Almanacco _La Triste Mietitrice – l’origine della sua figura _

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La triste Mietitrice

 

 

 

 

 

Sono varie le rappresentazioni storiche della morte. Per la maggiore raffigurata come una figura scheletrica ammantata di vesti nere e fluenti, con in mano una falce.

Eppure, la stessa immagine non è casuale, infatti tutto in questo simbolo è colmo di significato.

Questa figura, tanto temuta, proviene da un periodo della storia umana che ancora oggi fa rabbrividire, la Morte Nera, cioè la peste bubbonica, che scoppiò nel XIV (quattordicesimo) secolo, divenendo una delle pandemie più letali della storia. Oltre venticinque milioni di persone morirono a quel tempo, e tanti altri continuarono a morire nei focolai che si accendevano di tanto in tanto.

Quindi non sorprende che il terrore della morte avesse iniziato a pervadere la società e la psiche umana, a quei tempi, soprattutto nel vedere il dolore causato da questa malattia che non lasciava scampo se non ad una percentuale molto esigua di umani. L’orrore di chi assisteva alla mutazione della pelle dei malati, alla carne annerita e la cancrena che ne conseguiva, non svaniva negli anni. 

E fu così che l’arte iniziò a raffigurare la morte, come una figura scheletrica.

Tutt’oggi, qualcuno pensa che tale figura sia scaturita dai cadaveri che, a quel tempo, si trovavano per le strade; morti per la peste, che nessuno osava seppellire.

Nelle rappresentazioni artistiche, la morte veniva sempre rappresentata con un’arma. Che fosse una balestra, una falce o qualcos’altro, non aveva importanza. Poi fu la falce a prendere il sopravento sulle altre. Essa, finì per rappresentare l’arma d’elezione in quanto sembrava che la morte stesse falciando gli umani, come se fossero grano maturo in un campo.

Il suo mantello veniva associato al colore del lutto, tradizionalmente indossato ai funerali e dai cari ancora in lutto. Inoltre, la morte si nasconde fra le ombre e nelle tenebre, perché il suo divertimento maggiore è giocare con le paure dell’uomo il quale non sa, quando il mietitore lo ghermirà per portarlo nella tomba.

Questa inintelligibile figura è diventata una fonte di ispirazione per i narratori di storie horror e fantasy sin dal suo inizio. Duratura, nel tempo, la sua figura innesca ancora forti emozioni, senza che ce ne rendiamo conto.

Dice un proverbio: Nulla nella vita è certo, tranne la morte e le tasse.

La maggior parte di noi, la certezza di essere umani non è così concreta. Infatti, secondo i biologi, la morte è la cessazione totale dei processi vitali che, alla fine, sopraggiunge ad ogni essere vivente.

Sfortunatamente, tale definizione non descriva adeguatamente cosa sia la morte. Non sappiamo cosa vuol dire morire. Cosa vedremo o come ci sentiremo, oppure cosa faremo e dove andremo.

Al contrario, la mietitrice dal nero mantello e falce di morte, sappiamo esattamente chi è e cosa vuole!

Viene per ognuno con clessidra in mano, in attesa dell’ultimo granello di vita, con la sua lama affilata. Avanza senza pietà alcuna, non si sofferma in ragionamenti inutili né si mercanteggia.

Quando è arrivata la tua ora, non c’è nulla che tu possa fare o dire per fermare l’ineluttabile.

I Vichinghi, e le culture nordiche europee, dicevano: “Puoi tentare di nasconderti, scappare e gridare, ma quando la tua ora è giunta tutto finisce” … ecco perché spesso, affrontavano la morte ridendo.

Questo, forse anche con un pizzico di tristezza per il suo compito, è il triste lavoro della Mietitrice di Anime.

Ma, mi chiedo: perché gli umani si sono sentiti in dovere, quasi, di rendere tale personaggio così triste? Perché, al contrario, non farne una guida amichevole e utile per gli inferi?

A questa domanda, probabilmente, ha risposto Lewis Carroll: è meglio iniziare dall’inizio. L’inizio può essere trovato nei miti della creazione presenti in tutte le culture.

In ogni cultura e religione, gli esseri umani sono creati inizialmente come esseri immortali, spodestati di questa stessa oppure che persero per errori, o scelte, tale facoltà. Nel libro della Genesi, Dio creò Adamo ed Eva per prendersi cura del mondo che aveva creato e per popolare la Terra.

In altre religioni, gli umani furono creati umani col compito di tentare, fallendo, di raggiungere tale immortalità.

Un racconto in particolare mi ha colpita:

The Epic of Gilgamesh racconta questa storia. In un racconto della letteratura mesopotamica, dove Gilgamesh era figlio di una dea e di un re umano.

Tuttavia, rimase mortale come qualsiasi altro uomo, incluso il suo migliore amico Enkidu. Ma quando Enkidu morì, il grande eroe venne perseguitato dalla prospettiva della morte e partì alla ricerca dell’immortalità. Non trovandola, tornò a casa accettando felicemente la sua vita mortale.

Ma gli umani, per la maggiore, non sono così accomodanti.

Noi, siamo turbati dall’idea della nostra stessa mortalità. La morte è un’ombra costante che incombe su tutto ciò che facciamo.

Un sondaggio del 2007 ha rivelato che: il 20% degli americani di età pari o superiore a cinquanta anni, si spaventano quando pensano a cosa succederà loro quando moriranno. Il 53% crede nell’esistenza di spiriti o fantasmi; il 73% di loro crede nella vita dopo la morte.

“Niente da dire, è importante ragionare su ciò che potrebbe accadere mentre moriamo, o cosa succede dopo la morte. Forse è un modo macabro di dare un senso alla morte e alla mortalità, oppure, un modo di trasformare un fenomeno astratto in qualcosa di reale e tangibile. Nel senso che se guardi la morte e vedi in essa un volto familiare, puoi irrazionalmente capirla. Se guardi la morte e vedi un viso gentile, ancora meglio, perché riesci a mettere da parte le paure!”

Oggi, la Triste Mietitrice, è terreno fertile per i narratori.

Quale scrittore non proverebbe del fascino dinnanzi a quell’oscura, e arcana, manifestazione di oscurità?

 

Anastasya