La lingua giapponese

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La lingua giapponese è una lingua parlata maggiormente in Giappone, seguito dal Brasile, Stati Uniti, Isole Marshall, Palau, Corea del Nord e del Sud: aree che nel corso del tempo sono state soggette ad immigrazioni giapponesi. Il suo vocabolario è stato notevolmente influenzato dal cinese, mentre durante la sua età tardo-media ha iniziato ad avvicinarsi di più a quello che oggi è il Giapponese moderno. Per l’impossibilità di ricostruire con sicurezza la sua origine, viene considerata una lingua isolata.

Se vi è mai capitato di prendere in mano un manga, dei piccoli fumetti di origine giapponese avrete notato che leggendo da sinistra verso destra, come facciamo noi, la storia non ha né capo né coda. Questo è dovuto al fatto che la scritturazione originale in Giappone avviene da destra verso sinistra, al contrario della nostra. Quindi, per motivi di stampa e per vari disagi che si sarebbero potuti creare invertendo tutte le pagine (alcuni pezzi di disegno si sarebbero persi, e anche le vignette sono disposte diversamente dall’usuale) si è preferito lasciare l’impaginazione originale.

Ma veniamo all’aspetto forse più affascinante di questa lingua: la scrittura.

 

Il giapponese usa, per la scrittura, una combinazione di due set di caratteri: i kana che comprendono l’alfabeto sillabico hiragana e l’alfabeto sillabico katakana ed i kanji: gli ideogrammi di origine cinese. Esiste, inoltre, Il rōmaji (letteralmente “caratteri romani”) è un sistema di scrittura usato in Giappone che utilizza le lettere dell’alfabeto latino per la romanizzazione della lingua giapponese e dei suoi altri tre sistemi di scrittura. I giapponesi usano occasionalmente il rōmaji per scrivere i testi, uno dei casi più frequenti è quello relativo ai nomi delle località sui segnali stradali, che vengono scritti usando gli altri sistemi di scrittura, ma anche con il rōmaji per consentire agli stranieri di saperli leggere.

 

HIRIGANA

L’hiragana viene utilizzato per scrivere parole di origine giapponese, particelle e desinenze dei verbi. Viene inoltre usato dai bambini, che ancora non conoscono gli ideogrammi, per leggere e scrivere.

Esiste una sequenza precisa da seguire per tracciare i tratti che compongono le sillabe hiragana e katakana e, naturalmente, i kanji.

Le regole da seguire sono le seguenti:

  1. prima l’orizzontale poi il verticale;
  1. da sinistra a destra;
  2. dall’alto verso il basso;
  3. prima la parte centrale e poi la laterale;
  4. prima l’esterno e poi l’interno;

Già soltanto con la conoscenza delle vocali (a, i, u, e, o in ordine hiragana), possiamo scrivere le parole: あい (ai) = amore, いい (ii) = buono, いえ (ie) = casa, いいえ (iie) = no, おい (oi) = nipote (di zii). Naturalmente,  stiamo usando un alfabeto sillabico per scrivere i suoni che compongono le parole proprio come fanno i bambini giapponesi prima di imparare gli ideogrammi.

 

KATAKANA

  • Il katakana viene usato per trascrivere le parole straniere. Da specificare però che la trascrizione di una parola straniera in katakana in alcuni casi non è totalmente fedele alla pronuncia della lingua originaria, infatti alcuni suoni non esistono nella lingua giapponese.

 

  • I kanji sono gli ideogrammi che il Giappone ha importato dalla Cina tra il V° e VI° secolo dopo Cristo.

Da allora il Giappone ha personalizzato e inventato nuovi ideogrammi: attualmente se ne contano circa 50.000, ma la conoscenza di circa 2.000 kanji permette di leggere agevolmente quotidiani o riviste. Un giapponese, nel corso dell’intero ciclo scolastico, impara circa 3000 kanji.

Oltre a questi set di caratteri è possibile romanizzare il giapponese, cioè trascriverlo usando i caratteri latini (rōmaji). Esistono due sistemi principali di trascrizione rōmaji: il sistema Hepburn (hebonshiki) ed il sistema Kunrei (kunreishiki).

Noi facciamo riferimento il sistema Hepburn, secondo il quale le vocali si pronunciano come in italiano e le consonanti come in inglese.

Ci sono diversi punti cui fare attenzione, in particolare:

 

  • tutte le h sono aspirate: ha, hi, he, ho, hyo…
  • in giapponese non esiste la l e la r come in italiano, ma esiste un unico suono intermedio, trascritto sempre come r … è una specie di r dolce.
  • la s è sempre sorda, anche tra vocali e si pronuncia come in sasso.
  • la z è sempre sonora e si pronuncia come la s di rosa. Tsu corrisponde ad una z sorda seguita da una u come in zucca.
  • gi e ge si pronunciano come ghi e ghe in italiano.
  • la j corrisponde invece alla g dolce; quindi ja, ji, ju, je, jo corrisponderanno a gia, gi, giu, ge, gio.
  • ch seguita da vocale equivale a c dolce: chi, cha, chu, che, cho corrisponde all’italiano ci, cia, ciu, ce, cio.
  • sh in shi, sha, shu, she, sho equivale all’italiano sci, scia, sciu, scie, scio.
  • la u non presenta problemi se posta ad inizio parola. In mezzo a certe parole invece sparisce completamente nella pronuncia. Quando è finale si pronuncia come in aru e iku ma sparisce in desu, masu, ecc…
  • anche la i sparisce in certe parole come shita, deshita ecc..
  • il macron (“¯”) sopra le vocali indica vocali lunghe (si pronunciano come se fossero doppie); ad esempio Tōkyō si pronuncia Tookioo (per conoscenza, anche se in questo corso useremo il macron per indicare le vocali lunghe, sappiate che un altro modo per indicare le vocali allungate è quello di scriverle doppie, ad eccezione della o alla quale si fa’ seguire una u, ad esempio Toukyou);

 

 

La lingua giapponese ha una struttura del tipo SOV, vale a dire soggetto, oggetto, verbo. Quindi se voglio dire: Io mangio una mela in giapponese strutturerò la frase in questo modo: Io una mela mangio cioè Watashi (io) wa ringo (mela) o tabemasu (mangio). I due termini wa e o sono rispettivamente le particelle che indicano che la parola che le precede è rispettivamente l’argomento della frase ed il complemento oggetto. Le particelle sono sempre posposte (messe dopo) al nome che marcano ed indicano la funzione logica che le parti del discorso svolgono all’interno della frase. I nomi ed i pronomi giapponesi sono del tutto invariabili, non hanno né genere né numero e non si declinano neppure in base al caso; non sono inoltre preceduti da articoli. Quindi, ad esempio 猫 (in hiragana: ねこ), che si legge neko può significare: il gatto, un gatto, i gatti, dei gatti, alcuni gatti, la gatta, una gatta, delle gatti, e così via. Sarà il contesto della frase a farci capire il giusto significato.

 

I saluti

In giapponese,  esistono vari registri di linguaggio ciascuno dei quali utilizza determinate parole e forme verbali.

Anche per quanto riguarda i saluti ci sono diverse formule di linguaggio, che variano a seconda della confidenza con cui si sta parlando e dal momento della giornata.

Konnichiwa è il saluto più utilizzato;

Al mattino il saluto è: ohayō gozaimasu (pron.: ohaioo gozaimas) o più semplicemente ohayō se ci si rivolge ai propri familiari o amici. Il corrispondente del nostro buona sera è konban wa.

La traduzione del termine buonanotte è invece oyasuminasai ma, al contrario di quanto accade in italiano, viene utilizzato quasi esclusivamente quando si sta andando a dormire.

 

I suffissi

I suffissi sono delle particelle che vengono aggiunte alla fine di una parola per conferire dei significati diversi o anche sfumature di significato. Nella lingua giapponese vi è un ampio utilizzo dei suffissi, in particolare di quelli onorifici, ossia quelli utilizzati per riferirsi a delle persone di cui si sta parlando, ma anche ad una terza persona o ad un superiore con diversi significati. L’utilizzo di questi suffissi cambia in base al contesto in cui si sta parlando o ci si sta Giappone, la sua cultura, la sua società. I suffissi utilizzati nella stragrande maggioranza, che sicuramente avrete sentito in qualche anime, sono -san, -sama, -kun, -chan.

Cosa significa -san
Il suffisso giapponese -san (さん) è una forma più informale del titolo onorifico -sama ed è uno dei suffissi più comuni, utilizzato tra persone di ogni età. Volendo trovare una corrispondenza con l’italiano può essere accostato al nostro “signor” e “signora” e può essere utilizzato sia in ambienti formali che informali. Questo suffisso, dunque, è aggiunto a quasi tutti i nomi di persona e serve spesso anche per trasformare un nome comune in nome proprio. Se aggiunti a nomi di animali o oggetti inanimati, vi conferiscono un senso di familiarità, ma questa operazione viene fatta solo nei contesti familiari e non nei discorsi formali. Inoltre spesso il suffisso viene aggiunto al nome del proprio coniuge. Il termine viene usato anche con nomi di società come ad indicare gli uffici o i negozi di quella azienda, aggiungendolo alla fine del nome proprio.

Cosa significa -sama
Il suffisso -sama (様) è più formale di -san e viene utilizzato per qualsiasi genere, ma quasi sempre per riferirsi a persone di un grado superiore al proprio, ma anche verso i propri clienti o di persone nei confronti delle quali si ha molta stima. Il termine, inoltre, è usato per riferirsi ai nomi delle divinità e viene anche apposto dopo il nome del destinatario su pacchi o mail aziendali, comparendo anche in frasi utilizzate per ringraziare.

Cosa significa -kun

Il suffisso -kun (君) è anch’esso molto diffuso e si utilizza per riferirsi ai propri pari per indicare rispetto o da una persona adulta in ottica confidenziale verso qualcuno di molto più giovane. Può essere rivolto da un ragazzo anche alle ragazze ma questo caso è più raro. Può essere utilizzato da un anziano o adulto per rivolgersi a giovani di entrambi i sessi. È utilizzato anche in ambito lavorativo. In generale il suffisso si usa principalmente per indicare qualcuno di grado inferiore e mai per riferirsi a persone di grado inferiore. Questo suffisso appartiene principalmente alla sfera maschile, mentre per la sfera femminile si predilige il suffisso -chan quando, però, si è in confidenza.

Cosa significa -chan

Il suffisso -chan (ちゃん) è utilizzato come diminutivo o vezzeggiativo, in contesti di grande informalità e confidenza. Spesso questo suffisso viene utilizzato nei confronti dei bambini, corrispondente ad una sorta di piccolo o piccola, ma può essere usato verso pari o familiari quando si ha un rapporto di parentela o amicizia. Il suffisso indica anche affettuosità o intimità tra una coppia, utilizzato spesso anche tra ragazze per indicare una forte amicizia o da parte di una ragazzo nei confronti di una ragazza, indicando una relazione particolare tra i due. Si usa raramente tra uomini (solo in contesti scherzosi o ironici) e può essere considerato offensivo se rivolto ad un uomo che non si conosce o verso persone adulte. A volte viene rivolto anche ad animali domestici o dopo un’abbreviazione del nome.

 

7 parole giapponesi intraducibili in italiano

 

  1. Bimyō 微妙

Guardando nel dizionario, il significato riportato è “delicato, lieve”. Nella pratica, bimyō è però molto di più. Il termine infatti esprime anche quel senso di incertezza (“non mi convince più tanto, mah”!) che possiamo sia attribuire ad un pensiero che ad una condizione fisica.
Così bimyō può essere un colloquio del quale non hai molte speranze, può essere una situazione poco chiara ma anche un abito, splendido in vetrina, ma che addosso ci sta bene ma non ha quel so che da convincerci all’acquisto.

 

  1. Shinrin’yoku 森林浴

Shinrin’yoku, tradotto letteralmente come “bagno nella foresta”, indica infatti secondo il dizionario “una camminata tra i boschi per ritemprarsi e ossigenarsi”. E, anche se non in italiano non abbiamo una sola parola per esprimere tutto questo, possiamo senza problemi immaginare il benessere psicofisico regalato dal tempo trascorso nel verde.

 

 

  1. Kodawaru こだわる

Questa è veramente una parola super diffusa e centrale nei messaggi pubblicitari di qualunque prodotto o servizio in Giappone. Kodawaru è un verbo che significa “essere esigente, pretendere qualcosa per aver un risultato” ma anche “essere fedele a dei valori”.

 

  1. Sekkyokuteki 積極的

Sekkyokuteki, da dizionario, è “avere un’atteggiamento attivo” ma anche qui la realtà dell’uso rivela molto di più. Sekkyokuteki è, infatti, anche chi si impegna ad essere positivo, concreto e intraprendente, al lavoro o durante lo studio, al fine anche di creare un buon ambente per chi ci circonda.

 

  1. Ganbaru 頑張る

Una di quelle parole chiave della lingua giapponese: originariamente con il significato di “ostinarsi, imputarsi su qualcosa”, ora rappresenta l’esortazione principale che i giapponesi (si) fanno al momento di confrontarsi con un prova, sia essa un esame, la partita ai mondiali o una presentazione in pubblico. Ma attenzione! Non è semplicemente un “buona fortuna” è proprio “Dare del proprio meglio” o “Combattere per un risultato”. E la perseveranza è centrale tra i valori di questa cultura.

 

  1. Tsūkan 痛感

Tsūkan è formata da due caratteri “dolore” e “sensazione”, ma non si riferisce direttamente ad un sensazione fisica di fastidio ma esprime, traducendo la definizione in giapponese, la “sensazione di disagio quando ci rendiamo conto di alcune nostre lacune”.

 

  1. Shoshin 初心

Shoshin è “il cuore del principiante”, quell’atteggiamento di completa attenzione ma anche mancanza di pregiudizi tipico di quando iniziamo ad imparare qualcosa di nuovo. Avete presente quando l’energia e la voglia di fare si mescolano alla paura di sbagliare e a quell’impaziente curiosità di capire come va a finire? Eccovi il senso di “Shoshin”.

 

Curiosità sulla lingua

 

  1. Esiste un vocabolario diverso per riferirsi a uomini o donne.
  2. Molte parole ed espressioni, infatti, esistono solo per uno dei due generi. Così, ad esempio, un uomo che fa uso di una parola femminile sarà considerata effeminata mentre una donna a cui viene attribuita una parola maschile verrà considerata un maschiaccio.
  3. Il giapponese, all’inizio, era un linguaggio esclusivamente orale. Ma, a causa della necessità di avere un codice scritto, nel terzo secolo a.C furono importati gli ideogrammi cinesi da cui è stato poi creato il primo sistema di scrittura.
  4. È vero, però, che in un primo momento la scrittura giapponese era solo in verticale ma nel corso degli anni ha subito fortemente l’influenza occidentale.
  5. Prima di iniziare a mangiare, si dice “Itadakimasu”, che assomiglia al nostro “buon appetito” ma, contrariamente alle nostre usanze che prevedono questa formula come cortesia verso i commensali, il significato di itadakimasu è “ricevo questo cibo (e ringrazio)”. Quindi non ditelo se non state per mangiare anche voi. Anticamente era una piccola preghiera per ringraziare Dio del cibo.