Eco dal Passato di Aka Misato – capitoli 11 e 12 –

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Capitolo 11

Ren cercò di mettersi comodo su quel minuscolo divano che lo conteneva a malapena, distendendo le gambe e adagiandole sul cuscino.

Guardò l’ambiente, osservandone i dettagli: i mobili in legno eleganti e robusti, le rifiniture di porte e finestre, le tende sobrie e pulite e infine il grosso lampadario che pendeva al centro del soffitto. 

Tutto lì dentro gli sembrava un immenso spreco di risorse. 

Perché gli esseri umani avevano quel bisogno di circondarsi di cose inutili? Lui amava la bellezza, questo era pur vero, ma era anche uno che riconosceva alla praticità un’importanza superiore e se il piacere che dava sguazzare in mezzo agli ornamenti andava a scapito della sopravvivenza anche solo di un membro della sua famiglia, allora preferiva l’umido di una grotta, spoglia e senza orpelli, a ricordargli quanto fosse preziosa la vita.

Cassandra si sedette sul divano di fronte, interrompendo il flusso ininterrotto dei suoi pensieri.

Si mise più comodo, o almeno ci provò, piegando la gamba e poggiandola sullo schienale, mentre si reggeva su un gomito.

Aveva qualcosa in mente, lo leggeva chiaramente nella sua espressione corrucciata.

– Cosa c’è, Cassie? –

La madre di suo figlio emise un lungo sospiro, facendo vagare gli occhi nella stanza – Molti di noi sono rimasti feriti nell’attacco. Ho visto la loro struttura ospedaliera e ho visto anche con quanta gentilezza il medico umano si è preso cura di Nyad. –

Ren socchiuse le palpebre ancora pesanti dopo il sonno, aspettando di capire dove volesse andare a parare con quel discorso.

– E? –

– E pensavo a quanto ci farebbe comodo l’aiuto di questi medici al villaggio. – concluse rivolgendogli uno sguardo di traverso.

– Scordatelo. –

Lei scattò in piedi come una molla, passando all’attacco. Non si sarebbe arresa così facilmente. Tipico di Cassie, battere il ferro finché era caldo, senza porsi il problema di risultare molesta nel suo assillo.

– Senti, so cosa pensi degli umani e sai che sono d’accordo con te, ma questa volta cerca di essere meno… cocciuto. –

Lui sorrise, sentendo affiorare una certa irritazione e le lanciò un’occhiata truce – Cocciuto? Cosa ti aspetti che faccia? Che li guidi dentro casa nostra e permetta loro di distruggere ogni cosa? Eppure sai che questa razza è peggio di una pestilenza. –

– Non dico di portarne molti e neanche di guidarli al villaggio. Potremmo bendarli. –

Lui sollevò un sopracciglio, fissandola ironico – Aspettandoti poi che ti

aiutino coi feriti, ringraziandoti per l’accogliente ospitalità? –

Un broncio testardo increspò le sue labbra – Potremmo semplicemente chiedere il loro aiuto. Nyad deve tornare domattina per un’altra medicazione e nel frattempo possiamo pensarci. –

Quando se ne andò, Ren rimase a pensare alle sue parole. Sapeva anche lui che l’aiuto di qualche dottore avrebbe fatto la differenza, non era mica un idiota, ma era reticente a concedere a quella gente l’opportunità di portare la rovina nella sua casa. Non aveva fatto quello che aveva fatto per vedere andare tutto alla malora, proprio quando le cose sembravano andare per il verso giusto.

La ragazza era andata a trovare il vecchio in ospedale, dopo aver fatto una doccia e aver sbocconcellato un disgustoso pezzo di cibo avvolto in un involucro di plastica. Aveva detto loro che sarebbero potuti restare lì a casa sua, fino a quando il bambino non avesse finito.

Li stava ospitando nonostante avesse ricevuto da lui solo insulti, oltre a quel suo trattamento tutto particolare.

Questo era notevole. E da incosciente, considerando quanto poco sapeva di loro.

Si stava facendo buio e questo gli fece venire in mente Sylen. Non poteva lasciar correre ciò che era successo al villaggio, perché avrebbe mandato un messaggio sbagliato, facendo erroneamente credere che fossero dei deboli che si potevano attaccare facilmente con qualsiasi pretesto. Doveva

affrontarlo e risolvere le cose come si usava tra la sua gente. 

Le rappresentanze si dovevano incontrare per decidere come appianare le divergenze tra le due comunità.

Si sentiva responsabile per l’accaduto, dal momento che aveva deciso di non rispettare l’accordo, l’aiuto in cambio delle due umane, ma quella condizione era stata inaccettabile e lui aveva mentito a un suo pari, solo per ottenere un alleato con l’inganno.

Jessica era stata una risorsa preziosa, non l’aveva mai tradito, diventando in tutti quegli anni quasi un’amica. E lui non tradiva gli amici.

Quando l’umana aprì la porta del piccolo appartamento, Cassandra e Nyad riposavano nella stanza accanto, mentre lui era da solo coi suoi pensieri, disteso scompostamente su quello scomodo divano.

Lei non si accorse della sua presenza se non dopo aver acceso la luce e trasalì per la sorpresa di vederlo lì al buio. Si scrutarono in silenzio per qualche istante e lui capì dall’espressione del suo viso che qualcosa la turbava, pur non essendo particolarmente interessato a conoscere la natura delle sue emozioni.

Depositò la chiave a forma di tessera sul mobile poggiato alla parete – Mio padre ha chiesto di vederti. –

Questa sì, che era una novità!

La ragazza si avvicinò appena, restando sotto l’ampio arco che separava l’ingresso dal salotto – Hai intenzione di andare? –

Non lo stupì che pensasse alla possibilità di un rifiuto da parte sua.

– E perché no? Se non altro mi terrò occupato, in qualche modo. – disse sorridendo senza calore.

Lei annuì con un cenno della testa, allontanandosi per entrare nella cucina e lui ne approfittò per uscire.

Il vecchio era sveglio quando entrò nella stanza, che odorava di qualcosa che gli faceva pizzicare le narici, stuzzicandogli uno starnuto.

Ma che diamine era? Non ricordava di aver mai sentito nulla di simile.

Si poggiò alla parete di fianco alla porta e lo guardò in attesa che parlasse, incrociando le braccia sul petto.

Sembrava tornato dall’oltretomba, con quella faccia scavata e gli occhi spiritati; in effetti era proprio quello che gli era successo e anche se non capiva nulla della loro medicina, sapeva che quando il cuore smetteva di battere nel petto di un uomo anziano, era difficile, se non impossibile, che riuscisse a sopravvivere.

– Sono felice di vederti. Perché non vieni a sederti qui vicino? –

– Sto bene dove sono. –

Impresse alla sua voce bassa una nota ostile, per smorzare, bloccare quella gentilezza fuori luogo e il vecchio sembrò capire subito che non avrebbe accettato compromessi.

Sospirò, intrecciando le dita delle mani adagiate sulla coperta grigia – Spero tanto che il tuo orgoglio non superi la tua intelligenza e che ascolterai quello che ho da dire con la mente aperta, cosa di cui ti ritengo capace. –

Ren lo fissò, cercando di non alimentare il fastidio che le sue parole innescarono dentro di lui – Falla finita e parla. –

Il dottore si umettò le labbra screpolate, come a raccogliere i pensieri prima di cominciare.

– Poco prima di avere l’infarto, ho ricevuto una e-mail che mi ha molto preoccupato. –

– Che cos’è una e-mail? –

– È una lettera elettronica, per così dire, scritta sul computer anziché su

un foglio di carta. –

Lui brontolò in risposta per dire che aveva capito.

– Mi è stata mandata da uno dei membri del gruppo a cui volevi tanto dare la caccia. – un sorriso ironico affiorò sulla bocca esangue – Vogliono la mia partecipazione agli esperimenti attualmente in corso, che completano quelli della ricerca originaria. –

La rabbia trovò un varco nella già fragile volontà di mantenere la pazienza e fece un passo avanti verso il letto, lanciando a quel piccolo uomo un’occhiata minacciosa.

– Stai calmo. Non ho alcuna intenzione di accettare, ma non ho potuto mandare la risposta perché mi sono sentito male. Il punto è che tu e la tua gente non siete al sicuro. Loro sono al corrente dell’esistenza della vostra razza e hanno i mezzi adatti a darvi una caccia spietata. –

– Hanno già cominciato con quei maledetti esperimenti, vecchio, nella

struttura dell’istituto di ricerca che entrambi ricordiamo bene. Ma

abbiamo ucciso tutti i bastardi che ci lavoravano, uno per uno. – disse con grande soddisfazione.

– Sì, me l’ha detto Anna, ma quel posto è solo una divisione come molte altre, non il quartier generale e le persone che avete massacrato sono solo pochi dei tanti. –

Gli sembrò un incubo senza fine, tanto irreale da chiedersi se stesse accadendo sul serio – Allora troveremo chi ne è a capo e lo toglieremo di mezzo, poi bruceremo tutti i loro maledetti istituti. –

Il vecchio si sporse in avanti, scuotendo la testa – Non capisci! Voi non avete alcuna possibilità contro di loro. Con che cosa avete intenzione di difendervi, con pugnali, bastoni e asce? Immagino che non siate pratici di armi moderne. Se potessi vedere con i tuoi occhi quale devastazione sono in grado di creare in pochi secondi, comprenderesti. –

A Ren sembrò di precipitare lentamente in un pozzo buio e profondo, dove nessuna luce avrebbe potuto rischiarare l’oscurità verso cui sembrava indirizzata la loro esistenza. Ma doveva pur esserci il modo di reagire e poter vivere in pace, lontani da quella follia.

– E che cosa dovremmo fare, secondo te, consegnarci senza lottare? È questo che mi vuoi suggerire col tuo bel discorso, dottore? –

L’uomo si schiarì la voce, liberando la gola da qualcosa che la ostruiva, ruotando gli occhi agitati – No! Ascoltami! Questa gente è così esaltata che non si fermerà davanti a niente, pur di raggiungere l’obbiettivo. Non smetterà fino a quando non vi avrà catturati tutti quanti, esaminati e sterminati! Io ti sto offrendo il mio aiuto perché possiate vivere la vostra vita com’è giusto che sia. –

Era frastornato, confuso. Non voleva il suo dannato aiuto, ma quelle parole fecero breccia, facendogli intravedere qualcosa in cui era pericoloso credere.

– Perché dovrei fidarmi delle tue parole? Perché mi stai dicendo queste cose? – Gli sibilò in faccia arrabbiato.

L’orgoglioso e vecchio dottore cercava di mantenere il contegno, ma quando Ren lo vide voltarsi, scorse nei suoi occhi il luccichio di lacrime intrappolate nelle ciglia canute. Indietreggiò di un passo, atterrito nel trovarsi inchiodato nel momento in cui passato e presente sembravano unirsi.

– Perché quando ti trovi in punto di morte è l’ultimo pensiero che ti fa capire chi sei e cosa hai fatto della tua vita. E l’ultimo pensiero che ho avuto, prima di perdere conoscenza, è stato il ricordo del mio sbaglio più grande, un crimine contro natura che mi ha reso un mostro loro pari. Io mi vergogno profondamente di non essere stato in grado di oppormi alla mia stessa sete di conoscenza, anche se andava a scapito di altri esseri viventi. – le lacrime cominciarono una lenta discesa tra i solchi del viso rugoso – Ho chiesto il perdono a Dio ogni giorno della mia vita, da

quando ho abbandonato il progetto e questo mi basta. Chiederei anche il tuo, ma so di non meritarlo. –

Ren ingoiò un nodo che gli serrava la gola, sorpreso e incredulo nel sentire delle parole così piene di compassione uscire proprio da quella bocca e non ebbe alcun dubbio che fossero sincere.

Un silenzio intriso di significato, lasciò le cose non dette in sospeso tra loro, ora come settantaquattro anni prima, quando aveva deciso di lasciarlo andare, preferendo la misericordia alla sete di vendetta.

Prese un respiro profondo e si avvicinò al letto, incrociando quegli occhi stanchi – In che modo avresti pensato di aiutarci? –

Non riusciva a credere che gli fosse scappato.

– Chiedi ad Anna di mostrarti il bunker sotterraneo e di farti vedere la mappa della città. C’è abbastanza spazio per tutti e ci sono delle armi, le uniche in grado di proteggervi. –

Ma come faceva a essere così incauto? Eppure aveva una mente brillante, era un genio nel suo campo, eppure confidava dei segreti che lui avrebbe potuto usare per annientarli tutti. Non capiva perché il vecchio stesse correndo un simile rischio.

– Sei un pazzo! Mi vuoi consegnare le chiavi della tua città e le sorti della tua gente, inclusa quella di tua figlia? Cosa ti fa pensare che non mi rivolterò contro di te? –

Un sorriso mesto allargò le labbra dell’uomo – L’avresti già fatto, sei dentro la città, no? E non è la prima volta. C’è anche il fatto che hai permesso a un medico di questo ospedale, un medico umano, di curare tuo figlio. Oltre a non aver ucciso ancora nessuno. – Sollevò un sopracciglio bianco – E poi, se devo essere del tutto onesto, questo è l’unico modo che ho per mettere a tacere la mia coscienza sporca. –

Ren sbuffò dalle narici un verso simile a una risata.

Era davvero possibile che nel genere umano ci fosse ancora qualcosa che valesse la pena salvare? Forse la gentilezza dimostrata dalla ragazza ne era una prova, così come quella del vecchio a suo tempo.

In fondo l’aveva sempre saputo, sapeva che un giorno si sarebbe trovato a dover mettere in discussione le sue certezze, ma, dannazione, non proprio quelle!

Non poteva semplicemente accettare di poter convivere in pace con quei maledetti, arrivare perfino a rispettarli un giorno, ritenendoli degni di respirare l’aria di quel meraviglioso pianeta che loro stessi avevano sporcato e distrutto fino a fargli rigurgitare il veleno che gli avevano iniettato dentro nel corso dei secoli, così come iniettavano le loro armi chimiche nelle vene di chi non poteva difendersi.

Avrebbe avuto bisogno di tempo anche solo per digerirne il pensiero, ma ora doveva pensare a mettere in salvo la sua gente, la sua famiglia. Per prima cosa doveva constatare di persona tutta la faccenda dei tunnel sotterranei, poi avrebbe preso una decisione.

                                             

Capitolo 12

 

Jessica si muoveva tra i mobili colorati della sua cucina, mentre preparava due drink, uno molto alcolico per se stessa e l’altro più leggero e fruttato per me.

Osservai le sue mani efficienti e veloci, prendendo il bicchiere che mi passava e seguendola sul divano coperto da un vecchio plaid a quadri rossi e neri. 

Dopo essermi accomodata col bicchiere in mano, la fissai.

– Dimmi qualcosa che mi faccia sentire meno tradita. –

Lei si lisciò i capelli rossi ancora bagnati per la doccia, sistemandoseli su una spalla e fece un lungo sospiro – Ho fatto un giuramento che non potevo infrangere per nessuna ragione al mondo e poi non ho tradito nessuno. –

 – No? Eri in contatto con una razza potenzialmente pericolosa per noi e facevi la spia, cos’altro c’è da aggiungere? –

Quando mi rivolse lo sguardo non fu rammarico ciò che vi lessi – Non erano pericolosi per noi, non come lo sono gli altri e tu sai di chi sto parlando. –

Certo che lo sapevo, Sylen e la sua banda di assassini.

– Renyon mi ha salvato la vita, tanto tempo fa. –

Renyon… 

– Mi ero allontanata dalla città perché avevo deciso di vedere quello che c’era lì fuori. Sì, lo so, è stupido, ma l’ho fatto. Non sono riuscita a ritrovare la strada di casa e nel tentativo di ripercorrere i miei passi, ho finito per allontanarmi ancora di più. Sono stata attaccata da una specie di orso. – si sollevò la maglia su un fianco, scoprendo l’enorme cicatrice di una ferita inferta da artigli – E sarei morta, se lui non l’avesse abbattuto. Io ho solo mantenuto i contatti, promettendogli che l’avrei informato nel caso fossi venuta a conoscenza di qualche minaccia rivolta a lui e alla sua razza. –

Aveva senso e capivo che si fosse sentita in debito.

– Avresti potuto dirmelo nel momento in cui è venuto a cercarci, non credi? Siamo amiche! –

Lei ingollò un sorso generoso di qualsiasi cosa riempisse il suo bicchiere e mi sorrise divertita – Accettare che ho scelto di non farlo perché avevo i miei buoni motivi no, eh? Non ti basta sapere che non avrei mai messo in pericolo le persone che vivono qui? Anna, loro non hanno alcun interesse a farci del male, non l’hanno mai avuto. –

– Ren ha minacciato mio padre e me, pur di ottenere quella lista, la sera che si è intrufolato nella stanza di papà all’ospedale. –

Lei sbuffò – Non ho mica detto che è un santo! E neanche che non sarebbe capace di farvi del male, ho solo detto che non ne ha mai avuto l’interesse. Prova a metterti un attimo nei suoi panni. Gli hanno rapito il figlio per vivisezionarlo e Antonio è uno degli scienziati che hanno dato

vita al progetto originale. Cosa avresti fatto tu al suo posto? –

Non potei fare a meno di cogliere l’affetto che traspariva dalle sue parole, rendendomi conto solo in quel momento della situazione in cui ci eravamo invischiate.

– Gli vuoi bene. – constatai.

– È mio amico e… quel che è giusto è giusto, ecco. – tagliò corto col rossore che le coloriva le guance rotonde.

Vide la mia espressione sfacciatamente insinuante e fece scattare le spalle indietro, facendo un cenno deciso col palmo della mano rivolto verso di me – No. Non è assolutamente quello che stai pensando. –

Cercai di trattenere una risata, ma mi risultò difficile, vedendola così impacciata e imbarazzata – Non sto pensando niente. –

Abbassò gli occhi, poggiandosi il bicchiere in grembo – Sono dispiaciuta che ti sia sentita tradita, dico sul serio, ma se tornassi indietro rifarei esattamente la stessa cosa e spero tanto che tu lo capisca. –

– Sì, lo capisco. –

Presi la cena alla tavola calda dell’ospedale, già immaginando i commenti di qualcuno che non era abituato a mangiare “erba”.

Quando arrivai a casa, trovai Cassandra, seduta davanti al televisore col telecomando in mano. Mi avvicinai notando solo in un secondo momento che aveva l’espressione incantata di una bambina dentro un negozio di balocchi, più o meno la stessa che avevo avuto io nel vedere i cavalli per la prima volta.

Non siamo poi tanto diverse.

Mi guardò piena di meraviglia – È una magia! –

Adorai la sua innocenza. Era possibile essere così autentici, così incontaminati?

Scoppiai a ridere – Mi dispiace dovertelo dire, ma è solo tecnologia. –

Qualcuno bussò al vetro della finestra, interrompendo il momento e vedere Ren che ci guardava con aria cupa dall’altra parte, mi fece ripensare a quando l’avevo visto la prima volta, solo due giorni prima.

Giorni che sembravano settimane.

È proprio vero che la percezione del tempo è una cosa del tutto soggettiva.

Lo feci entrare, spostandomi di lato – Se non te ne fossi accorto, questa casa è provvista di una porta. –

Lui mi superò, ignorando il mio sarcasmo – Ho parlato con tuo padre. –

Sì, lo sapevo, come sapevo cosa si erano detti – Vorrai vedere i sotterranei, immagino. –

Annuì, incrociando il mio sguardo senza ombra di scherno a oscurarne l’espressione e guardò Cassandra forse pensando di coinvolgerla.

– Vieni anche tu. – le dissi, ritenendo che la cosa riguardasse anche lei.

Feci strada, mentre mi seguivano per le scale che scendevano nello scantinato buio e arrivati nel bunker, accesi subito il computer, nel frattempo che i due si ambientavano muovendo gli occhi pieni di stupore, lei con quell’entusiasmo quasi infantile con cui guardava ogni cosa nuova, lui osservando tutto ciò che non conosceva come a volerne memorizzare ogni particolare.

Entrambi fecero un balzo indietro per la sorpresa, quando il libro olografico proiettò una mappa tridimensionale di tutti i piani della città coi suoi tunnel e gallerie sotterranee, ma poi capirono di cosa si trattava e si avvicinarono per guardare meglio e studiarne i vividi dettagli, mentre spiegavo a Cassandra la proposta delicata fatta da mio padre.

– Ma è meraviglioso! – disse lei guardando Ren, che se ne stava a braccia conserte, le sopracciglia aggrottate a mostrare la sua poca convinzione.

– C’è solo un problema. Anche se fosse possibile convincere la nostra gente a dividere la casa con degli umani, nessuno sembra aver considerato che nel caso di un attacco, questi sotterranei diventerebbero una trappola. Se quei maledetti riuscissero a entrare in città, quanto tempo pensate che ci metterebbero a scoprire l’esistenza di questi tunnel? –

– Non hai ancora visto il quadro completo. –

Sorrisi tutta compiaciuta, mentre facevo partire il secondo libro che completava il primo già visibile, cambiando lo scenario nello stesso istante in cui nuove immagini si sovrapposero a quelle presenti.

Ren si girò di scatto, chiedendomi tacitamente una spiegazione.

– Quello che vedete sotto è mare e quello che vedete appoggiato sopra è un sottomarino equipaggiato per garantire la sopravvivenza di tutta la nostra popolazione per almeno quattro anni, nell’impossibilità di raggiungere la superficie. –

Cassandra aveva la bocca spalancata – Una casa sottomarina? Ma noi siamo in tanti! Cioè è magnifico, ma… –

Potevo comprendere la sua preoccupazione – Ce ne sono altri due, solo che in questo grafico non sono visibili. Le provviste sono solo per precauzione, perché in caso di attacco, potremmo muoverci per cercare la terra ferma lontano da qui, scongiurando un pericolo immediato. –

Erano turbati e non ne capii subito il motivo, ma poi realizzai che erano in profondo imbarazzo.

Cassandra osservò Ren di sottecchi, prima di voltarsi verso di me – Perché

dovreste correre il rischio di venire attaccati e di perdere tutto quello che avete costruito, solo per ospitarci? –

Mi presi il mio tempo prima di rispondere.

– Perché è giusto. –

Ren scuro in viso, restò in silenzio, ma poi, quando cominciai a pensare che non avrebbe più parlato, emise uno dei suoi sbuffi decisi – Avete costruito tutto, pensando alle strutture, al cibo, ma non avete un esercito. A quello potremmo pensare noi, che siamo abituati a pianificare strategie di difesa. Con la vostra tecnologia potremmo costruire degli avamposti nascosti nel bosco che ci permetterebbero d’intercettare le minacce prima del loro arrivo. –

La speranza mi esplose nel petto a quelle parole, gettando una luce tutta nuova sulla situazione, lasciandomi intravedere la possibilità concreta che quella convivenza avrebbe potuto funzionare, se ognuna delle parti in causa avesse avuto l’intenzione di collaborare.

Papà era convinto che fosse possibile e mi aveva detto che era stato il suo sogno segreto fin dall’inizio, da quando aveva fondato Nuova Terra. 

Me l’aveva confessato insieme alle cose orribili che aveva fatto, partecipando all’abominevole progetto che gli aveva distrutto la vita, condannandolo a una continua ricerca della redenzione di cui aveva un disperato bisogno e di cui vedeva la realizzazione nella costruzione di un futuro in cui le nostre due razze convivevano pacificamente sulle macerie di un buio passato.

Di sicuro la chiacchierata che avevamo avuto soltanto qualche ora prima aveva rafforzato il nostro legame, arricchendolo di una sincerità che prima non c’era stata, almeno da parte del mio anziano genitore.

Cassandra esultò saltando al collo di Ren, stringendosi a lui – Allora accetti l’aiuto? Possiamo venire qui? –

Una morsa dolorosa mi fermò il respiro per qualche secondo e capirne la ragione mi lasciò tramortita.

Mi sentii una persona orribile. Non invidiavo mai la felicità degli altri e trovarmi invece a provare questo odioso sentimento mi spaventò, facendomelo detestare. Provai con tutte le forze a scacciarlo, ma quando vidi le braccia di Ren che la stringevano in un abbraccio avvolgente, anziché diminuire, quel dolore aumentò, facendomi salire un groppo in gola.

Non riuscivo a credere a ciò che stavo provando. Che cos’era quella novità?

Distolsi lo sguardo e poi lui l’allontanò da sé – Cassie, non cominciare… –

Lei scoppiò a ridere – Stai sorridendo, lo vedo, ti ho visto! –

Lui grugnì, facendole un gesto simile a quando si scaccia via una mosca con la mano – Ma falla finita. –

Però Cassandra aveva ragione, Ren aveva sorriso.

Quando salimmo in casa e Jessica ci lasciò per tornare al suo appartamento ci sistemammo in salotto dove Cassandra mi raggiunse sul divano, sedendomisi accanto e guardandomi con occhi supplichevoli. 

– Anna, so che hai già fatto tanto per noi e mi sento in colpa a doverti chiedere un altro favore, ma vedi, molti dei nostri sono rimasti feriti dopo lo scontro con Sylen e mi chiedevo se qualche vostro dottore potesse venire al villaggio per curarli. Alcuni hanno la febbre, altri delle ossa rotte. –

Ren sospirò infastidito, ma non replicò. Chissà quanto gli costava accettare quella situazione e proprio per questo ne rispettai il tentativo, dovendogli riconoscere una grande apertura mentale, visto e considerato il suo solito atteggiamento sulla difensiva.

Presi le mani di Cassandra, stringendole – Sono certa che molti di loro non si tireranno indietro. –

Lei mi sorrise raggiante – Grazie, amica umana. – 

Nei suoi occhi brillava una luce scherzosa, complice ed ecco di nuovo quel dolore, quasi un palpito nascosto che però c’era, era lì, a dispetto di tutti i buoni propositi.

Non riuscivo più a tenere gli occhi aperti per la stanchezza e neanche loro sembravano molto più svegli di me, dopo l’estenuante giornata appena trascorsa, ma nel letto di papà dormiva Nyad, così non restava che arrangiarci. Ren era troppo grosso per stare comodo sul piccolo sofà, ma io no.

Cassandra disse che poteva dormire col bambino e quando cercai di convincere Ren a dormire in camera mia, lui si oppose fermamente, rifiutandosi di “prendere il letto a una femmina, costringendola a dormire scomodamente”, per citare le sue testuali parole. 

Gli risi in faccia, argomentando con un “Sei un cavernicolo”, ottenendo in risposta una delle sue

occhiate truci.

A dimostrazione che avrei dormito comodissima, feci cenno a entrambi di scansarsi e mi sdraiai sul morbido cuscino, rassicurandoli sul fatto che fosse ampiamente collaudato e dopo diversi tentativi, con la complicità della stanchezza accumulata, l’ebbi vinta, cacciando il brontolone che se ne andò a dormire nel mio letto, mentre una Cassandra divertita si dirigeva sbadigliando verso il corridoio opposto.

Il sonno piombò a una velocità tale che non ebbi neppure il tempo di sistemarmi meglio, prima di esserne inghiottita.