Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 5 e 6

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Capitolo 5

Corsi in camera da letto e chiusi la porta, lasciandomi scivolare sul pavimento, il

cuore impazzito, mentre cercavo di riprendere fiato.

Quando mi aveva mostrato quei denti, per poco non mi era venuto un colpo!

Mi stupii di non essere caduta in terra come un sacco vuoto e quello era l’ottimo

risultato di anni di esercizio sul controllo.

Peccato che mi fossi esercitata con persone e situazioni che facevano parte del mio

mondo e non con creature che sembravano uscite da incubi notturni.

Eppure quella creatura in particolare attirava la mia curiosità in modo quasi

morboso.

Quei lunghi capelli bianchi dai riflessi argentati, che scendevano sulle sue spalle

ampie in onde setose e lucenti, coprivano in parte gli occhi con dei ciuffi

ribelli.

Quel viso, quegli occhi!

Spaventoso. E intrigante.

Cosa c’era di sbagliato in me? Che razza di pensieri assurdi e pericolosi andavano

formandosi nella mia testa folle?

Non è un essere umano.

Non lo era affatto e i denti in particolare facevano sì che ci trovassimo su livelli

molto diversi della catena alimentare.

Schiacciai il bottone dell’interfono e chiamai Jessica a cui avevo già spiegato tutto.

– È qui. Ricordati quello che ti ho detto. E non spaventarti. Non troppo almeno. –

– Stai tranquilla, se tu sei ancora viva, significa che c’è speranza. –

– Ti sembra il momento di fare dello spirito? –

– Sto arrivando. – Tagliò corto lei trattenendo una risata.

Come faceva ad essere sempre pronta alla battuta anche nei momenti più critici?

Avrei voluto avere anch’io quella capacità, ma in quel momento ero più propensa a

utilizzare le mie energie per muovere gli ingranaggi del mio cervello il più

rapidamente possibile.

Jessica arrivò dopo pochi minuti ed entrò nel salone con circospezione, come se si

aspettasse di vedere un mostro all’improvviso.

Quando lo individuò vicino alla finestra, avanzò piano, mentre lui si girava a

guardarla.

Si studiarono per qualche tempo, senza muoversi, e Jessica distolse lo sguardo per

prima. Chissà perché me lo aspettavo. Ciò che invece mi sorprese fu la strana calma della mia amica, che non batté ciglio.

– Tu saresti l’esperta di quegli aggeggi tecnologici? –

Lei lo guardò con cipiglio – Stai parlando dei computer? –

Mi schiarii la voce con un colpetto di tosse – Ehm, Jessica diventa molto suscettibile

quando si tratta dei suoi gioielli. –

Lui sollevò un sopracciglio, guardandoci come se fossimo due squilibrate con cui

non voleva avere niente a che fare, poi si raddrizzò, sollevando la testa in una

postura regale e autoritaria.

Saltava all’occhio che fosse abituato a comandare e a essere obbedito, sempre e

comunque; motivo in più perché trovassi quell’atteggiamento insopportabile.

– Prendete tutto quello che vi serve, partiamo subito. –

Io e Jessica ci scambiammo un’occhiata, capendo l’una le perplessità dell’altra.

– Non è pericoloso lì fuori? –

Mi resi conto della stupidità di quella domanda dopo che mi fu già uscita di bocca e

Jessica strizzò gli occhi, scuotendo il capo come a sottolinearlo.

Lui mi guardò infastidito – Può darsi. –

Andammo nel bunker a prendere le coordinate del vecchio istituto e Jessica mi disse

che sarebbe stata in grado di trovarlo, grazie a un dispositivo che conteneva una

grande mappa mondiale e funzionava inserendo qualsiasi tipo di informazione di

localizzazione spaziale.

Non avevo idea di cosa portare per passare del tempo in mezzo al bosco, ma di

sicuro sapevo che l’uniforme da infermiera non mi avrebbe protetto né dal freddo,

né dagli insetti, compresi quelli di cui non conoscevo l’esistenza.

Ero stata cresciuta, sentendomi dire che oltre le recinzioni si apriva un mondo

spaventoso, un ambiente mutato dalle radiazioni, con piante gigantesche e

pericolose, popolato da animali mostruosi e letali. Ero stata cresciuta col divieto

assoluto di oltrepassare i cancelli elettrificati, spaventata dalle storie terrificanti sui

bambini incauti e curiosi che venivano divorati da belve rabbiose.

In quel momento, mentre attraversavamo la zona di prato non illuminata e

raggiungevamo i cancelli, mi preparai ad affrontare le mie paure più ataviche,

quelle che giacevano nella memoria della bambina che ero stata, quelle che mai

avrei pensato diventassero realtà.

Capitolo 6

Il bosco si stagliava dritto davanti a noi come un buco nero pronto a inghiottirci

nello stesso modo con cui assorbiva la poca luce che filtrava.

Non volevo andare e il fatto di non avere scelta mi faceva sentire in trappola.

C’era buio, ma quando fummo abbastanza vicini restai impressionata dalla

maestosità di quei tronchi secolari che svettavano ad altezze impossibili con

l’infinità di rami che s’intrecciavano tra loro, formando un’unica grande chioma con

le loro foglie.

L’odore di quella natura incontaminata era molto diversa da quella cui ero abituata tra le mura di casa.

Com’era possibile che quel profumo pungente non oltrepassasse le recinzioni? Eppure il bosco era così vicino!

Essendoci buio pesto, a malincuore dovetti abbandonare l’idea di studiare l’ambiente

e cercai di stare vicino a Jessica e all’uomo, per non perderli di vista. Non riuscivo a

immaginare di poter restare sola in quell’ambiente ostile e spaventoso e cominciai

da subito a provare una strana sensazione. L’atmosfera sinistra aumentava la

paranoia di avere degli occhi addosso, occhi nascosti nell’oscurità che scrutavano

nell’attesa del momento giusto per l’agguato. Un brivido mi scese lungo la spina

dorsale, mentre mi avvicinavo di più a Jessica.

Saltai sul posto per lo spavento quando all’improvviso qualcuno sbucò fuori da un

cespuglio e si avvicinò all’uomo, con cui si mise a parlare in una lingua sconosciuta.

Jessica mi strinse la mano – Cerca di stare calma, Anna. – mi sussurrò – Dobbiamo restare lucide e portare a termine l’incarico. Solo così possiamo sbarazzarci di questo pasticcio, sei d’accordo? –

– Sì, ma non è affatto facile. Tu sei mai uscita dalla città? –

– No. Questo posto è spaventoso, ma se ci facciamo prendere dall’isteria, non ne usciremo vive. –

Ovviamente aveva ragione, anche se non riuscivo a capire come facesse a mantenere il sangue freddo con tanta facilità.

Osservai il nuovo arrivato, notando subito la diversità tra i due. Era alto quasi quanto l’altro ma la sua corporatura era meno muscolosa e le differenze non finivano lì.

Il tipo aveva i capelli scuri e corti, con un ciuffo lungo fino al mento che gli attraversava il viso, nascondendone completamente una parte. L’unico occhio che si vedeva era di un azzurro elettrico e sembrava umano, anche se leggermente più grande e ciò mi fece intuire che non appartenessero alla stessa razza, sempre che di razza si trattasse.

Quell’occhio ci fissava con un odio che non lasciava spazio a malintesi.

I due parlarono per qualche minuto e capii che l’uomo stava ragguagliando l’amico circa gli ultimi sviluppi, spiegando la nostra presenza nell’ultimo posto dove ci si sarebbe aspettati di vederci.

Jessica fece qualche passo nella loro direzione – Scusate, non vorrete mica andare a piedi all’istituto, vero? –

Ci sarebbe mancato solo quello! Chilometri da percorrere nel posto più pericoloso che ci potesse essere, con due creature di cui non potevamo fidarci e senza neanche l’illusoria protezione di un veicolo.

– Non abbiamo tutto quel tempo. – disse l’uomo mentre ci faceva cenno di precederlo tra i tronchi robusti che al buio apparivano come massicce colonne nere.

Sia ringraziato il cielo, pensai senza soffermarmi sul come avremo raggiunto il

posto.

Cappuccio si arcuò leggermente all’indietro e socchiusa la bocca lanciò un richiamo

leonino così potente da rimbombare nello stomaco. E io ne restai intimorita e affascinata, ancora una volta.

Come quel suono animale potesse uscire da una gola così squisitamente umana, era il mistero più grande in cui mi fossi mai imbattuta.

Distratta da quei pensieri, non mi accorsi subito dello scalpiccio di zoccoli che cominciava a udirsi in lontananza, aumentando a ogni istante.

Non riuscii a credere ai miei occhi, quando due cavalli spuntarono dalle tenebre e ci raggiunsero trottando allegramente, rispondendo al suo richiamo.

Sulla faccia mi si cristallizzò un’espressione così idiota da ringraziare che ci fosse buio.

Non avevo mai visto dei cavalli veri! Erano così grandi e belli, che il mio primo istinto fu quello di accarezzarli, ma poi m’imposi di restare ferma dov’ero e mi limitai a guardarli per studiarne i dettagli.

I libri olografici erano molto accurati, ma le dimensioni degli animali erano ridotte rispetto agli originali.

Jessica era immobile esattamente come me e li guardava a bocca spalancata, mentre i due uomini prendevano le briglie e vi saltavano sopra con pochi agili balzi.

Improvvisamente realizzai due cose. La prima fu che i cavalli avevano risposto al

richiamo di un predatore, cosa che in natura era poco probabile se non impossibile.

La seconda era che anche noi saremmo dovute salire sugli animali, per il tempo del

tragitto e solo l’idea mi fece rabbrividire.

– Vi volete sbrigare? – incalzò l’ultimo arrivato col tono pieno di disprezzo.

Jessica si mise le mani sui fianchi – E come dovremmo fare secondo voi? Non

abbiamo idea di come si salga su quei bestioni. –

Ruggito facile fece avvicinare il suo cavallo alla mia amica e le rivolse un sorriso

beffardo.

– Ti lascio la staffa libera. Infilaci il piede e sollevati con la gamba. –

Lei tutta rossa in faccia gli lanciò un’occhiata oltraggiata – Forse non ti sei accorto

che non sono precisamente uno stecchino e, ammesso che riesca a salire, come facciamo a stare seduti in due là sopra? –

Lui si issò con le gambe muscolose e si portò dietro la sella, lasciandola libera per lei – Sali senza fare tante storie, io posso cavalcare anche così. –

Avevamo esaurito le scuse, tanto valeva provarci.

Mentre Jessica cercava di sollevarsi con molto sforzo, l’uomo le allungò la mano, aiutandola a sistemarsi in groppa, più per una questione di fretta che per generosità d’animo, come suggeriva la sua espressione impaziente.

Presi un bel respiro e quando l’uomo col ciuffo seguì l’esempio dell’altro per lasciarmi il posto libero, seguii le istruzioni alla lettera, sperando di non rovinare a terra dando un pessimo spettacolo di me. Il tipo non mi aiutò, piuttosto compiaciuto davanti ai miei due tentativi falliti, ma non mi conosceva. Non poteva sapere che quando mi intestardisco su qualcosa, non c’è fallimento che tenga.

Alla fine vinsi io e mi ritrovai seduta come se fossi nata già in sella.

– Reggiti forte alla criniera, se non vuoi sfracellarti a terra. – sghignazzò simpatia dietro di me.

Senza alcun preavviso tirò le redini e l’animale cominciò a muoversi. Ben presto il trotto divenne un galoppo e scoprii che lo sbattere continuo del corpo sul cuoio

duro era molto più doloroso di quel che sembrava nei racconti e lo stare in sella era molto difficile, con la muscolatura del grosso animale tutta in movimento sotto di me.

Il suono ritmico degli zoccoli che picchiavano sul terreno risuonò nel silenzio ovattato di quella natura incontaminata, mentre la nostra avventura cominciava.

Malgrado il pericolo si potesse avvertire intorno a noi, la sensazione inebriante di

correre su quel grosso animale, col freddo che sferzava la pelle, mi fece scoprire il

giusto modo di muovermi insieme a lui, nonostante la fastidiosa presenza dietro. Riuscii persino a godermi il viaggio, ridendo, ritrovando, anche se per un breve momento, la spensieratezza andata perduta negli anni.

Sì, io avevo dimenticato cosa significava lasciarsi andare, ne avevo riposto il ricordo nel baule delle cose smarrite, insieme ad altri ricordi della mia fanciullezza e il rendermene conto portò con sé un pizzico di rimpianto.

La criniera nera dello stallone ondeggiava davanti ai miei occhi mentre ci inoltravamo sempre più nel fitto buio della foresta. Ogni tanto ci fermavamo per far riposare i cavalli e io ne approfittavo per avvicinarmi e guardarli bene da vicino, poi riprendevamo il galoppo verso la struttura, seguendo le indicazioni del GPS di Jessica.

Quella cavalcata durava ormai da ore e il corpo dolente cominciava a farmi desiderare un po’ di vero riposo, possibilmente sdraiata su un morbido materasso. Cosa avrei dato anche solo per una poltrona!

Distratta da quei pensieri non mi accorsi che un animaletto selvatico, sbucato all’improvviso da una siepe, si era trovato quasi travolto dalle zampe del cavallo che nitrendo spaventato s’impennò, disarcionandomi.