Quel sottile confine tra noi _capitoli XVIII° seguito e XIX°_ di Anastasya

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Ci sono valori che vanno al di là di tutto, affetti per cui vale la pena lottare, persone pulite, genuine che non vanno colpite. Persone che vanno protette e per cui si può, e a volte si deve, saper rinunciare.

Sono tesori preziosi. Ne esistono poche di persone così, davvero poche e, quando si ha la fortuna di incontrarne qualcuna, bisogna sapersela tenere stretta… 

 

Trovò quasi subito il negozio, distava solo qualche isolato dall’appartamento e, quando vi entrò, rimase affascinato dalle grandi foto appese alle pareti, qualcuna con bellissimi volti sorridenti, altre con scorci di paesaggi sorprendenti.

Diverse, erano delle gigantografie in un formato alquanto strano. Si avvicinò ad una di quelle per guardarle meglio.

“Vedo che è stato colpito dalla foto. Vuole farne una con queste misure per qualcuno?” l’uomo, un attempato settantenne, gli si accostò porgendogli la mano.

Damian ricambiò la stretta comprendendo subito che era la persona menzionata sul foglio di carta.

“Salve. Avrei una richiesta piuttosto particolare da farle.” Gli disse.

“Prego, sediamoci mentre mi espone l’idea.” Lo invitò l’uomo, accompagnandolo nel salotto laterale.

 

“Dai, mamma, nessun problema. Ci vogliono ancora tre giorni a Natale. L’importante è che torniate per tempo. Va bene, abbracciali per me.”

Poggiai il cellulare sul tavolo di cucina ripensando alla telefonata. Si stavano divertendo così tanto che avevano deciso di prolungare le vacanze per qualche altro giorno. Sarebbero rientrati la vigilia.

Il pensiero di poter disporre ancora di qualche giorno mi mise in uno stato d’animo rilassato.

Cosa posso fare in due giorni? Avendolo saputo prima avrei prolungato la vacanza nella baita.

Damian tornò ad invadere i miei pensieri.

Non che lo avessi scordato! Però l’unico modo per potermi concentrare sul presente, era metterlo in fondo alla mente; chiuso dentro una stanza in attesa che lo facessi riuscire.

Che pensiero ridicolo. Anche solo l’idea di mettere quell’uomo in una stanza mi faceva sorridere.

Quanto avrei voluto sapere cosa facesse nel suo mondo. Se aveva una famiglia, come era il suo modo di vivere.

Ed ecco che imperterrite, un’altra immagine. Quella di una bara che mi fece drizzare i peli sulle braccia.

Era un vampiro, ok, questo ormai era chiaro, ma ciò che pensavo sfuggiva ai soliti canoni con i quali ero cresciuta o mi ero scontrata negli anni. Le uniche realtà a riguardo erano i vecchi racconti delle masse e svariati libri che spaziavano dall’horror, all’amore esagerato.

Per la maggiore, a parte qualche eccezione, i film rappresentavano i vampiri come esseri in grado di provocare, nella mente umana, un terrore puro, mantenendoli altresì nella solita visione di mostri che vivevano circondati dal sangue e dal dolore.

Chissà se un domani i miei figli avrebbero avuto un’occasione per conoscere questi esseri così diversi da loro e così misteriosi.

Sospirai cercando di mettere a tacere la mente che iniziò a percorrere la tangenziale dei pensieri, andando a scontrarsi con ciò che iniziava a scoprire su di loro.

Andai in bagno sperando che una doccia avrebbe dato pace a quel continuo ronzio.

La notte arrivò veloce nel suo silenzio e nel suo cullare la mente nell’oblio del sonno. Non mi resi conto di dormire fin quando non mi ritrovai in quel buio assoluto che riconobbi come il mondo di Damian.

Vissi quella consapevolezza in modo calmo e non più agitato come le prime volte e quasi speravo fosse stato lui a cercarmi.

Mossi qualche passo con cautela, rendendomi conto che un leggero chiarore, che non c’era nei precedenti sogni, mi facilitava la visione di ciò che mi circondava. Guardai la luna che con il suo bianco argenteo riusciva a filtrare quel nero assoluto con abili binari di filamenti fantasma.

Con silenziosa audacia, avanzai in quella semi oscurità e con sorpresa mi ritrovai a seguire una stradina sterrata, simile al percorso innevato che mi aveva condotto al rifugio dei cacciatori qualche giorno prima.

Le pietre con componevano la stradina erano così bianche che rilucevano di luce propria, permettendomi di seguirne il sentiero.

Avevo perso il terrore e l’angoscia delle volte precedenti ritrovandomi circondata da un senso di protezione e sicurezza del tutto nuovi.

“Damian?” non mi resi conto di aver pronunciato il suo nome a voce alta.

“Sei coraggiosa a tornare qui, Alessandra.”

La sua voce giunse così vicina che mi voltai a cercarlo.

Che delusione in fondo al cuore! Compresi dalle sue parole che non mi aveva cercata e la cosa mi provocò nel petto la fitta di una lama.

Convinta oramai di aver immaginato anche la sua voce continuai a camminare. Volevo scoprire dove mi avrebbe condotta quella strada. Ad ogni passo ciò che mi circondava prendeva forma e luminosità, rendendo facile riconoscere le diverse piante e i loro colori.

Ammirai quel paradosso, perché in tutta quella oscurità che a fatica la luna, con le sue eteree braccia, cercava di fendere, non potevo non notare l’ineguagliabile bellezza di quel posto, tanto che pensai che con ogni probabilità alla luce del giorno mi sarebbe apparsa meno affascinante.

“Continua a camminare senza fermarti, io ti aspetto oltre il ponte.”

Trattenni il fiato. Allora lui c’era.

Proseguii con rinnovato interesse su quel percorso, curiosa di scoprire dove mi volesse condurre il padrone di casa.

Dove e quando quella fiducia nei suoi confronti avesse messo radici nel mio cuore, fino a dargli una totale certezza, non era facile da comprendere. Neppure il pensiero del pericolo sfiorò la mia mente mentre andavo incontro al vampiro in attesa oltre quel sempre più lontano ponte.

Eppure, nella vita normale una delle prerogative che spesso mi avevano salvata da situazioni pericolose, era stata la scarsa fiducia che riponevo nel prossimo. Ma con lui era tutto diverso.

Stavo vivendo un momento surreale, nuovo e totalmente in balia di un essere che conoscevo da poco, con una voce meravigliosamente sensuale, profonda e non stetti a ragionare sul fatto che l’impulsività mi stava conducendo ad una conclusione della vita precoce e dolorosa.

Era mai possibile che in così poco tempo le nostre anime avessero creato, o si fossero trovate a concretizzare, quell’affinità che solitamente non si riesce a condividere e raggiungere in una intera vita?

Questa domanda me la ponevo spesso senza mai avere risposta.

Scossi la testa cercando di concentrarmi sul presente onde evitare di perdermi, anche se dubitavo che Damian me lo avrebbe permesso.

Sorrisi nel ricordare che vantavo un debito nei suoi confronti, uno che speravo lui avrebbe onorato.

Ad occhi chiusi, Damian si concentrò su quella figura che incerta avanzava nella sua direzione.

La vedeva così distintamente che quasi la poteva toccare.

Era stato forse un azzardo portarla nuovamente nel suo mondo? Soprattutto all’insaputa dell’alto Consiglio?

Probabilmente sì, ma la cosa non lo preoccupava poi così tanto. Quella era la sua terra, la sua dimora, la sua vita. Nessuno poteva vantare diritti su ciò che gli apparteneva.

“Sii onesto con te stesso, Antico, cosa speri di ottenere con la sua venuta?” si disse ad alta voce, come a voler esorcizzare vane speranze.

In cuor suo sapeva cosa voleva, ne aveva preso coscienza, malgrado avesse cercato di opporsi e combattere tale sentimento non appena aveva aperto gli occhi in quel piccolo rifugio dei cacciatori.

Vederla così vicini, vulnerabile al suo potere e così coraggiosa e impavida da salvargli la vita, nonostante il suo comportamento fosse stato indifferente e alle volte spocchioso, gli aveva scatenato dentro un profondo interesse.

Era una valorosa, una guerriera, sicuramente abituata a combattere le proprie battaglie con le sue sole forze. Il sentimento di fierezza lo aveva sopraffatto facendogli battere il cuore dopo tanto tempo. Aveva acquisito abbastanza esperienze nelle vite passate da aver appreso che la vita stessa, alle volte, spalanca le porte a delle grandi novità.

Ora comprendeva le parole di suo padre, quando era solito dirgli con voce profonda: gli errori del passato sono gli insegnamenti del futuro.

Strinse i pugni in trepida attesa di lei.

 

Costeggiai alte mura di pietra le quali probabilmente racchiudevano una dimora. Una rientranza conduceva ad un enorme portone di legno parzialmente aperto. Lo attraversai con la sensazione che un tempo carrozze e cavalli da tiro pesante con uomini in groppa, lo varcassero con la tronfia spavalderia di un’epoca, in cui l’onore e la cavalleria facevano da padroni.

Se non fosse stato per il desiderio che avevo di rivederlo, probabilmente mi sarei soffermata ad ammirare ciò che racchiudevano quelle mura impenetrabili.

Ma lui era lì, al centro di un immenso piazzale, leggermente illuminato dalla luna e dalle luci provenienti dalla grande dimora alle sue spalle.

Mi bloccati lasciando qualche metro fra noi, certa che le mie gambe non avrebbero retto un altro centimetro. La sua figura era imponente in quella penombra mentre mi scrutava aspettando forse una mia mossa, che sapevo di non essere in grado di fare.

“Ciao.”

“Sei arrivata finalmente, credevo ci avresti messo meno tempo.”

Lo guardai torva, “Bè, vorrei vedere te camminare bendato in mezzo al nulla, se riusciresti a correre spensierato!” sollevai un sopracciglio infastidito non sapevo neppure io da cosa.

“Ah, ma io vedrei comunque anche ad occhi chiusi, sai?” continuò a punzecchiarla.

Voleva allentare la tensione che sentiva crescere fra loro. Sicuramente era stanca e infreddolita e lui troppo teso per la sua presenza in casa sua. Erano passati troppi anni dall’ultima volta che una donna aveva varcato quelle mura e solo per la sua libera scelta.

Si passò una mano fra i capelli. Aveva fatto totale piazza pulita attorno a sé, riconobbe.

Il vederlo così chiaramente nel suo mondo era un’esperienza unica. Appariva rilassato, padrone di ciò che lo circondava tanto da sembrare fosse avvolto da un alone di fascino tutto suo. I battiti del cuore continuavano a martellarmi le tempie e più lo guardavo, più le emozioni salivano dal basso verso l’alto per poi ricapitolare in una discesa talmente veloce e nuova, da provocarmi dolcissimi spasmi nella mia parte più intima.

Dio, se solo vederlo mi provoca tale piacere, non osavo immaginare quale reazione avrebbe scatenato nel mio corpo una sua semplice carezza.

Rimasi a fissarlo in religioso silenzio per paura di perdere in quell’infinito le vibrazioni che mi avvolgevano in una spirale di brividi e contrazioni nello stomaco. In quella tenue luce lunare Damian era ancora più bello e misterioso. Non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso e lui faceva altrettanto fissandomi con un’intensità che mi penetrava nella pelle. Eravamo collegati da filamenti invisibile che ci imprigionavano in quell’attimo di deliziosa attesa.

“Sei infastidita che ti abbia cercata?” Chiese.

Scossi la testa, “Assolutamente no! Forse il termine giusto è sorpreso, ma sono felice che tu l’abbia fatto. Ora vorrei capire il perché.”

Damian si avvicinò offrendole il braccio.

“Volevo farti conoscere il mio mondo, la mia casa e me. Non sono un ragazzino, sono vivo da molto tempo e morto forse da ancora di più. Ho visto cose inimmaginabili, cose che spero tu non conoscerai mai. Il mio sangue non segue la via del cervello, ma io lo seguo ciecamente e a volte mi porta a fare degli errori o delle scelte sbagliate, questo da oltre trecento anni. Ma di una cosa sono sicuro: te!”

Rimasi con fiato sospeso in attesa che continuasse, perché doveva esserci per forza un continuo al suo discorso, non poteva lasciarmi così!

Che intendeva con sicuro di te?

Fissai quelle iridi fredde e calde insieme, perdendomici dentro.

“Vieni, voglio mostrarti la mia casa.”

Mi strinse delicatamente il braccio invitandomi a camminare al suo fianco verso quella imponente struttura ad archi e terrazze sporgenti. Un giardino perfettamente curato diviso in due da una stradina che portava alla grande porta di ingresso contornava, abbellendo, qualcosa di già perfetto.

“La tua casa è stupenda, Damian, ci vivi da solo?”

Dandomi della stupida continuai a camminare senza guardarlo in viso, pensando che certe volte la mente fa di testa sua e la bocca va di pari passo. Che accidenti mi era venuto in mente? Dovevo per forza farmi del male scoprendo che aveva una famiglia, magari con prole a seguito e una eterea e formosa donna al suo fianco?

Non mi accorsi che Damian si era fermato davanti all’imponente porta e ancora persa in quei pensieri non feci in tempo a fermarmi che andai a sbattere il naso sui granitici muscoli della sua schiena, mentre si accingeva ad aprire.

“Mi dispiace, ero sovrappensiero.” Gli dissi strofinandomi il naso dolorante. Era fatto d’acciaio.

“Ti sei fatta male?” mi chiese premuroso ma con una luce divertita in fondo agli occhi.

“Mi stai prendendo in giro per caso?”

“No.”

“Allora perché hai quell’espressione strana?”

“Non saprei. Proseguiamo?” rispose dandomi le spalle e aprendo la porta.

Vedendo che lei non si muoveva, Damian si chiese dove avesse sbagliato questa volta.

“Lo ammetto, mi stavo divertendo. Ma mi puoi ben capire, avevi una faccia…” si portò la mano tra i capelli nel vano tentativo di mitigare l’ilarità che gli scuoteva il petto “Ti strofinavi il naso con quell’espressione buffa, non ho saputo trattenermi. Non puoi aver…”

Alessandra proruppe in una fresca risata bloccandogli le parole in gola. Rimase ad osservarla, estasiato dal piacere che quel suono melodioso gli scatenava dentro. Sentì il corpo reagire repentino, come se un’immensa sete lo stesse divorando dall’interno. Ne era attratto a un livello tale che solo ora si rese conto, che quella melodia stava diventando una fonte di vita essenziale.

Rimase perduto in essa.

“Ti credo.” Dissi continuando a ridere mentre mi portavo le mani sul volto, “Dovevo essere ridicola. Sai, era da tanto che non ridevo con un tale piacere, avevo scordato che si potesse provare un tale appagamento a lasciarsi andare a tanta spontaneità. Credo di averlo precluso dalla mia vita per paura che mi distraesse dalle gravità che stavo vivendo.”

Damian scosse la testa “Mai, non farlo mai con me. Mi accorgerei se non fossi sincera e spontanea. E so che non mi piacerebbe che ci fosse questo fra noi.”

Colsi quanto era importante per lui che io rispettassi questo compromesso e, francamente, non gli diedi torto. Nella vita avevo selezionato con molta cura le mie amicizie, allontanando senza reticenze coloro che mancavano di sincerità.

“Sono contento che ti piaccia la mia casa, spero ti faccia lo stesso effetto il suo interno.” Porgendole la mano la invitò a varcare per prima l’ingresso.

Afferrai la sua mano vedendo la mia scomparire fra quelle dita lunghe e forti.

Lo oltrepassai tirandolo leggermente in modo che entrambi varcassimo l’entrata nello stesso momento.

L’ambiente era immenso e dolcemente illuminato da candele strategicamente posizionate. Sembrava di aver varcato un’altra dimensione ritrovandomi in un’epoca antica.

Damian mi lasciò consentendomi tutto il tempo per guardarmi attorno.

L’enorme scalinata di legno intarsiato, che padroneggiava nel bel mezzo della sala catturò la mia attenzione, come anche, la balaustra che girava tutto intorno al piano superiore.

Quella casa vantava ampi spazi e arredi pregiati, ma non sfarzosi. Più mi guardavo attorno estasiata, più apprendevo una qualità di lui che non pensavo avesse: gli piaceva circondarsi di cose belle. La maggior parte delle pareti erano rivestite da grandi quadri rappresentanti lussureggianti foreste e alte cascate che andavano a morire in laghi sottostanti. Altri, erano ritratti di famiglia, con visi dalle fattezze simili alle sue.

I miei passi rimbombavano lenti e ritmici in quello spazio e quando sollevai la testa rimasi rapita dal meraviglioso affresco sul soffitto.

Racchiuso da un insieme di piante e fiori, al suo centro prendeva vita una passeggiata a cavallo di nobili vampiri in nere vesti e donne bellissime al loro fianco, vestite in abiti d’epoca ed espressioni conturbanti.

Rimasi col naso per aria accorgendomi che anche lui faceva parte del dipinto. Leggermente discosto dal fusto di una grande quercia, mentre accarezzava uno stupendo cavallo grigio dalla lunga criniera ed enormi zoccoli.

Notai la sua espressione triste malgrado avesse cercato di nasconderla sotto un’apparente serietà. E nonostante lo conoscessi da poco, ero certa che il giorno in cui era stato immortalato in quell’affresco, qualcosa l’avesse reso tremendamente malinconico.

Con difficoltà spostai lo sguardo altrove e iniziai a girare in tondo seguendo il disegno sulla mia testa. Ero attratta da quelle perfezioni e dai tenui colori usati per esaltare i fiori, le piante e gli incarnati dei modelli che tutto sembravano fuorché pallidi vampiri. La maestria del pittore era riuscita a dar vita ai loro occhi, rendendoli reali come se fossero davanti a me, in carne e ossa.

“È veramente bello. Non riesco a non guardarlo.”

“Quella è la mia famiglia. I miei fratelli, con le loro compagne.”

“Immaginavo. Però tu non sembravi particolarmente in vena quel giorno, mi sbaglio?” gli dissi indicandogli la quercia dove era intento a coccolare il superbo cavallo.

Sorrise senza alzare la testa, “Eravamo ignari di essere i protagonisti di un desiderio di nostra madre. Durante le passeggiate ci faceva seguire da uno dei suoi uomini tuttofare, come piaceva chiamarli a nostro padre. Lei era costretta a letto da una brutta malattia dovuta al morso di un abominio, ma non voleva perdersi niente delle nostre vite, cosa facevamo o dove andavamo nel tempo libero. Scoprirai, guardandoti attorno, che la maggior parte dei quadri che adornano le pareti di tutta la casa, sono frammenti di ciò che era riuscita a condividere con noi.”

“Mi dispiace tanto. Ma la posso capire, se mai io avessi un problema del genere e fossi nelle condizioni di non poter seguire, coccolare e amare come vorrei i miei figli, credo ne morirei.”

Una brezza arrivò dalla porta alle nostre spalle lasciandomi perplessa nel vedere che era chiusa.

Quella casa doveva essere piena di spifferi.

Damian si portò una mano sulla fronte strofinandosi stancamente gli occhi.

“Sbaglieresti a pensarlo, questa dimora è impenetrabile.” Disse sospirando. “Aspettami qui per favore.” E senza attendere oltre, sparì dalla mia vista lasciandomi un senso di disagio dentro.

Corio se lo trovò alle spalle all’improvviso. Aveva dimenticato quanto poteva essere furtivo quel diavolo di Antico.

“Spero sia una questione di vita o di morte, amico mio, perché hai interrotto qualcosa di importante.” Damian sfoderò un sorriso tirato mostrandogli le punte delle sue grosse zanne.

Dannato vampiro. Non poteva cogliere momento peggiore per fargli visita.

Nascondendo un brivido improvviso, Corio incrociò le braccia sul petto.

“Volevo avvisarti che l’ho portata qui.”

Fulminee, quelle parole misero radice nella sua mente. Allungò un braccio afferrandolo per la spalla.

“Che accidenti vuol dire, l’ho portata qui? Ti è andato in pappa il cervello?”

Corio, si passò una mano dietro il collo innervosito dal suo atteggiamento.

“Non potevo lasciarla un’altra volta. Non puoi capire cosa si prova a dover rinunciare una seconda volta a colei che ti appartiene, l’unica che compensa quella parte che sai non troverai mai con nessun’altra. È una battaglia persa dall’inizio. Ogni giorno smaniavo dal desiderio di rivederla, riabbracciarla e portarla via con me, non puoi capire.”

“Piantala di dirmi che non posso capire. Ci riesco eccome.” Ringhiò volgendo lo sguardo verso la porta.

Corio seguì il suo esempio e dopo un attimo i suoi occhi si restrinsero sondando oltre le mura.

Dopo un primo impatto che lo lasciò del tutto incredulo, si girò verso l’amico di vecchie battaglie, dandogli una poderosa pacca sulla schiena.

“Bastardo di un Antico! Ti sei prodigato a farmi un inizio di paternale, mentre ti trastullavi in silenzio con la tua umana? Almeno io ho avuto la decenza di presentarla agli anziani, prima di venire da te.”

Al suo sguardo sbigottito, Corio sollevò un sopracciglio.

“Eh, sì. Inizialmente non la volevano neppure sentire, figurati che l’hanno pure offesa. Ma è stata coraggiosa e non ha risposto a nessuna delle loro provocazioni. Le si leggeva in viso l’indifferenza per ciò che pensavano quegli esseri incartapecoriti e imbalsamati nei loro abiti eleganti.

Pensa che ad un certo punto, mi è arrivata in testa una nenia.” Si mise a ridere “Mentre quelli le urlavano contro, lei canticchiava fra sé. L’ho adorata, Damian, non sono mai stato così orgoglioso di niente e nessuno come di lei oggi. Ma bando alle chiacchiere, sono qui per dirti che ora è libera di vivere qui e grazie all’unione dei loro poteri, Patrizia ha riacquistato la sua giovinezza.”

Non sapendo cosa dire, dopo tutte quelle informazioni sputate fuori velocemente da un Corio al settimo cielo, Damian rimase in silenzio cercando di dare un senso a quella marea di parole. Fin da piccoli la rigida educazione imponeva ordine ed equilibri dal quale nessuno poteva esimersi, o modificare in alcun modo. Sentirlo parlare con una tale euforia di una cosa di così radicale mutamento, lo lasciava interdetto.

Percepiva Alessandra muoversi dentro le mura, sbirciare incuriosita nelle stanze al piano terra mentre sentiva i minuti scorrere velocemente.

Se ciò che Corio diceva era, anche in minima parte, reale, forse per Alessandra poteva esserci un futuro anche nel suo mondo. Avrebbero potuto passare del tempo insieme ai ragazzi nella sua terra, nella sua casa e forse…

Corio, gli si affiancò.

“Vai da lei, fratello, aprile il tuo cuore e raccontale tutto ciò che ti ho detto. Lasciale la libertà di scegliere.” Disse posandogli una mano sulla spalla mentre le sue labbra si allargavano in un sorriso sereno “Era da molto che non mi sentivo così rilassato al tuo fianco. Mi è mancata questa sensazione.”

“È mancata anche a me, Corio. Oggi stiamo rinnovando la nostra amicizia e non ti nascondo che la cosa mi riempie di gioia.” Aggiunse, suggellando quelle parole nella poderosa stretta delle loro mani.

Come suo solito, Corio sparì così come era apparso e Damian, si materializzò all’interno della sala da pranzo davanti ad Alessandra, intenda a curiosare fra le pietanze sulla tavola.

Rimase ad osservarla ancora un po’, approfittando della sua distrazione.

 

Anastasya