorifici.

Lui si stava sobbarcando tutta la fatica, quella della camminata infinita e quella del mio peso da trasportare e sapevo che non si rilassava mai nell’impegno costante di perlustrare i dintorni coi sensi all’erta, pronti a individuare anche il più piccolo segnale di pericolo, come sapevo che se si

fosse presentata una minaccia, non avrebbe esitato un solo istante a proteggermi. 

Quella consapevolezza mi fece sentire al sicuro e mentre mi salivano le lacrime agli occhi pensai a quanto l’avessi odiato, sperando di allontanarlo dalla mia vita il più rapidamente possibile.

Come? Come avevo potuto non accorgermi di quanto fosse grande il suo cuore?

Mentre gli altri erano stati pronti a lasciarmi al mio destino, lui non era rimasto a guardare, mettendosi in gioco in prima persona, arrivando persino a lanciarsi nel vuoto, senza la certezza di uscirne vivo.

Cassandra è fortunata. Quante possibilità posso avere di incontrare nella vita

un altro come Ren?

Prima che potessi scacciare quei pensieri molesti, mi ritrovai a proseguire sull’onda del masochismo. La verità era che non esisteva al mondo un altro come lui, ma ancora peggio era il fatto che io non volevo un altro Ren. 

E lui aveva una compagna, un figlio, senza contare il fatto che gli umani gli facevano schifo.

Chiusi gli occhi e strinsi i denti con il petto stretto nella morsa di un improvviso e cocente rimpianto.

– Sei sveglia? –

– Sì. –

– Dimmi, cosa pensi dell’idea di tuo padre? La verità. –

Non potei trattenere una risatina – Non posso crederci! Ti interessa la mia opinione? –

– Lascia perdere. –

– Scusa – sospirai – cosa ne penso? Non lo so esattamente, voglio dire, conosco te e Cassandra, ma non ho idea di come siano tutti gli altri. Se il loro odio per la mia razza è come quello di Arwin, allora non so come la convivenza potrebbe andare a finire. –

Lui sbuffò sarcastico – Arwin odia solo perché gli è stato insegnato a farlo. Per lui è come un riflesso incondizionato, perciò non dargli peso. –

Buono a sapersi. La loro razza allevava i bambini, insegnando loro a odiare gli esseri umani e per quanto la cosa mi riempisse di sgomento, la vedevo come una normale conseguenza di quanto avevano subito per colpa di un gruppo di criminali.

– E tu, Ren, cosa ne pensi? La verità. – 

– Credo che sia una pessima idea, ma per come stanno le cose non vedo alternative. Della tua razza ho conosciuto solo l’aspetto meschino e per tanti anni non ho provato che odio. Ma poi ho visto come tu ti sei presa cura di mio figlio e ho ascoltato le parole di tuo padre. So riconoscere la menzogna quando la sento e il vecchio mi è sembrato sincero. Dopo tutto questo, ora sono pieno

di dubbi. –

Potevo capirlo, perché era la stessa cosa che provavo io.

– Sei stanco? – chiesi titubante.

– Ti preoccupi per me? –

Nascosi il viso nella coltre soffice dei suoi capelli – Non ti sei fermato neanche un minuto, col mio peso addosso tutto il tempo. –

– Pesi come un uccellino, quasi mi dimentico che sei lì. – disse divertito.

Le sue parole mi fecero sentire piccola, delicata, protetta e una rosa di emozioni scintillanti si schiuse, facendosi strada nella rassegnazione annidata appena sotto la superficie.

– C’è un capanno in cima a questa salita. – aggiunse cominciando a risalire il ripido pendio – Ci fermiamo per la notte, ma ci rimettiamo in marcia alle prime luci. –